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Destinazione Sud
L’Ue vuole liberalizzare i vini: nessuno tocchi Primitivo e Negroamaro!

Quando i tecnici dell’Ue mettono mano alle norme, in Puglia toccano ferro. Sta succedendo sempre più spesso, cioè, che la Commissione Ue o il Parlamento di Strasburgo intervengano a gamba tesa – direttamente o indirettamente – sull’agricoltura italiana e, soprattutto, su quella pugliese che ne è una delle migliori espressioni. È capitato con l’embargo russo, che nel 2015 è costato 244 milioni di euro di export ai produttori agroalimentari nostrani, in particolare quelli di frutta e ortaggi; sta per succedere al mercato dell’extravergine, sul quale stanno per piombare 70mila tonnellate di olio d’oliva tunisino senza dazio e la Puglia, come noto, è il maggior produttore italiano; e ora potrebbe capitare qualcosa di poco piacevole anche per i vini a denominazione d’origine e indicazione geografica protetta.

marchi vini
 

Gli esperti della Commissione Ue, infatti, stanno lavorando alla modifica del regolamento 607/2009 con l’obiettivo di liberalizzare il nome dei vitigni così da poterli utilizzare in etichetta senza le attuali restrizioni. L’operazione passa attraverso una riforma che, di fatto, manterrebbe l’allegato B con l’elenco dei nomi dei vitigni in questione così com’è oggi, però introducendo una condizione d’uso che non offre garanzie per il futuro: per utilizzare i nomi presenti nell’elenco, infatti, sarebbe sufficiente avere un disciplinare di produzione e fare una notifica alla Commissione Ue. Insomma, Bruxelles darebbe il via libera al “Primitivo di Bucarest” o al “Negroamaro di Madrid” con un tratto di penna e una marca da bollo, concedendo a Paesi membri come l’Italia di mantenere le deroghe riguardanti l’esclusività del nome di un vitigno laddove vi è anche l’indicazione d’origine protetta, nel contempo introducendo la possibilità di allargare le maglie della tutela con conseguenze facilmente prevedibili: i produttori di uno qualsiasi dei Paesi Ue potrebbero cioè utilizzare in etichetta anche i nomi dei vitigni attualmente riservati ad alcuni Stati in virtù della produzione di tali vini in specifiche località. Un affare da miliardi: per tutti, tranne che per l'Italia.

Si aprirebbe, invece, uno scenario disastroso per il nostro settore vitivinicolo, forte di un patrimonio enoico vastissimo: 74 Docg, 332 Doc e 118 Igt (dal 2010 accomunate sotto le diciture comunitarie Dop e Igp). Tutto ciò mentre il 2015 è stato l’anno del ritorno dell’Italia in vetta alla produzione mondiale, grazie a 48,8 milioni di ettolitri (pari all’incirca al 28 per cento del vino prodotto in Europa) e la Puglia si sta affermando sempre più come regione leader, non solo per le quantità prodotte ma anche per la qualità dei suoi vini: quinta in Italia e prima nel Sud per numero di marchi d’origine.

La prospettiva che in Europa si cambino le regole del gioco mentre l’Italia è in testa al campionato ha già messo in allarme l’intero settore. Gianfranco Fino, uno dei più noti e pluripremiati produttori di Primitivo di Manduria, guarda con estrema preoccupazione a queste paventate “novità”: «Se una modifica del genere passasse – spiega – sarebbe un problema serissimo e con danni economici enormi. Per anni abbiamo lavorato per legare il prodotto e la sua denominazione al territorio, parlo in particolare di vitigni autoctoni come Negroamaro e Primitivo, e all’improvviso qualcuno si sveglia e spazza via tutto questo? Già facciamo fatica – continua – a far capire qui da noi il linguaggio delle denominazioni, perché in giro c’è tanta confusione e perciò la riconoscibilità è un valore immenso, soprattutto quando si propone il nostro vino a clienti stranieri esigenti come i giapponesi e gli americani».

gianfranco fino1Gianfranco Fino nei suoi vigneti di Primitivo di Manduria
 

In pratica, più etichette significherebbe maggiore confusione, oltre che uno scadimento generale della qualità dei vini. Fino ne è fermamente convinto: «Il nostro è un sistema complesso, più che liberalizzare le etichette – suggerisce - bisognerebbe semplificare la normativa, magari attraverso il ricorso a denominazioni comunali. Il rapporto del vitigno col territorio in cui è nato, il clima, il suolo e l’opera dell’uomo, ciò che i francesi chiamano terroir, non si può delocalizzare, spostare o coltivare altrove. Un vitigno nobile come il Primitivo, ad esempio, si è acclimatato ed ha resistito a condizioni che ha trovato solo qui da noi e solo qui dà il meglio di sé. Perciò aumentare le denominazioni creerebbe solo maggiore confusione e inevitabilmente spingerebbe verso il basso la qualità».

