Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Cultura e buon cibo, lo “stile di vita” del Sud conquista il Giappone

Di Massimo D'Onofrio
Italia Amore Mio6

Se siamo ciò che mangiamo, come sosteneva il filosofo Feuerbach, il Sud ha una marcia in più. Ed è allora più facile farsi capire e apprezzare, persino amare, anche da un popolo compassato e formale come quello giapponese. Com’è accaduto, dal 26 al 29 maggio a Tokyo, alla missione organizzata dalla rete Mirabilia. Una dozzina di Camere di Commercio, tra cui Taranto, Matera, Lecce e Bari, tenute assieme da un obiettivo comune: promuovere turismo, patrimonio culturale Unesco e prodotti enogastronomici all’insegna del Made in Italy. Un focus su Puglia e Basilicata, condito coi sapori del Sud, all’interno di una cornice più ampia: la manifestazione “Italia amore mio’’ in programma per celebrare i 150 anni dei rapporti commerciali e diplomatici fra Italia e Giappone.

La miscela che ne è venuta fuori ha stupito i visitatori giapponesi, che hanno ammirato nel Roppongi Hills (uno dei centri del business più importanti di Tokyo con le sue 15mila presenze al giorno) il meglio dell’italian style: Ferrari, Lamborghini, Bulgari ma anche mozzarelle, olio d’oliva e vino. I “gioielli” migliori, lusso, motori e food, per raccontare l’Italia ai giapponesi: «Sono molto contento - ha commentato Domenico Giorgi, ambasciatore italiano a Tokyo – di questa vera e propria festa italiana organizzata nel centro di Tokyo, portando la nostra cultura, la nostra tradizione e spero anche il nostro spirito di festa in uno dei punti più moderni e contemporanei del Giappone. Credo che il riscontro sarà molto positivo, perché i giapponesi amano quest’immagine dell’Italia basata sulla cultura, sul buon cibo e anche sul divertimento».

Insomma, rispetto ad una certa vulgata, per la quale con la cultura non si mangia, qui è vero l’esatto contrario. Anzi: la cultura, al Sud, ce la mangiamo proprio. Perché cultura e buon cibo rappresentano, di fatto, lo “stile di vita” che combacia perfettamente con la Dieta mediterranea. “Un meraviglioso ed equilibrato esempio di contaminazione naturale e culturale” secondo la definizione dell’Unesco, che nel 2010 ne ha fatto un patrimonio immateriale dell’umanità. Tutto da scoprire (e da esportare) al pari e assieme ai Sassi e all’habitat rupestre di Matera, ai trulli di Alberobello e Castel del Monte in provincia di Bari, alle bellezze artistiche e architettoniche di Taranto capitale della Magna Grecia.

Ci sta tutto, quindi, l’orgoglio del presidente della Camera di commercio di Taranto, Luigi Sportelli, alla vigilia della missione in Giappone dove, ha detto, «porteremo la nostra cultura, la storia millenaria, le nostre produzioni artistiche e le eccellenze agroalimentari». Così come la proiezione verso Matera 2019 del presidente della Camera di commercio di Matera, Angelo Tortorelli: «Tokyo e l’evento ‘Italia, amore mio!’ rappresentano una opportunità importante per rafforzare i contatti, avviati in precedenti occasioni con il Giappone, e questa volta con un supporto concreto in più, per il progetto Mirabilia, che è rappresentato dalla neonata Rete di imprese».

Un viaggio, cioè, affrontato con lo spirito di conoscenza e di scoperta dei primi viaggiatori italiani in Estremo Oriente, da Marco Polo sino a Giovanni da Pian del Carpine e Matteo Ricci, ma anche e soprattutto con la consapevolezza di mettere piede su una terra disponibile a fare affari. Superando le difficoltà della lingua, magari a tavola, dove possiamo farci capire perfettamente. Del resto, è l’idea che Luca Lazzàro, consigliere camerale a Taranto e presidente di Confagricoltura, ha provato a spiegare agli amici orientali: «Abbiamo avuto la possibilità – ha rimarcato Lazzàro - di raccontare la Puglia delle masserie, dell’olio extravergine d’oliva e del vino che tanto piacciono ai giapponesi». «Sappiamo – ha aggiunto - che il Giappone negli ultimi decenni ha conosciuto una forte differenziazione delle abitudini di consumo e dei gusti dei consumatori. Esiste cioè un grande fabbisogno di prodotti agroalimentari e noi possiamo soddisfarlo. Di più: possiamo, grazie ai nostri prodotti d’eccellenza, soddisfare i palati più raffinati e i gusti più ricercati dei consumatori del Paese che ha il quarto reddito pro capite del Mondo».

