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Educare al "Codice". Intervista con Barbara Carfagna, giornalista del Tg1

Intervista con Barbara Carfagna, giornalista del Tg1 Rai e autrice e conduttrice del programma “Codice” dedicato alle nuove frontiere del digitale.

 

Già in passato aveva approfondito aree poco battute dell’informazione in vari campi, adesso con questa trasmissione esplora significativamente tutte le aree futuribili dell’innovazione. Dove nasce questa sensibilità?

Seguendo la giudiziaria al Tg1 mi sono trovata spesso a consultare esperti di ogni tipo. In occasione di un processo per un terribile fatto di cronaca ho dovuto intervistare criminologi, sociologi, soggetti ambigui spacciati per opinionisti, e addirittura un esorcista come consulente di parte. Lì ho compreso la necessità di affrontare le informazioni con metodo e consapevolezza; ho contattato un neuroscienziato, poi diventato consulente in molti processi, e gli ho sottoposto delle domande sull’applicazione delle neuroscienze al crimine. Da quel momento è iniziata la mia ricerca: l’applicazione di un metodo più scientifico al giornalismo. Secondo gli esperti del Weizmann Institute di Israele, un cattivo giornalismo troppo fondato su intuizioni ed emotività può addirittura  innescare guerre. Cercare di opporre al flusso velocissimo dell’informazione, che porta a fare copia-e-incolla dalla fonte sempre meno verificabile un sistema di analisi e di conoscenza scientifica e tecnologica. Una funzione che potrebbe essere tra poco svolta anche da algoritmi; per non essere vittime di fake news e quindi promotori inconsapevoli degli scopi di chi le ha create. Teniamo inoltre presente che chi produce fake news spesso ha anche la possibilità e la capacità di profilare i destinatari avendo a disposizione enormi database con le informazioni e i gusti dei lettori e degli spettatori. Come avere il fucile di precisione per sapere esattamente dove sparare. Non so se riusciremo a fare qualcosa di buono o se le fake news vinceranno: nessuno sa dove stiamo andando e chi dice il contrario mente. Cercare di comprenderlo è uno degli scopi della trasmissione “Codice” su cui ha investito la Rai.

Ritiene che esista la possibilità di una grande gestione da parte di pochi della comunicazione?

Sarebbe teoricamente possibile dato che aumentando la complessità inevitabilmente diminuisce il numero di quanti sono in grado di gestirla; anche per il notevole costo dell’analisi ed uso di questi dati, un po' come avviene nella finanza. Allo stesso tempo c’è una sorta di imprevedibilità nel digitale che rischia di travolgere anche queste élites: è una realtà dimostrata che esistano persone in grado di trovare o creare o falle nei sistemi, o di crearne rapidamente di nuovi che distruggono i vecchi in un attimo. Anche Facebook, che oggi ci sembra riferimento assoluto, non sarà eterno. Altre attività digitali che esistevano prima infatti sono scomparse e non ce le ricordiamo neanche più. Capire come funziona il mondo digitale ti dà la possibilità di non caderne vittima. Fornire queste conoscenze, e in generale aumentare la consapevolezza diffusa su questi temi, forse oggi è tra i doveri principali dell’informazione e del Servizio Pubblico.

Il Tg1 tramite il suo lavoro diffonde informazioni sul digitale a grandi masse di telespettatori, con un approfondimento di un livello che si fa fatica anche a trovare su internet. Come lo spiega?

Ho sempre ricevuto grande fiducia dalla dirigenza del tg1 e dell’azienda. Anche loro, i dirigenti, come me, erano curiosi di approfondire questa ricerca che costruivo da tempo attraverso studi, conferenze e viaggi anche personali fatti nel tempo libero. Non basta mai il tempo per studiare in un settore così vasto e in continuo mutamento. Il rischio di scivolare è sempre dietro l’angolo.  

Ritiene che la televisione sopravviverà all’informazione digitale?

