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Sport
Rizzoli racconta: "Quello scambio di pestone-gomitata con Ibra..."

Di Giordano Brega

Terzo arbitro italiano nella storia (dopo Gonella e Collina) a fischiare in una finale del campionato del mondo (Germania-Argentina 1-0 al Maracanà lo scorso luglio), sesto ad aver l'onore di dirigere il match decisivo della Champions League/Coppa dei Campioni (a Wembley dove il Bayern Monaco sconfisse 2-1 il Dortmund di mago Klopp). E ancora: il primo a essere designato per la prima finale di Europa League della storia (correva l'anno 2009 e l'Atletico Madrid vinse 2-1 sul Fuham)).

Ecco, l'Italia nel pallone che cavalca il sogno in Champions League della Juventus, intanto può dire di non aver mai smesso di vincere in questi anni di Euro-Crisi grazie a Nicola Rizzoli. Non a caso, eletto miglior arbitro del mondo nel 2014.

E' uscito in queste ore il suo libro "Che gusto c'è a fare l'arbitro - Il calcio senza il pallone tra i piedi" (by Rcs Libri, a cura di Francesco Ceniti), in cui il 43enne emiliano racconta la sua carriera. Iniziata con un'espulsione... ai suoi danni: era il 1987 e il giovane Rizzoli faceva l'attaccante. Si vide sventolare un rosso in faccia ed "è proprio per scoprire tutti i segreti del regolamento e porter ribattere a tono" che decide di iscriversi al corso per arbitri.

Affaritaliani.it propone un estratto del capitolo finale "Bonus Track. Quella volta con...": gli aneddoti di Rizzoli a contatto con grandi campioni e uomini di calcio. Dallo scambio pestone-gomitata ("involontaria") con Ibrahimovic ai derby (Genova prima e Milano poi) con Cassano, l'ultimo triplice fischio per Paolo Maldini e...

ECCO L'ESTRATTO

Gennaro Gattuso

Udinese-Milan, Serie A, 23 dicembre 2006

L’impatto tra Gattuso e un centrocampista dell’Udinese
c’è, lo vedo e addirittura lo sento: il milanista
in questo caso lo subisce. Poi la palla rotola fuori dal
campo, dalla parte opposta alle panchine. Per me è
semplice rimessa laterale. Contatto duro, ruvido, ma
entro i limiti, di quelli che puoi punire o meno a seconda
del momento della partita oppure della tipologia
di calciatori coinvolti. In questo caso parliamo di un
incontrista che fa della fIsicità la sua arma migliore.
Rino è un giocatore molto fisico, non violento, ma
il contatto lo cerca sempre e comunque. Se fischiassi
ogni volta che si avvicina un po’ di più a un avversario,
rimarrei senza aria nei polmoni a metà del primo
tempo. Quindi gli lascio fare il suo gioco, ovviamente
nei limiti del consentito. Per contro, anche lui deve
accettare lo stesso atteggiamento dagli avversari.
Dopo aver assegnato la rimessa all’Udinese corro
verso le panchine, dove mi stanno chiamando per una
sostituzione. All’altezza del centrocampo Gattuso mi
si avvicina per protestare: «Era fallo! Ma come fai a
non fIschiare queste cose?!». Io per tutta risposta gli
do una gomitata sul braccio: non forte, ma voglio che
mi senta bene.
«Oh, ma cosa fai?!»
«Guarda che io do a te quello che do agli altri.
Se vuoi giocare a tuo modo, devi essere disposto ad
accettare che gli avversari utilizzino lo stesso metro.»
Gattuso sorride, non c’è più traccia di rabbia sul
suo viso: soprattutto ha capito il messaggio perché
ho utilizzato il modo giusto per comunicare con lui.
«È per questo che mi piaci, Rizzo!» risponde prima
di tornare tranquillamente a giocare.

