Di Giulia Marani
Stéphanie Chauvin e Franck Delbarre, cittadini francesi e genitori di quattro figli, potranno rimanere legalmente nella loro casa di La Louvière per altri quattro mesi, tempo da dedicare alla ricerca di un lavoro più stabile e meglio remunerato. La bolognese Silvia Guerra, artista di strada e madre di un bambino di otto anni, da tempo residente a Bruxelles, si è vista recapitare un decreto di espulsione firmato dal sottosegretario all’immigrazione. Privi delle risorse necessarie per assicurare il loro mantenimento e quello dei familiari, la coppia francese e la madre single italiana, così come centinaia di altre persone nella stessa situazione, rappresenterebbero un peso insostenibile per il welfare belga.
Queste due storie, raccontate dalla stampa locale e riprese dai giornali dei paesi d’origine dei protagonisti, colpiscono in modo particolare perché i provvedimenti di espulsione interessano cittadini di due Stati membri fondatori dell’Unione Europea. Si tratta, però, soltanto della punta mediatica di un iceberg, che vede una progressione quasi geometrica del numero di cittadini comunitari espulsi dal Belgio negli ultimi tre anni, dai 343 del 2010 ai 1130 dei primi otto mesi del 2013. Su questi, i francesi sarebbero 133, mentre mancano dati precisi sui cittadini italiani.
Il paese sembra avere scelto linea dura contro l’immigrazione anche per quanto riguarda la mobilità intracomunitaria, applicando alla lettera la direttiva europea 2004/38 “relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri”. Il testo subordina la permanenza di un cittadino europeo in un altro paese dell’Unione per un periodo superiore a tre mesi alla disponibilità di adeguate risorse economiche, non quantificate ma da definire caso per caso, e autorizza il paese ospitante a mettere un termine all’erogazione di sussidi e altri aiuti economici nel caso in cui questi ultimi rappresentino “un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato”. In altre parole, fermo restando il diritto di ogni cittadino di uno Stato membro di spostarsi in un altro paese europeo e cercare lavoro, egli non acquisirebbe automaticamente quello di ricevere prestazioni sociali, le cui disponibilità e la cui entità variano di paese in paese.
Se in Belgio le proteste della stampa e di alcuni politici, tra cui il deputato socialista dei Francesi del Benelux Philip Cordery, rimbalzano contro il muro di silenzio eretto dal Segretario di Stato per l’asilo, l’immigrazione e l’integrazione sociale Maggie de Block, il dibattito sulle condizioni all’accoglienza di lavoratori provenienti dagli altri stati dell’Unione è presente e vivace anche in altri paesi. Complice senz’altro la caduta delle ultime restrizioni alla mobilità professionale dei cittadini di Romania e Bulgaria, che erano ancora presenti in otto paesi dell’Unione. Nel Regno Unito l’espressione “benefit tourism”, coniata prima dell’allargamento verso est dell’Unione e ritornata prepotentemente in auge, riassume i timori di un’ampia fetta dell’opinione pubblica riguardo il possibile afflusso in massa di migranti da paesi meno generosi in materia di welfare. Lo scorso dicembre la Commissione Europea, interpellata dal Segretario di Stato britannico per gli affari interni Theresa May, che richiedeva l’adozione di regole più severe per quanto concerne la mobilità dei cittadini comunitari, ha definito il sistema sociale britannico “troppo generoso”, e quindi potenzialmente vulnerabile, lasciando a Downing Street la libertà di prendere iniziative volte a limitare gli eccessi. In ogni caso, per effetto di una nuova legge, a partire dal 1° gennaio 2014 i migranti comunitari potranno beneficiare di prestazioni sociali soltanto al termine di un periodo-finestra di tre mesi.
L’adozione di un provvedimento analogo è stata invocata in Germania da Horst Seehofer, governatore della Baviera e grande sostenitore di Angela Merkel, che ha inoltre proposto di ricorrere all’espulsione anche nei confronti di cittadini europei, qualora fossero ritenuti colpevoli di abusi nei confronti del sistema tedesco.

