A- A+
Destinazione Sud
Caporali, braccianti e agricoltori: la filiera inceppata

Storie di sfruttatori e di sfruttati. In cui il caporalato, l’effetto, salta all’occhio, ma quasi nessuno vede “la causa”: la filiera inceppata. Braccianti e agricoltori (onesti), se non ci si ferma alla superficie del problema, sono vittime su piani diversi ma in egual modo, mentre i caporali rappresentano la spia accesa di un sistema impazzito che va su e giù come le montagne russe. Genera iniquità e richieste di giustizia, lavoro buono e pure lavoro nero e false giornate, collocamento pubblico incrostato e reclutamento illegale perversamente “efficiente”, grandi eccellenze e sacche di pirateria, valore aggiunto (in crescita del 13,97% nel 2015) assieme a sottosalari e magri redditi. E’ la Puglia dell’agricoltura e delle sue fortissime contraddizioni che, come un  pendolo, oscilla perennemente tra la luce e il buio, tra lo sfavillio del made in Italy da esportazione e certe storture - e talvolta lutti - che avvengono nei campi. Allora può sembrare più giusto occuparsi degli ultimi ma anche dei penultimi.

Come ha cercato di fare Paolo Rubino, ieri sera a Castellaneta – patria dell’uva da tavola – analizzando questo complesso groviglio assieme agli agricoltori del Tavolo Verde e a Giacomo Suglia, presidente dell’Associazione Produttori Esportatori Ortofrutticoli di Puglia (Apeo). Non c’erano né sindacati, né organizzazioni di categoria, impegnati chi per la grande manifestazione di oggi a Bari contro la schiavitù nei campi e l’abuso dei voucher, chi a studiare le virgole insidiose del nuovo contratto. Le parti sociali, che si incontrano al tavolo del rinnovo e poi si scontrano su tutto il resto. E’ anche, però, il gioco delle parti, in cui Rubino ha provato a infilare – alla sua maniera – la mossa del cavallo. Attenzione, ha chiarito: «Bisogna parlare dell’universalizzazione dei diritti, che riguarda i braccianti da strappare al caporalato e allo sfruttamento, ma anche le aziende agricole che vengono massacrate e additate come schiaviste, mentre poi dalle nostre frontiere entrano merci che sfruttano il lavoro e hanno standard e regole inferiori a quelle europee, attuando un vero e proprio dumping competitivo e sociale».

tavolo verde
 

Insomma, nell’algebra dell’ingiustizia le iniquità si sommano invece di elidersi. E creano uno scenario puntellato di dubbi su cui riflettere. «La difesa dei diritti universali per il mondo dei lavori – è l’idea di Rubino - è un obiettivo strategico. Attraverso la loro difesa è possibile, infatti, garantire il reddito alle aziende, produrre lavoro con salari e diritti pieni per gli operai agricoli e, nel contempo, garantire ai consumatori cibi buoni, puliti e a prezzi giusti».

La realtà, si capisce, non si può guardare - tanto meno analizzare - a pezzi o compartimenti stagni. Senza una visione totale e comune ai diversi protagonisti, manca la diagnosi e quindi le soluzioni. E dunque in agricoltura la “filiera dell’illegalità”, definizione di Tito Boeri presidente Inps, fatta di aziende “senza terra” e di padroni che sfruttano gli immigrati e non solo loro, convive accanto alla filiera virtuosa delle aziende di qualità, certificate e super controllate. Il core business di un settore vitale del Paese che secondo Agrinsieme  impegna oltre 2 milioni di lavoratori con più di 250 milioni di giornate lavorate (la Puglia è al primo posto), fattura con l’indotto oltre 300 miliardi di euro e sui mercati stranieri macina esportazioni da record, con quasi 37 miliardi realizzati solo nell’ultimo anno e l’obiettivo ambizioso dei 50 miliardi fissato per il 2020.

I numeri, però, raccontano anche che nella terra di mezzo ci sono le aziende che chiudono i battenti e tirano la cinghia: dal 2000 a oggi, come denunciato a maggio da Agrinsieme, sono andate in fumo oltre 310 mila imprese del settore primario. La Puglia, da sola, ne ha perse 15mila in 3 anni (2010-2013). In 15 anni – secondo Coldiretti - «i consumi intermedi, prodotti, beni e servizi di cui necessitano le aziende agricole sono schizzati in alto del 43,55% e i costi per i mangimi e le spese per gli animali del 33,98%». Un’ecatombe. Colpa della crisi e del mercato. E della volatilità dei prezzi, cresciuti sugli scaffali della grande distribuzione organizzata e rinsecchiti nei campi, all’origine.