Marco Materazzi-Gennaro Delvecchio

Sampdoria-Inter, Serie A, 28 gennaio 2007

Non solo Zidane: Materazzi una testata se l’è presa,
qualche mese dopo i Mondiali, anche da Gennaro
Delvecchio...
Sampdoria-Inter è iniziata da appena sette minuti.
Siamo nell’area dei nerazzurri: dalla sinistra arriva un
cross per la testa di Delvecchio che però è in fuorigioco,
segnalato con perfetto tempismo dall’assistente Simone
Ghiandai. Succede tutto in un paio di secondi: il
centrocampista doriano continua l’azione, nonostante
il gioco sia fermo, e allunga il piede su Júlio César.
A quel punto Materazzi non ci vede più dalla rabbia,
raggiunge Delvecchio e inizia a urlargli contro, l’altro
alzandosi gli dà una testata.
Dalla posizione in cui sono, di spalle a Materazzi,
vedo poco: una lite fra i due e poi Materazzi stesso a
terra, ma non posso sapere se effettivamente ci sia stato
un contatto o meno. Per fortuna questa è una delle
prime partite in cui siamo muniti di auricolari, per
cui Ghiandai mi avvisa subito: «Guarda che l’ha preso,
l’ha colpito!». Senza gli auricolari sarebbe stato molto
complesso decifrare l’azione. L’ausilio della tecnologia
in questo caso è stato essenziale, mi ha consentito di
unire due punti di vista diversi in un secondo e quindi
di estrarre il cartellino rosso ai danni di Delvecchio
con consapevolezza e certezza.

Antonio Cassano

Genoa-Sampdoria, Serie A, 12 febbraio 2008

I derby, si sa, sono partite speciali, e quello di
Genova non fa eccezione, anzi è senza dubbio uno
dei più sentiti.
Proprio per questo, al mio primo Genoa-Sampdoria,
prima di scendere in campo decido di andare
personalmente a fare l’appello ai giocatori assieme al
quarto uomo, che di norma va in solitaria.
Entro prima nello spogliatoio del Genoa e spiego
con grande calma quello che per me è importante:
«Buongiorno, oggi senza ombra di dubbio la partita
è molto importante. Per cui la tensione è già alta. Vi
chiedo semplicemente di non avere atteggiamenti
provocatori nei confronti degli avversari ma anche e
soprattutto del pubblico. Cercate di essere responsabili,
sempre. Vi chiedo di rispettare la mia squadra, non
saranno tollerate proteste plateali, compresi gesti con
le braccia. Vi garantisco, e siatene certi sin da ora, che
noi faremo il nostro massimo. Vi chiedo rispetto!». Li
saluto con il classico in bocca al lupo ed esco.
Poi vado nello spogliatoio della Sampdoria e ripeto
lo stesso discorso. Appena entro tutti i calciatori mi
guardano con attenzione, curiosi e forse anche un po’
stupiti di vedere l’arbitro entrare assieme al quarto
uomo. O meglio, tutti tranne uno: Cassano. Lui, che
pure conosco benissimo e con il quale ho un buon
rapporto, continua imperterrito ad allacciarsi le scarpe
e sistemarsi i pantaloncini dandomi le spalle. Per tutto
il tempo in cui parlo non si gira mai. Finisco il discorso
ed esco senza rimarcare il suo comportamento: troverò
il momento giusto per farlo.
Poco dopo, mentre siamo tutti schierati sotto al
tunnel per l’ingresso in campo, Cassano mi si avvicina
sorridente, viene a darmi la mano per salutarmi. Io
per tutta risposta non gli porgo la mano e gli rifilo un
pugnetto sulla spalla sinistra: scherzando, s’intende,
ma ci tengo a catturare la sua attenzione e ci riesco,
perché immediatamente mi guarda stupito: «Guarda
che quello che ho detto dentro lo spogliatoio era rivolto
soprattutto a te!» gli dico.
«Certo, certo» risponde, «ho ascoltato.»
Dopo circa dieci minuti di gara, per un fallo fischiato
contro nella tre quarti avversaria, Cassano si gira
dandomi le spalle e sbracciando per protestare.
«Evidentemente non m’hai ascoltato così bene,
prima...» gli dico, alzando il cartellino giallo. È evidente
che mi ha voluto mettere immediatamente alla
prova. Poi si placa in un secondo, anzi sorride. Credo
che in quel momento abbia capito che non sono uno
che parla tanto per dare aria alla bocca. L’importanza
della sua ammonizione l’abbiamo capita entrambi, e
l’hanno capita anche gli altri giocatori in campo: da
li in poi tutti hanno rispettato le nostre decisioni e
soprattutto si sono rispettati a vicenda. E non è sempre
così scontato in un derby.

Antonio Cassano (2)

