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Coaching
Marco Palmieri (Piquadro) : "Pelletteria made in Italy, la nostra leadership"

 

Dott. Marco Palmieri, nella sua carriera ha raggiunto risultati straordinari; ha fondato e dirige Piquadro, importante impresa di valigeria e pelletteria quotata in borsa, della quale è il CEO. Ad appena vent’anni ha iniziato a fare impresa. Ci racconta un po’ com’è iniziata la sua carriera? 

 

E’ iniziata casualmente, come tante volte avviene in Italia. All’epoca mi occupavo di informatica, un giorno un mio amico pellettiere mi chiese di aiutarlo a fare delle attività in maniera del tutto destrutturata. Dopo qualche anno, ai tempi della bolla di Internet, decisi di cedere le mie attività e iniziai ad impegnarmi a tempo pieno nel mondo della pelletteria. L’idea era di creare un marchio da uomo “design oriented”, di fascia premium, che fosse estremamente tecnico e funzionale, con un posizionamento molto originale legato al mondo dell’hitech e con un ampio riferimento ai valori dell’artigianalità.

Nel 2001 nasce così la Piquadro, azienda partita con un primo fondo di private equity, per poi ricevere un secondo fondo con cui si arrivò alla quotazione in borsa.

I nostri investitori sono sempre stati molto contenti, i guadagni ammontavano a 3 volte il capitale investito. In 20 anni l’azienda è sempre stata in crescita distribuendo tutti gli anni i dividendi con i suoi azionisti.

 

Quali sono le tre caratteristiche personali e caratteriali che le hanno permesso di mettere in piedi un’importante realtà del made in Italy e conquistare la leadership nel settore della pelletteria?

 

Innanzitutto la curiosità, approfondire, capire e farsi stimolare anche dalle cose anche più bizzarre, perché molte volte le cose più bizzarre sono quelle che cambiano il mercato.

Adesso si usa molto il termine “disruptive” che di fatto vuol dire osservare cose bizzarre che non hanno riscontro sul mercato perché talmente bizzarre da essere considerate impossibili. Ma queste cose bizzarre alle volte diventano il nuovo mercato.

In secondo luogo, una grande determinazione e non ritenere niente impossibile, perché le cose veramente solide a lungo termine sono difficili da realizzarsi e sono dette impossibili. Questo mindset rende le aziende attuali e non le fa invecchiare. La terza cosa è di non diventare follower di qualcun altro, perché si rischia di differenziarsi poco e guadagnare molto meno.

 

In ambito aziendale si parla molto di leadership. Quali sono le modalità che lei, come CEO, predilige per relazionarsi con i suoi manager?

 

Bisogna fare un distinguo: un’azienda che nasce da un sottoscala ha momenti molto diversi nelle relazioni con il management per due sostanziali fattori. Prima di tutto perché da capo azienda non avevo esperienza e ho dovuto farmela sul campo e con il tempo ho dovuto imparare un modello di gestione delle persone che ovviamente è in continuo cambiamento.

Secondo perché la delega vera e propria arriva dopo, nei primi anni non c’è una vera delega; quella arriva quando l’azienda supera certe dimensioni ed hai bisogno di competenze specifiche e quindi decidi di assumere un vero management strutturato.

In quel momento sorge il primo scoglio, devi dare la delega ed hai bisogno di fidarti di qualcuno, si fa veramente fatica a fare questo passaggio, non a caso si parla di “crisi di delega”.

 

Saper far crescere i propri collaboratori è un elemento fondamentale per il successo di un’azienda. Secondo lei quali sono gli asset più importanti per raggiungere questo obiettivo?

 

Mai come adesso la formazione è essenziale, perché la tecnologia e le practice cambiano velocemente. Se pensiamo al digitale, non è una competenza che si impara lavorando.

Per tanti anni abbiamo lavorato su modelli organizzativi che ti consentivano di adeguare te stesso al mondo del lavoro, erano dei modelli lineari e quindi comprensibili attraverso l’esperienza.

Il digitale è “disruptive”, ti presenta un modello completamente diverso, molto veloce e questo procura degli stress, non consentendo alle persone di imparare lavorando, quindi le persone devono studiare. Nel modello organizzativo delle aziende non è previsto che una persona debba studiare, così ci sono dei quarantenni che sono fuori mercato perché non conoscono le tecniche digitali e non hanno la forma mentis per studiare.

