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Destinazione Sud
De Castro, uva da tavola e Primitivo miniera d’oro di Taranto
Paolo De Castro e Luca Lazzàro

La vera miniera d’oro di Taranto? Uva da tavola e Primitivo di Manduria. Paolo De Castro, di passaggio lunedì scorso nel capoluogo ionico per parlare di Europa e di agricoltura, prova ad andare oltre l’età del ferro. Partendo da un triplice punto di vista, lui che è stato ministro ed è parlamentare europeo impegnato in Commissione Agricoltura e professore di economia agraria. «Bisogna mettere a valore i successi, non gli insuccessi – dice l’eurodeputato del Gruppo S&D ospite di Confagricoltura Taranto – e ciò è possibile farlo promuovendo marchi d’area e sapendo che l’Europa finanzia le iniziative che valorizzano identità e qualità. Penso proprio al Primitivo di Manduria, una miniera per Taranto, che oggi vale quasi più dell’Amarone in Veneto. Poi c’è spazio anche nel settore tradizionale dell’uva da tavola, dove la provincia di Taranto è leader e la Spagna non è entrata».

Luca Lazzàro Paolo De Castro Angelo De Filippis e Giuseppe Tagliente2Da sinistra: Luca Lazzàro, Paolo De Castro, Angelo De Filippis e Giuseppe Tagliente nella sede di Confagricoltura Taranto

I numeri confermano la giustezza dell’intuizione che può tornare utile ad una futura Taranto finalmente spogliata del suo “marchio d’infamia”, l’inquinamento, e rivestita con i brand delle sue colture d’eccellenza. Capace di ridimensionare (o cancellare, come non pochi tarantini vorrebbero) la monocultura dell’acciaio e lasciare briglia sciolta alla cultura plurale del cibo sano. A partire dalla produzione di uva da tavola, uva da vino e vino, che nel 2014 è stata nel complesso di 4.242.500 quintali, pari al 19,4% del totale regionale e con 23mila ettari coltivati. E con in testa l’uva da tavola che, da sola, rappresenta circa il 22 per cento della produzione italiana (2,4 milioni di quintali su 10,6), pur soffrendo la pressione al ribasso sui prezzi.
uva da tavola2
 
 

Margini di manovra e fette di mercato importanti che il vino tarantino può ritagliarsi ancora di più e meglio. Come nel caso della grande distribuzione organizzata, in cui proprio Primitivo e Negramaro, tra i vini “emergenti”, hanno segnato nel 2015 percentuali di crescita interessanti nel segmento delle bottiglie da 75 cl: il primo con un più 8,6 per cento e il secondo con più 13, per un totale di 4,7 milioni di litri venduti e un controvalore di oltre 21 milioni di euro (fonte IRI per Vinitaly 2016). 

Occhio, però, a non cullarsi troppo. «Su agrumi e ortofrutta – ricorda De Castro - il concorrente più temibile è proprio la Spagna che fa un export di 8 miliardi e l’Italia meno di 4. E la Spagna ci batte anche sul totale di export agroalimentare: 42 miliardi contro 36. Chiediamoci perché e scopriremo che la battaglia va fatta sull’aggregazione delle imprese e sulla promozione delle potenzialità e qualità dell’agricoltura italiana e tarantina».

vino
 

In fondo, è il filo del ragionamento, non c’è da inventarsi nulla per far risvegliare Taranto. Magari potrebbe bastare guardarsi intorno e sotto i piedi piuttosto che restare storditi dal grigio skyline delle ciminiere Ilva alle spalle del quartiere Tamburi. Perché Taranto non solo ha due mari, ma possiede anche tre terre: la distesa del Primitivo, la Terra delle Gravine e la Murgia che incornicia la Valle d’Itria. Tutte aree caratterizzate da produzioni e habitat distintivi, perciò sfruttabili al meglio con un accorto lavoro di marketing territoriale in grado di potenziare l’export agroalimentare, vero tallone d’achille del comparto.

La consapevolezza di questo scenario la sintetizza Luca Lazzàro, presidente di Confagricoltura Taranto – unica organizzazione di categoria parte civile nel processo “Ambiente svenduto”: «Qui a Taranto l’agricoltura può essere il trampolino di rilancio per un’economia fiaccata. Possiamo essere una valida alternativa all’acciaio, perché siamo l’unico settore in crescita nei dati economici più recenti e nell’impiego di manodopera e su questo vogliamo investire: se l’Italia deve fare l’Italia, allora l’agricoltura vuol recitare la sua parte e per far ciò ha bisogno di scelte e atti concreti».

La strada giusta da seguire la mostra De Castro: «L’Europa ci chiede un’agricoltura sostenibile e più organizzata». Il corollario è che servono anche buone idee e imprenditori capaci, ma questi l’Ue non li fornisce, e volontà di aggregarsi per essere più competitivi: «Nel pacchetto promozione – spiega l’europarlamentare – ci sono oltre 200 milioni direttamente gestiti dall’Europa, ma andranno in gran parte al Centro Nord dove ci sono consorzi molto più adeguati a sfruttare queste possibilità. Penso al caso delle pere a Ferrara o alle mele in Trentino e al fatto che l’organizzazione è utile quando le cose vanno bene e, soprattutto, quando vanno male». La chiave di lettura è chiara: «Il Sud deve puntare sull’organizzazione perché è questo che bolle in pentola a Bruxelles. Sull’olio d’oliva – continua De Castro - il problema vero è il come ci organizziamo per fare olio di qualità e cercare nuovi mercati, ad esempio puntando verso l’area asiatica, dove c’è una forte domanda ed aspettative straordinarie per un prodotto completamente fuori dai loro gusti. È stato fatto col vino, si può fare anche con l’olio d’oliva. Oggi più di ieri, però, o sei dentro il sistema o sei fuori, perciò bisogna avere un peso importante sui canali distributivi che dettano le condizioni e lo si può fare solo aggregandosi».

Servono anche forti investimenti. E l’Europa, stavolta, può aiutare sul serio, visto che con l’accordo Ue-Tunisia sull’olio e l’embargo russo ha rifilato alla Puglia una “fregatura” doppia. La cassaforte cui attingere per rendere più verde l’agricoltura si chiama “greening” e vale un terzo della Politica agricola comune (Pac): «L’anno prossimo – spiega l’ex ministro prodiano - ci saranno cambiamenti proprio in direzione della semplificazione di questo strumento, riducendone burocrazia e costi applicativi. Si sta lavorando per ridurre il peso sugli agricoltori, con domande poliennali e rotazione programmata. Di fatto la logica del greening viene rovesciata spostando l’obbligo dal produttore ai singoli Stati membri e creando corridoi ecologici gestiti e individuati dallo Stato ma con un incentivo dato alle aziende che aderiscono». Un’idea buona potrebbe essere investire sulla canapa industriale (e qui lo stanno già facendo) che ha spiccate capacità di assorbire le matrici inquinanti, sfruttando in aggiunta i fondi europei per l’inverdimento. E sì che Taranto, dopo tanto “diossining” avrebbe un disperato bisogno di “greening”.

Taranto tamburi
 
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