Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Il coaching: educazione al cambiamento.

Il coaching: educazione al cambiamento.

Intervista a Romina Henle, ‘Learning & Development Coaching Workshop Design & Facilitation’ - ICF Professional Certified Coach

 

Qual è la tua definizione di ‘Coach’?

Definisco i coach come facilitatori di un processo, nel quale si accompagnano i clienti ad esprimere il loro potenziale. Come coach non entriamo nel processo come consulenti nel senso di fornire le risposta, ma li stimoliamo con domande affinché trovino da sé le loro risposte.

La definizione tecnica che condivido è quella fornita dall’International Coach Federation (ICF) che definisce il coaching professionale come un ‘rapporto di partnership che si stabilisce tra coach e cliente con lo scopo di aiutare quest’ultimo ad ottenere dei risultati in ambito sia lavorativo che professionale. Grazie all’attività svolta dal coach il cliente sarà in grado di apprendere ed elaborare le strategie di azione che permetteranno di migliorare sia le performance che la qualità della propria vita’.

Qual è il percorso di studi minimo per essere un coach?

I clienti ripongono molta fiducia in noi e trovo molto importante essere adeguatamente formati e il sapere cosa stiamo facendo. Per quanto riguarda i requisiti di studio minimi io ritengo che sia meglio anche in questo caso riferirci all’ICF, dato che loro accreditano i programmi che gli vengono sottoposti, fornendo quindi una sorta di ‘quality label’ (certificazione di qualità) offrendo anche credenziali per i coach (ACC, PCC e MCC).

Che tecniche impieghi nel coaching?

Come coach dobbiamo essere flessibili, in quanto dobbiamo innanzitutto seguire l’agenda del cliente, e dobbiamo anche scegliere i nostri strumenti adeguandoci a questo. Per esempio ieri ho utilizzato con un team un tool che sfrutta la metafora del turista per portare i clienti ad esplorare come gli altri vivano una determinata pratica e da questo creare i presupposti per relazioni più consapevoli e soddisfacenti. Con questo sistema si va ad esplorare cosa succede ‘in altri mondi’ senza filtrarli da quei parametri di giudizio personale normalmente usati.

Pensi che il coaching via internet sia efficace?

Io lavoro spesso in remoto con i miei clienti in un coaching 1:1, e secondo me è efficace come il coaching face to face, anche se ovviamente ogni cosa ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi. Il primo aspetto positivo evidente è che non c’è lo spostamento che per entrambe le parti potrebbe essere difficile e quindi impedire il coaching, oltre che, potendo il coach ma soprattutto il cliente scegliere dove trovarsi per il momento previsto della sessione, può certamente essere un posto molto intimo, e in questa condizione il cliente è più incline ad esplorare alcuni temi ed alcune aree della propria vita. Questo accade anche perché dall’altra parte non c’è il coach che lo osserva, e infatti io non uso il video durante le sessioni digitali. Non essendoci la distrazione visiva ci si concentra molto di più sul “sottile”. Questo per dire che il coaching via internet può essere veramente molto efficace.

Perché consiglieresti il coaching ad un cliente aziendale?

Il coaching in azienda va a raggiungere quelle aree che la formazione classica, nell’obiettivo di creare un maggiore potenziale, non arriva per i suoi limiti naturali, dato che opera su qualcosa di tecnico. Il coaching invece lavora molto sui comportamenti, e l’obiettivo è modificare questi, allora in questo caso risulta più efficace.

Come avviene la relazione di coaching con l’azienda?

Secondo quello che si vuole cambiare in azienda si crea una strategia e si adatta e si modifica il programma secondo gli obiettivi aziendali. Come consulente aziendale io creo infatti dei workshop per team e aziende, e il punto di partenza è sempre stabilire prima quello che si vuole cambiare e con quali metodi questo possa avvenire, mantenendo il tutto sincronizzato con la strategia dell’azienda; questo allineamento è importantissimo.

Qual è l’esperienza di coaching più interessante che hai fatto nella tua carriera?

E’ difficile rispondere a questa domanda perché ogni esperienza ha la sua ricchezza. Infatti quello che amo del mio lavoro è proprio la varietà di settori, realtà, culture e organizzazioni, cose da cui impari continuamente, e ogni volta si aprono porte verso una conoscenza da cui posso rimane sorpresa.

C’è un progetto di coaching che vorresti sviluppare?

Fermo restando che vorrei continuare ad avere il privilegio di continuare a lavorare con diverse organizzazioni, clienti privati, paesi, culture, ho però anche creato delle nuove iniziative come ‘Coaching At First Sight’, che ho creato per far conoscere il coaching e mi piacerebbe poter espandere questa iniziativa. Ho anche un altro progetto che aspetta solo le persone giuste per essere operativo e riguarda la possibilità per le organizzazioni di trovare i coach più adatti alle loro esigenze, nonché, contemporaneamente, fornire ai coach più preparati e professionali un accesso più facile ai loro potenziali mercati.

Ritieni quindi che ci siano dei coach che non possiedono i requisiti professionali adeguati?

Sicuramente ci sono persone che si reputano coach senza avere la formazione e l’esperienza adeguati. Non voglio essere io a giudicare la professionalità dei miei colleghi, ma ritengo che affidarsi ad associazioni come ICF, che danno un buon riferimento anche in relazione alle ore di coach effettivamente erogate oltre all’accreditamento dei programmi, sia un buon punto di partenza per selezionare un coach. Oltre questo al momento non ritengo necessario che ci siano ulteriori regolatori del nostro mercato.

 

Per approfondimenti:

www.danceinyouressence.com

www.Facebook.com/coachingatfirstsight

 

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