C’è un grande problema nella nuova economia, il “reskilling”, bisogna ricostruire le competenze del capitale umano. Piquadro dispone le persone a tante ore di formazione, di corsi, ed esperienze varie, perché l’experience ti da’ gli stimoli per comprendere le “case history di successo” che ti danno lo stimolo a studiare per entrarci.

In questi anni abbiamo fatto tantissime ore di formazione soprattutto in ambito digitale.

Nel suo percorso professionale ha affrontato dei momenti di difficoltà? In tal caso qual è stato il suo approccio per superarli e affrontare nuove sfide?

Le difficoltà oggi sono quotidiane, lo spirito critico è il motore dell’azienda, bisogna capire dove si sta andando e misurare i rischi. Fondamentale è ovviamente l’ottimismo insieme a tanta voglia di fare.

Piquadro nel suo piccolo ha portato via il mercato ad altre aziende. Le quali non se ne erano accorte che c’eravamo noi, perché erano troppo boriose e credevano che il mercato non sarebbe mai cambiato. E invece noi glielo abbiamo portato via.

Chiedo sempre ai miei collaboratori: chi lo porterà via a noi?

Bisogna sempre misurare i rischi di mercato, stare attenti a non perdere il posizionamento, perché c’è qualcuno che potrebbe essere più innovativo di te, nella qualità, nel pricing, nelle politiche commerciali, perché cambiano i canali distributivi da wholesale, poi retail diretto, poi digital. Il primo che mette le mani sui canali nuovi, o le mette nel modo più efficace rischia di portarti via quote di mercato.

Ogni imprenditore si costruisce un set di Kpi, di indicatori che ritiene aderenti al rischio che sta correndo. Questi sono dei modelli di misura strategici dove cercare di non farsi superare da altri competitor. Noi abbiamo un comitato rischi che fa delle valutazioni sui rischi potenziali futuri a lungo termine, sia finanziari che di business.

 

Recentemente lei ha lanciato una call “My Startup Funding Program” per le startup del fashion tech, che punta a promuovere l’innovazione delle migliori idee di business nell’area tecnologica applicata all’industria della valigeria e della moda. A quanto pare lei crede molto nelle passioni e nelle competenze delle nuovi generazioni. Ci racconta un po’ di cosa si tratta?

 

Si tratta di un programma di Open Innovation dove vengono raccolte, attraverso un brief, idee di startup che poi vengono finanziate con dei soldi, fornendo anche gli ambienti per sviluppare il progetto e accelerare l’idea con il supporto di professionisti del settore. L’idea deve diventare parte dell’innovazione stessa.

Siamo riusciti a raccogliere 80-90 progetti innovativi, scartandone solo 4 che non erano coerenti. Adesso stiamo vagliando tra quelli rimasti ed entro dicembre sceglieremo quali finanziare.

 

Nel 2016 Piquadro ha raggiunto grandi risultati in termini di perfomance aziendali, raggiungendo un fatturato di 75 milioni di euro con una distribuzione in 50 paesi del mondo. Com’è andato il 2017 e quali sono le nuove sfide all’orizzonte?

 

Attualmente siamo oltre i 95 milioni di euro, con una crescita della redditività molto importante, quindi un anno sicuramente molto positivo. L’anno scorso abbiamo fatto un’acquisizione e ci piacerebbe farne un’altra cercando prodotti iconici o aziende molto riconoscibili. Se dovessimo trovare delle opportunità di sicuro saremmo pronti a coglierle.

 

Qual è il messaggio di positività e fiducia verso il futuro che vuole dare giovani, e meno giovani, imprenditori?

 

Penso che mai come adesso i giovani hanno delle opportunità straordinarie per diventare imprenditori, perché in un mondo che sta cambiando così velocemente, l’idea viene prima rispetto al capitale. Questo è veramente il momento in cui uno che ha delle idee, della determinazione, può fare impresa e può farla diventare molto grande. Ci sono montagne di denari in giro per il mondo orientati a finanziare idee imprenditoriali innovative. Quindi poche scuse. I ragazzi adesso hanno l’opportunità di fare.

I soldi ci sono, c’è solo bisogno di buttarsi nella mischia, prendersi qualche rischio e fare.

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