Secondo uno studio recente di Cia, Confagricoltura e Copagri «in media per ogni euro speso dal consumatore finale, solo 15 centesimi vanno nelle tasche del contadino». Solo per fare alcuni esempi: «Le arance sono pagate agli agricoltori il 40% in meno di un anno fa: ovvero 18 centesimi al chilo, contro i 2 euro al supermercato, con un rincaro che dal campo alla tavola tocca il 1111%. O ancora un agricoltore, per pagarsi il biglietto del cinema, deve vendere 30 chili di melanzane che oggi “valgono” 26 centesimi al kg (-61% in un anno), mentre al consumatore vengono proposte a 1,90 euro con un ricarico del 731%». Poi c’è il latte, pagato agli allevatori 33 centesimi al litro a fronte di 38-39 centesimi di costi di produzione, mentre «al consumo lo si può trovare in media a 1,70 euro, con un rincaro del 515 per cento». Mele e pere: nei supermercati, in media 2 euro e 2,20 euro; sull’albero, invece, vengono pagate rispettivamente «a 60 centesimi (333 per cento di rincaro) e 88 centesimi (250 per cento)».

Un balletto di cifre scoraggianti, al quale Rubino ha aggiunto le sue: «Oggi il grano si sta quotando a 18 euro al quintale: nel 1998 si vendeva a 49mila lire, circa 24 euro; un ettaro di terra si irrigava pagando al Consorzio 400 mila lire, cioè quasi 200 euro: nel 2013, irrigare lo stesso ettaro di terra è costato 750 euro. Come è possibile competere con prodotti che vedono lavoratori pagati, per esempio in Marocco, 340 euro al mese e in Sud Africa 8,68 euro al giorno?».

Facile arrivare ad una conclusione senza uscita: «Le aziende non ce la fanno». Non ce la fanno a pagare i debiti contributivi pregressi, quelli prescritti e quelli correnti «da ricontrattare»; a rispettare contratti di lavoro «irrealistici» - ha tuonato Rubino - perché «non fanno reddito e non ci stanno dentro coi costi»; a pagare le tasse perché lo Stato, inflessibile esattore ma pessimo pagatore, gli deve ancora 600 milioni di contributi Pac del 2015; e non ce la fanno più a star dietro alla burocrazia “cartivora”, la macchina amministrativa che - tra ritardi, lungaggini, disservizi e inefficienze – si mangia 4 miliardi di euro. Un costo abnorme, in denaro e tempo: «Ogni azienda – dicono le organizzazioni di categoria - è costretta a produrre ogni anno 4 chilometri di materiale cartaceo per rispondere agli obblighi burocratici, “bruciando” oltre 100 giornate di lavoro». 

Persino quando il Governo prova a farne una giusta, finisce col complicare le cose. L’esempio del “bollino di qualità” è emblematico. La Rete del Lavoro Agricolo di Qualità è nata nel settembre 2015 come corollario del reato di intermediazione illecita di manodopera. Per Giacomo Suglia è invece diventato strumento di ricatto in mano a una parte della grande distribuzione: «Se ce l’hai bene, altrimenti non vendi. Il problema è che vi ha aderito solo l’un per cento delle aziende, come ho spiegato al ministro Martina, e a chi ha chiesto di entrarvi a ottobre, Inps e Agenzia delle entrare non hanno ancora risposto». La conferma, qualificata, l’aveva già data Tito Boeri in audizione davanti alle Commissioni riunite Lavoro e Agricoltura della Camera dei deputati, il 28 ottobre 2015: «In questo quadro di illegalità diffusa – aveva detto il presidente Inps - il solo “bollino di qualità” rilasciato dalla cabina di regia, per quanto importante, rischia di rivelarsi un’arma spuntata. I numeri ridotti di imprese che hanno sin qui aderito (la regia ha ricevuto 446 richieste, di queste 53 imprese sono state ammesse e 179 ammesse con riserva su una popolazione di circa 180.000 imprese) ne sono indiretta testimonianza. Né basta l’inasprimento dei reati. Anche il rendere il reato penalmente rilevante per le imprese utilizzatrici rischia di non bastare. Occorre infatti una strategia su più fronti».

