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Roma
Urlò "Morte alla Cina" in diretta sul Tg5. Gabriele Paolini rischia di nuovo il carcere

La giornata è di quelle che si preannunciano veramente difficili, decisamente in salita. Presso la 'Prima Sezione' della Corte di Appello di Roma, a Piazzale Clodio, parte il processo che la Rai e la Mediaset hanno intentato, a partIre dal 2008, contro Gabriele Paolini, il "Disturbatore Tv", per eccellenza, che di sè dice sempre di "essere inserito dal 2002 all'interno del "Guinness dei Primati", in merito ai suoi 35.000 'sabotaggi catodici".
Il "terrore dei giornalisti tv", nel 2008, era stata denunciato dagli Studi Legali Rai e Mediaset per ben 6 collegamenti di Tg nazionali interrotti e disturbati (art. 340 C.P. e 660 C.P.), da Paolini stesso. Ebbene il capo di imputazione più difficile da superare, per Paolini, è quello che si riferisce ad una diretta del TG5 del 5 agosto 2008. In quell'occasione apparve alle spalle di Giacomo Crosa ed urlò, tra le altre cose: "Morte alla Cina, a quella Cina che condanna, senza pietà, gli omosessuali e che mangia selvaggiamente i cani".
E a parlare è sempre la mamma di Gabriele Paolini, ormai portavoce della serie di cause che il figlio deve affrontare: "Certo mio figlio sarà stato, si, invasivo ed ossessivo, nei confronti di centinaia e centinaia di giornalisti italiani e stranieri, però, c'e' da dire, che in tempi non sospetti, quando il mondo non si scandalizzava, nei confronti di una Cina che, da anni, ostenta un Festival come quello del "Yulin Dog Meat Festival", festa 'aberrante', durante la quale di uccidono e si mangiano migliaia e migliaia di cani e che condanna senza pieta' gli omnossessuali, Gabriele urlava tutto il suo disappunto per una nazione che viola evidentemente i diritti delle scelte personali delle persone e che punisce selvaggiamente indifesi animali. Dunque sarebbe davvero paradossale che mio figlio rientrasse in carcere, per aver urlato, quanto sopra riportato, durante una diretta del Tg5".

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