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Roma
Villino demolito a Coppedè. “Si poteva evitare, colpa del comune M5S sciatto”

Un villino storico anni Trenta che scompare per sempre, alterando una delle aree più originali e preziose di Roma, il quartiere Coppedè, che confina con i Parioli. Secondo il deputato Pd ed ex assessore all'Urbanistica Morassut, la demolizione si poteva evitare.

 

Le ruspe che abbattono il palazzetto hanno scatenato un putiferio ma il Campidoglio ha alzato le mani, sottolineando che “il Comune di Roma ha esclusivamente il compito di rilasciare il permesso di costruire da parte degli uffici, avvenuto a marzo del 2017, dopo aver recepito l’intera documentazione necessaria. In particolare – ha spiegato in una nota l'assessorato all'Urbanistica - è stato recepito: il parere del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo in data dicembre 2014 con cui si attesta che la palazzina in questione non riveste interesse artistico e storico richiesto dalla norma di tutela; il parere della Soprintendenza Archeologica datato marzo 2015 recante il nulla osta alla realizzazione di scavi per realizzazione di piani interrati; il parere favorevole della Regione Lazio in data novembre 2015. A gennaio del 2016 la Conferenza dei Servizi si è quindi conclusa con esito favorevole”.

Ma sull'argomento interviene il deputato Pd ed ex assessore all'urbanistica del comune di Roma smentendo l'amministrazione Raggi. “Non è vero che era inevitabile”.

Scrive su fb Morassut: “Il Comune ha agito in modo sciatto. Spiego perché. Coppedè rientra in un particolare tessuto della Città storica nel quale sono senz'altro consentiti interventi di demolizione e ricostruzione. Tuttavia le norme tecniche del Piano regolatore, combinate con la verifica sulle categorie degli interventi edilizi "diretti" e con quanto è scritto nella Carta della qualità ( elaborato gestionale per la guida degli interventi in Città storica - elaborato G2) pone il Comune davanti all'impegno di fornire indirizzi alla progettazione del nuovo intervento che tenga conto del contesto, della morfologia esistente e caratterizzante della zona.
Anche con un parere della sovrintendenza comunale (non statale) che si deve esprimere in casi come questo. Quell'edificio è peraltro rappresentato fotograficamente proporlo alla pagina 68 dell'elaborato G2 della Carta della Qualità.

La mia domanda è: ammesso che non vi sia un vincolo statale, perché il Comune non ha sviluppato la procedura prevista per guidare l'intervento in una direzione più compatibile? Non e vero che nulla si poteva fare.

Tra l'ossificazione della città e interventi avventurosi c'è un grande spazio di governo. Che è quello previsto dalle norme del Prg e che l'amministrazione per sciatteria non ha percorso. Si poteva chiedere al promotore (sulla base degli indirizzi stabiliti dalle norme) di fare un concorso di progettazione privato.

C'è stato un parere della sovrintendenza comunale? Non si sa. Le norme del Prg sono una strumentazione complessa e moderna. Bisogna conoscerla ed usarla con il necessario approccio integrato e non sciatto, come e giusto in un mondo, in una città assai più complessa di un tempo.

A Roma si continua a parlare di urbanistica in modo superficiale. E ad agire in modo altrettanto superficiale. Insomma un altro esempio di incapacità, sciatteria e pochezza a Cinque Stelle. Sarebbe importante conoscere come ha girato la procedura del comune su questa vicenda. Affinché non si ripeta la sciatteria. Domande aperte alla sindaca Raggi”.

 

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