Milan-Inter, Serie A, 2 aprile 2011

Ecco un altro derby, uno dei tanti che mi sono
capitati negli anni. Nella prima ora di gioco Pato segna
due reti garantendo ai rossoneri un solido vantaggio,
tanto più che l’Inter, dopo l’espulsione di Chivu al 54’,
gioca in dieci. A dieci minuti dalla fne, l’allenatore
del Milan Allegri manda in campo Cassano e si vede
subito che ha una voglia straordinaria di diventare
protagonista ed entrare su ogni azione, mettere la sua
frma. Poco prima del recupero aggancia un lancio in
area interista e Zanetti da dietro lo tira giù con un
braccio: è rigore. Guardo Cassano, sembra felice come
un bambino. Si prende il pallone, lo piazza con cura
sul dischetto, ha voglia di calciare subito. Gli dico di
aspettare, giusto il tempo di far uscire dall’area un
paio di giocatori. Poi fischio: il suo tiro non è troppo
forte, ma spiazza Júlio César. Ovviamente continuo
a guardare Cassano, tengo d’occhio la sua esultanza e
puntualmente si toglie la maglietta facendola volare
in cielo. Avrà i suoi motivi per festeggiare il rigore del
3-0 come se fosse decisivo, ma le regole sono chiare:
ammonizione.
Mi avvicino mentre raccoglie da terra la maglia e,
rientrando verso centrocampo, accetta serenamente e
consapevolmente il giallo. Non ho mai capito perché i
giocatori festeggino in questo modo sapendo benissimo
che saranno ammoniti...
Con l’adrenalina ancora a mille, a dieci secondi
dalla fne Cassano va a pressare Córdoba cercando di
rubargli palla e involarsi in area. Ma arriva decisamente
in ritardo ed entra quando Córdoba ha già spostato
il pallone. Inevitabile il secondo giallo, che con una
rapida sequenza diventa rosso.
«Perché anche il rosso?» mi fa, con uno sguardo da
bambino innocente.
«Come perché? E la maglia?!»
«No, l’avevo dimenticato!» poi abbassa la testa
sconsolato ed esce dal campo.
In ogni caso non è da tutti guadagnarsi un rigore,
segnare e farsi espellere per doppia ammonizione
nell’arco di dieci minuti... genio e sregolatezza spesso
vanno a braccetto.

Zlatan Ibrahimovic´

Atalanta-Inter, Serie A, 18 gennaio 2009

Punizione per l’Atalanta a pochi metri dal limite
dell’area, Ibra si mette in barriera. È il più alto, per
cui si posiziona per primo. Conto i nove passi dal
Che gusto c’è a fare l’arbitro
327
pallone e segnalo punto in cui la barriera si deve
mettere a distanza: non essendoci ancora lo spray, mi
posizionavo qualche passo dietro ai giocatori e usavo
il braccio come una specie riferimento.
«Toccate il braccio» dico, per farli arretrare ancora
di mezzo metro. Loro eseguono, ma Ibrahimovic´ non
si sposta.
«Ancora un passo» gli ripeto.
Allora si muove, ma stizzito e decisamente con
troppo slancio, fnendo sul mio piede.
Ora, può anche darsi che non l’abbia fatto apposta,
ma ne dubito: un calciatore, per di più di quella
caratura, sa sempre dove mette i piedi. Fosse stato un
episodio plateale avrei potuto anche estrarre il rosso,
ma in questo caso nessuno ha visto cosa è successo, per
cui un’espulsione sarebbe stupida e controproducente.
Così ricambio con la stessa moneta, affibbiandogli
una gomitata decisamente “involontaria” sul fanco
per spostarlo. Ibra, guardandomi con aria di sufficienza,
incassa senza fatare. Anzi, abbozza un sorriso.
Ulteriore conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che
il suo pestone non era stato poi così innocente... 1-1,
palla al centro.

Paolo Maldini

Fiorentina-Milan, Serie A, 31 maggio 2009

Ci sono sfide in cui esserci è un onore perché restano
per sempre nella storia del calcio. Io ho avuto la fortuna
di farne alcune e tra queste figura senza dubbio
l’ultima partita di Paolo Maldini. Dopo venticinque
anni al Milan, il capitano dei rossoneri lascia defInitivamente
il campo nell’ultima giornata della stagione
2008/2009, a Firenze.
A una manciata di secondi dal novantesimo, Gattuso
viene da me e mi chiede: «Rizzo, non fschiare la
fIne, vogliamo fare uscire Maldini». Capisco bene la
volontà dei giocatori e la condivido, per cui aspetto
senza esitare.
Purtroppo però la palla non si decide a uscire dal
campo. Io aspetto un po’, ma non posso fare più di
tanto... Passano venti secondi oltre il recupero, poi
scambio un’occhiata con Donadel e lui calcia il pallone
fuori. Tutti mi guardano perché non capiscono, poi
Maldini fa una cosa che mi spiazza e che non dimenticherò
mai: appena fIschio, viene ad abbracciarmi.
«Grazie» mi dice.
Rimango senza parole, è un gesto che non era
tenuto a fare, ma degno di un vero campione. Mentre
esce dal campo tutti applaudono un grande capitano.
Appena è fuori dal terreno di gioco, fischio la fIne della
partita e contestualmente la fine della sua carriera da
calciatore.

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