Penso di sì. Credo che il servizio pubblico sia l’unico ad avere le risorse necessarie per investire e impegnarsi nel confrontare le realtà, gli studi, i personaggi di tutto il mondo sui temi globali del digitale, della ricerca e della filosofia. Conoscenze che oggi è diventato urgente diffondere e che possono essere utilizzate da tantissimi spettatori e cittadini: mi scrivono insegnanti, ricercatori, startupper, industriali... per avere contatti, link da cui avviare approfondimenti. Il nostro è solo uno spunto, ovviamente: la rai non è un’Accademia. Credo che la differenza tra il servizio pubblico e quello privato sia proprio questa. Poter essere una piattaforma da cui tutti prendono per approfondire e magari trovare soluzioni scaturite proprio da un’informazione non “casuale”, che non segue il flusso ma organizza un discorso sulla complessità che tutti stiamo affrontando e che sta travolgendo le vite private, le identità, l’economia, le vite sociali e la politica.

Parliamo futuristicamente. Negli anni ’60 c’era la corsa allo spazio e tutti pensavano che la conquista dei pianeti fosse dietro l’angolo. Il cinema, la letteratura, ma anche l’informazione ce lo garantivano. Oggi siamo nell’Infosfera creata dal digitale che però, per il momento, si traduce essenzialmente in servizi che già c'erano e che così sono più a portata di mano. C'è una più facile reperibilità delle informazioni in un piccolo telefono portatile, ma tutte le grandi innovazioni di cui parli nella tua trasmissione, la robotica, l’intelligenza artificiale, la moneta elettronica non gestita da banche centrali, non sono ancora una realtà nella nostra vita quotidiana. Ritiene che siamo presi da una fascinazione per questo tema del digitale tecnologico o effettivamente queste novità faranno parte della nostra vita?

Io credo che siamo in un mondo nuovo di cui si stanno costruendo rapidamente e purtroppo un po’ a casaccio le strutture. È un mondo reale e posso anche dire di averlo già visto in segmenti realizzati, all’estero. Anche nelle iniziative più piccole è evidente una sperimentazione che giorno dopo giorno crea le basi di questo mondo connesso. Tutti i valori tradizionali stanno saltando, e stiamo passando a grandi salti non graduali dalla storia all’iperstoria, all’ assenza di linearità. Da pochi decenni vari pezzi in composizione e mutamento formano questo ambiente connesso che è l’infosfera. Questi pezzi stanno disegnando la realtà quotidiana della società del prossimo futuro. Bisognerebbe che il processo, ancora una volta, fosse consapevole e non casuale: che ci fosse un progetto umano condiviso che tenga conto anche di come il cervello dell’uomo è fatto e funziona: nella mente dell’uomo competono più sistemi; bisogna tener conto anche di processi non razionali per non avere poi brutte sorprese, come è già accaduto nella politica di molti paesi, o nel caso di emergenti leadership carismatiche ma totalmente antidemocratiche, o sfociati in fenomeni collettivi violenti e molto più virali che nel passato. Non a caso mi interessano l’antropologia e le neuroscienze; consentono di comprendere al meglio i meccanismi mentali non visibili: quelli che provocano eventi meno prevedibili attraverso ragionamenti lineari da parte di chi li indaga.

Il digitale è per sua natura globalizzante? E’ la fine di ogni frontiera o governo nazionale? Esisterà la democrazia?

Si, certamente il digitale è globalizzante, anche se rafforza le identità locali portandole nell’infosfera. Detto questo gli esperti intravedono due vie nella fase del 3.0, la prossima dopo internet e il web: quella delle blockchain private, in cui gruppi non nazionali si uniscono per creare dei sistemi legati da interessi, parliamo di banche o gruppi finanziari ad esempio, o governi con capacità di controllo quasi totali; oppure La blockchain con la L, come la raccontano i fondatori di Ethereum o i bitcoiner; quella che prevede la decentralizzazione del web, l’uso condiviso delle risorse digitali e il pieno possesso da parte di ognuno delle sue informazioni, valori, soldi.

Questa ipotesi però richiede una grande consapevolezza: che ciascuno abbia una serie di strumenti conoscitivi di base. Per evitare che solo una piccola percentuale di persone che studiano possa gestire in esclusiva la complessità, è necessario fornire a tutti gli strumenti per comprenderla.

Formare le persone alla conoscenza e all’uso consapevole del “Codice” è certamente il principale obiettivo della mia trasmissione e il fatto che Snowden, il più famoso disvelatore al mondo di verità su alcuni di questi temi, abbia retweettato il link al nostro video su Youtube mi dice che lo stiamo facendo bene.

 

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    barbara carfagna

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