Su un piano diverso ma convergente, si muove il messaggio che Rubino cerca di far passare: «Non dobbiamo ingannare né i braccianti né gli agricoltori. Inasprire la legge sul caporalato, tirando dentro le aziende, è inutile perché non farà aumentare il lavoro, ma è anche pericoloso perché non serve a confrontarsi sul problema con i sindacati e le organizzazioni di categoria. Bisogna dialogare invece che far finta di nulla mentre le aziende vanno in malora: il Governo deve fermare il caporalato e la crisi dell’agricoltura. Battersi per mettere le aziende, ormai suddite dell’agroindustria, in condizione di fare reddito e quindi di poter pagare salari pieni e rispettare i diritti». Un punto di incontro, dunque, per una riflessione più ampia: «Porteremo le nostre “tende verdi” in piazza a interloquire con le “tende rosse” della Flai-Cgil per costruire una politica di alleanza duratura e strutturale tra aziende, lavoratori e consumatori. L’occasione del rinnovo dei contratti della categoria deve servire per affrontare seriamente la lotta al caporalato; lotta che se non affrontata bene – e la legge in discussione non lo fa – rischia di non risolvere il problema del lavoro agricolo, mentre al contrario si rischia di assistere ad una politica di vera e propria controriforma agraria tesa a cacciare dalla terra i coltivatori diretti. E’ anche il momento in cui, di fronte ad azioni speculative di mercato, è necessario che intervenga lo Stato ritirando i prodotti e garantendo i costi di produzione alle aziende, una specie di nuova Aima».

Altrimenti, ha scandito Rubino, «sarà solo un grande inganno». O qualcosa di peggio, come ha sottolineato Suglia: «Nel 2000 l’agricoltura faceva a gara in qualità, oggi gareggiamo per essere meno poveri. Eppure resistiamo e continuiamo a fare prodotti di alta gamma, pur avendo un costo del lavoro superiore del 35% e dovendo subire la concorrenza spagnola, l’embargo russo e fra poco anche l’invasione dell’uva da tavola turca. La storia del caporalato, invece, offende tutta la Puglia. Il nostro caporale, il nostro vero avversario, è lo Stato, che ci ricopre di tasse, documenti, carte, ci fa vivere nella paura e ci fa certificare il nulla. E invece di trascurare l’agricoltura – l’amara conclusione -  avrebbe dovuto capire che senza di essa l’Italia non è più Italia».

Tags:
agricolturapugliatavolo verdeapeopaolo rubinogiacomo sugliacoldiretticonfagricolturaciacopagricaporalatolavorosindacatiflai-cgil
in vetrina
Melania Trump, cappotto geometrico Dior. Polemica sulle "spese pazze". FOTO

Melania Trump, cappotto geometrico Dior. Polemica sulle "spese pazze". FOTO

i più visti
in evidenza
Trapianti, si riapre il dibattito Ecco "La rampicante" di Grittani

Novità editoriali

Trapianti, si riapre il dibattito
Ecco "La rampicante" di Grittani

Zurich Connect

Zurich Connect ti permette di risparmiare sull'assicurazione auto senza compromessi sulla qualità del servizio. Scopri la polizza auto e fai un preventivo

casa, immobiliare
motori
Citroen Berlingo vent'anni di successi

Citroen Berlingo vent'anni di successi

Abiti sartoriali da Uomo, Canali

Dal 1934 Canali realizza raffinati abiti da uomo di alta moda sartoriale. Scopri la nuova collezione Canali.


RICHIEDI ONLINE IL TUO MUTUO
Finalità del mutuo
Importo del mutuo
Euro
Durata del mutuo
anni
in collaborazione con
logo MutuiOnline.it
Testata giornalistica registrata - Direttore responsabile Angelo Maria Perrino - Reg. Trib. di Milano n° 210 dell'11 aprile 1996 - P.I. 11321290154

© 1996 - 2018 Uomini & Affari S.r.l. Tutti i diritti sono riservati

Per la tua pubblicità sul sito: Clicca qui

Contatti

Cookie Policy

Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.