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Trump e la guerra all’Iran, l’ambasciatore Giansanti: “Non è la soluzione. Ecco perché il tycoon sta esitando”

Intervista a Luca Giansanti, ambasciatore e responsabile per i rapporti di Eni con l’Unione europea a Bruxelles dal 2019 al 2024

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Il piano di Trump per attaccare l’Iran sarebbe pronto, ma “il presidente non ha ancora deciso”: sono queste le ultime notizie che filtrano dalla Casa Bianca. Ma è davvero così? Nonostante l’apparato militare sia stato dispiegato, il tycoon continua a non prendere una decisione definitiva. Si tratta di un segnale di reale preoccupazione per le conseguenze di un attacco contro Teheran o di una nuova mossa nella sua strategia di “massima pressione”? Sarebbe davvero realistico un cambio di regime in Iran per mano di Trump? E come reagirebbe Teheran?

Iran, il monito di Giansanti: “Un attacco militare non è la soluzione. Il sistema è solido e resiliente”

Il piano di Trump per attaccare l’Iran sarebbe pronto, ma “il presidente non ha ancora deciso”: sono queste le ultime notizie che filtrano dalla Casa Bianca. Ma è davvero così? Nonostante l’apparato militare sia stato dispiegato, il tycoon continua a non prendere una decisione definitiva. Si tratta di un segnale di reale preoccupazione per le conseguenze di un attacco contro Teheran o di una nuova mossa nella sua strategia di “massima pressione”? Sarebbe davvero realistico un cambio di regime in Iran per mano di Trump? E come reagirebbe Teheran?

A fare chiarezza è Luca Giansanti – ambasciatore, responsabile per i rapporti di Eni con l’Unione europea a Bruxelles dal 2019 al 2024, già direttore generale per gli Affari politici e di sicurezza al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – che ad Affaritaliani spiega i limitati effetti che un eventuale attacco militare americano in Iran potrebbe produrre, motivo per cui Trump sembra esitare: “Un attacco militare, da solo, non è destinato a cambiare in modo fondamentale i termini del problema. Non è colpendo il vertice, religioso, civile o militare, che si può assicurare un cambiamento del sistema. Il sistema è solido e resiliente”.

Nonostante l’apparato militare sia pronto, Trump continua a non prendere una decisione definitiva. È un segnale di reale preoccupazione per le conseguenze di un attacco contro l’Iran oppure è parte della sua strategia di “massima pressione”?

“Direi che, per certi versi, entrambe le cose: sia una preoccupazione per le conseguenze di un attacco, sia parte di questa strategia di massima pressione, o come lui l’ha spesso definita, “peace through strength”, quindi raggiungere una pace e degli accordi tramite la pressione e la minaccia. C’è anche dell’altro, però: non è solo questo.

Partendo dalla strategia di massima pressione, questa è una delle cifre distintive dell’approccio del presidente Trump in queste situazioni di crisi: è convinto che gli Stati Uniti, grazie alla loro potenza, esercitata tramite sanzioni, isolamento o pressione militare, possano portare la controparte a un accordo. L’obiettivo finale, in questo caso, è sempre un accordo, però ottenuto tramite questi strumenti. Nel caso dell’Iran questo è complicato, perché l’esperienza ci mostra che, di fronte alla pressione esterna, tradizionalmente il sistema iraniano si irrigidisce e non cede troppo, almeno finora.

C’è sicuramente anche una preoccupazione per le conseguenze di un attacco. Era abbastanza evidente, soprattutto agli esperti di questioni militari, che il primo dispiegamento americano nella regione – anche se Trump lo aveva definito un’“armada” – in realtà non era sufficiente per gli scopi che si prefiggeva: poteva sferrare un attacco, ma era insufficiente per rispondere a un’eventuale reazione di Teheran.

Adesso viene rafforzata questa presenza militare in maniera imponente, con l’obiettivo di essere pronti non solo ad attaccare, ma anche a rispondere, difendersi e proteggersi da una possibile risposta iraniana. Il rischio, in tutto questo, è che una presenza militare così imponente debba poi essere giustificata in qualche modo e, se non si ottengono risultati, ci sia la tentazione di utilizzarla solo perché è stata dispiegata.