Un mercato potenziale, quello giapponese, di 127 milioni di abitanti e con il terzo Pil mondiale (5500 miliardi di dollari) in cui c’è ampio spazio per la nostra offerta fatta di storia, bellezza e sapori genuini. Secondo l’ISTAT, l’interscambio commerciale tra Italia e Giappone nel settore agroalimentare è nettamente sbilanciato a favore del nostro Paese, con un export che nel 2014 ha raggiunto i 783 milioni di euro, a fronte di un import pari a 9,3 milioni, e nel 2015 è cresciuto ulteriormente sino a sfiorare gli 800 milioni di euro (+ 2%). «Il settore – come suggerito dall’Ambasciata italiana a Tokyo - potrebbe garantire notevoli margini di espansione per i produttori italiani, al netto però di un consistente allentamento dei vincoli e una progressiva ma decisa contrazione delle barriere tariffarie e non tariffarie tradizionalmente presenti in Giappone».

Nonostante questi ostacoli e pur non essendo tra i primissimi esportatori verso il Sol Levante, secondo i dati Ice-Agenzia per la promozione all'estero e l'internazionalizzazione delle imprese italiane, l’Italia vanta quote di export di assoluto rilievo riguardo, ad esempio, ai pomodori pelati, alle paste alimentari, al prosciutto crudo, agli oli vegetali, ai vini fermi e al formaggio, ossia quei settori che rappresentano tradizionalmente la punta dell’agroalimentare italiano nel mondo. La crescita dell’export di cibi e vini Made in Italy sul mercato giapponese dura da almeno un ventennio, con un volume praticamente sestuplicato nel periodo 1994-2014. L'incidenza dell'alimentare sul totale delle forniture italiane è così passata dal 4% a quota 14%.

Questa vistosa crescita ha coinciso con il boom della ristorazione italiana in Giappone (dove sono attivi migliaia di esercizi, 5mila circa solo a Tokyo), che ha di fatto trainato l'export in questo settore, assorbendo circa il 70% del valore dell’agroalimentare esportato nel Paese del Sol Levante. Rimane ancora marginale, invece, la presenza dei prodotti italiani nella grande distribuzione, dove vi sono ancora ampi margini di miglioramento “aggredibili” sfruttando il mutare dei comportamenti alimentari dei giapponesi sia quando mangiano a casa, sia quando lo fanno fuori con il cosiddetto “bento” o cestino pronto (cibo preparato d’asporto).

Punte avanzate del Made in Italy agroalimentare restano sicuramente l’olio d’oliva e il vino.  Il Giappone, infatti, è stabilmente il terzo importatore mondiale di olio italiano (25mila tonnellate nel 2015, per un controvalore di oltre 100 milioni di euro e il 40 per cento del mercato) dopo Stati Uniti e Germania; e l’Italia, nel 2015, è stato il terzo esportatore di vino – dopo l’irraggiungibile Francia ma subendo il sorpasso del Cile – per un valore di 168 milioni di euro e 429mila ettolitri, pari ad una quota-mercato del 13 per cento.

Numeri importanti come quelli del settore turismo, terreno su cui la rete Mirabilia sta provando a deviare i flussi di viaggiatori nipponici dalle tradizionali città d'arte della "Golden Route" (Milano, Venezia, Firenze e Roma) verso il Sud dei borghi minori e dei percorsi enogastronomici. E questo grazie al forte appeal del brand Italia sui giapponesi (1,3 milioni di arrivi nel 2014), così sintetizzato nel report Info Mercati Esteri della Farnesina: “L'amore e l'interesse dei cittadini giapponesi per la cultura italiana continuano ad alimentare la domanda verso il nostro Paese. Secondo una ricerca effettuata da un grande portale web specializzato sul turismo, l'Italia raggiunge il primo posto nei desideri di viaggio dei giapponesi, seguita da Francia e Spagna”. «In questo scenario – è la chiosa di Lazzàro - la Puglia e Taranto sono molto più vicine al Giappone e per questo hanno ottime carte da giocare per aprire nuove finestre di mercato ed essere finalmente competitive». Col rispetto dovuto ad un Paese in cui, quando si entra in casa, bisogna farlo scalzi e anche l’offerta di cibo è un rito che accarezza il sacro. Un po’ come il pranzo domenicale in tante famiglie del Sud.


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