Ma, come dicevo prima, c’è anche dell’altro che può spiegare questa situazione di incertezza: l’esperienza del conflitto dei 12 giorni del giugno dell’anno scorso, quando prima Israele e poi gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Lì si era capito abbastanza chiaramente che, nonostante la potenza degli attacchi e il fatto che l’Iran fosse relativamente indifeso, tutto questo – lo vediamo otto mesi dopo – non ha prodotto risultati su nessuno dei fronti possibili: né cambio di regime, né programma nucleare, né altri obiettivi. C’è quindi anche la consapevolezza che un attacco militare, da solo, non sia destinato a cambiare in modo fondamentale i termini del problema”.

Tra le opzioni riportate dai media c’è quella di colpire e uccidere leader politici e militari iraniani per favorire un cambio di regime. Quanto sarebbe realistico uno scenario di “regime change” in Iran e quali rischi comporterebbe per la stabilità regionale?

“Qui entriamo in un terreno in cui è difficile fare previsioni. Diciamo però che un cambio di regime imposto dall’esterno appare poco realistico. La storia ci insegna che, quando i regimi cambiano, questo avviene quasi sempre per ragioni eminentemente interne e non per fattori esterni.

Nelle ultime settimane in molti hanno richiamato il precedente del Venezuela e di Maduro. Ora, a parte che in Venezuela non c’è stato un vero cambio di regime ma un’eliminazione del vertice, c’è anche il fatto che l’Iran non è il Venezuela. Il sistema politico e istituzionale iraniano è molto complesso e articolato, quindi non è colpendo il vertice, religioso, civile o militare, che si può assicurare un cambiamento del sistema. Il sistema è solido, è resiliente, e lo abbiamo visto purtroppo in maniera evidente anche in questi ultimi periodi.

Soprattutto, un attacco che elimini i vertici mette in moto dinamiche non controllabili. L’esito non è prevedibile e non è affatto scontato. Dunque, il cambio di regime è difficile da perseguire con un intervento esterno ed è soprattutto molto temuto dai Paesi della regione, i quali, in questa nuova fase di dialogo fra Iran e Stati Uniti sul dossier nucleare e su altri temi, stanno svolgendo un ruolo molto importante che in precedenza non avevano: che sia la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Oman, ma anche l’Egitto, tutti si sono attivati per evitare conseguenze destabilizzanti per la regione. E ci si augura che continuino ad avere un ruolo importante in questa direzione”.

Come reagirebbe Teheran? Un nuovo attacco smantellerebbe davvero le capacità nucleari iraniane o finirebbe per spingere il programma ancora più in profondità, rendendolo di fatto incontrollabile?

“C’è da dire, prima di tutto, che non abbiamo chiaro – perché Trump non lo ha dichiarato – quale sarebbe l’obiettivo di un attacco militare. Un’ipotesi riguarda i vertici del regime, gli impianti nucleari, i missili balistici, le loro basi di lancio: le possibilità sono molte, ma il bersaglio resta ignoto, e anche questo contribuisce all’incertezza generale.

Ammettendo però che l’obiettivo siano, ancora una volta, come già a giugno dell’anno scorso, le installazioni militari, penso che un nuovo attacco non finirebbe né per smantellare completamente le capacità nucleari iraniane né per spingere realmente il programma più in profondità. Smantellare le installazioni nucleari è una cosa; oltre a queste, però, esiste una conoscenza che ormai scienziati e tecnici iraniani possiedono. 

Non è un caso che Israele abbia cercato di eliminare fisicamente diversi scienziati iraniani coinvolti nel programma nucleare: la conoscenza, oltre alle infrastrutture, è un elemento fondamentale. Ma la conoscenza non si può eliminare. Dunque non esiste una soluzione definitiva che possa derivare da un attacco militare contro le capacità nucleari iraniane.

Quanto all’idea di spingere il programma ancora più in profondità, entriamo in un terreno difficile da prevedere. Certamente gli attacchi militari hanno fatto sì che la supervisione, i controlli e le verifiche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica venissero sospesi o interrotti da parte iraniana. Non abbiamo quindi più, a causa degli attacchi dell’anno scorso, piena consapevolezza di ciò che sta accadendo.

È anche vero che l’Iran ha recepito un messaggio chiaro: qualunque segnale di ripresa delle attività di ricerca e sviluppo nucleare potrebbe portare a un nuovo attacco. Si può quindi ritenere che, in questi otto mesi, non avendo avuto indicazioni da alcuna fonte su una ripresa delle attività di ricerca e sviluppo, la situazione sia rimasta quella in cui siamo entrati già nel giugno scorso. Una situazione che non cambierebbe in modo fondamentale con un nuovo attacco e in cui le potenzialità iraniane rimangono, ma non vengono esercitate nel settore nucleare civile”.

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