Una concorrenza insidiosa e penalizzante per i produttori e anche per i consumatori che non di accontentano del vino comune ma che hanno imparato a riconoscere e apprezzare marchi, denominazioni e provenienze: «Abbiamo un enorme patrimonio – rimarca Fino – e dobbiamo tutelarlo, perché il vino è rimasto un caposaldo del made in Italy, forse uno degli ultimi, ancora posseduto da aziende italiane. Non possiamo farcelo scippare da una norma che permetterebbe ciò che, in altri settori, è già successo. Il legame fortemente identitario tra denominazione e territorio di produzione è fondamentale per il nostro sistema, dove operano piccoli artigiani del vino come me e grandi imbottigliatori, ognuno dei quali ha un ruolo e vuole difenderlo. Anche a tutela dei consumatori che, quando acquistano un Brunello di Montalcino o un Primitivo di Manduria, sanno che questo prodotto si può fare solo in determinati areali particolarmente vocati. Prendiamo il caso del Prosecco: senza l’allargamento della denominazione al comune che porta quel nome, non sarebbe stato possibile tutelare il prodotto e, per assurdo, avremmo potuto farlo anche qui a Taranto». Un danno enorme, insomma, anche per la Puglia che negli ultimi anni si è ritagliata uno spazio di primo piano nel mercato nazionale e mondiale. «Il lavoro di questi 20-30 anni – scandisce Fino – non possiamo farcelo rovinare, tantomeno ora che il Primitivo parla finalmente la sua “lingua” e le sue caratteristiche peculiari ci fanno spuntare prezzi interessanti e scoprire nuovi filoni come l’enoturismo, mentre per decenni è stato declassato a vino da taglio».

degustazioni
 

  

L’etichetta libera, però, avrebbe effetti devastanti per i produttori di nicchia come Fino, da poche migliaia di bottiglie l’anno, ma anche per i grandi player. Tra i primi 22 produttori mondiali con fatturato oltre i 150 milioni, secondo uno studio di Mediobanca, le aziende italiane occupano ben otto posizioni, con una produzione nazionale (nel 2013) che vale circa 11,9 miliardi di euro e con un export di 5 miliardi di euro. Una fetta importantissima della nostra economia, da Nord a Sud. Per questo, piccoli e grandi produttori sono sul piede di guerra al solo sentir parlare di modifiche allo status quo: «Liberalizzare le etichette – spiega ancora Fino – è un non-senso, perché l’uso di un nome non può di per sé permettere di produrre un determinato vino in un luogo qualsiasi. Il Brunello si fa a Montalcino, il Primitivo a Manduria, il Negramaro nel Salento. Ipotizzare che sia possibile fare diversamente, per me che sono un vignaiolo veronelliano significherebbe cancellare l’artigianalità del vino, che è legato indissolubilmente al territorio in cui è nato. E ciò porterebbe unicamente allo scadimento del livello qualitativo in ossequio al business, alla globalizzazione e alla mistificazione dei vini. Del resto, i francesi hanno fatto scuola nel mondo con quattro-cinque vitigni, ma il primato italiano è basato sulla circostanza che noi possediamo un patrimonio di vitigni unico e vastissimo, a bacca rossa e bianca. Tutto ciò non si può replicare, imitare o copiare». Tutti buoni motivi «per non farci usurpare questa immensa ricchezza ed essere pronti a difenderla ad ogni costo perché, in Italia e nel Salento, ogni vino è un campanile».

vitigni primitivo manduria
 

Un settore che, come rileva ancora Mediobanca, produce numeri significativi e in controtendenza: nel 2014 il fatturato delle imprese vale il 33,3% in più dei livelli del 2009, un anno pessimo e in piena crisi, l’export il 52,6% in più, il fatturato domestico il 17,8% in più, con un trend di crescita ininterrotta anche se calante. Dunque, c’è parecchia materia su cui dar battaglia. Ne dovrebbe essere conscio il Ministero per le Politiche Agricole («L'Italia – si legge sul sito istituzionale - è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall'Unione europea: 280 prodotti DOP, IGP, STG e 524 vini DOCG, DOC, IGT») ma, di sicuro, lo è l’Ue che su conti e bilanci ha la vista lunga. Difatti, secondo uno studio della Commissione Europea rielaborato da Ismea, «nel 2010 il valore delle vendite dei prodotti a denominazione di origine dei paesi Ue ha oltrepassato i 54 miliardi di euro, di cui ben 30,4 miliardi, ovvero il 56% del totale, attribuiti ai vini, 15,8 miliardi ai prodotti agricoli e alimentari (29%) e 8 miliardi agli spiriti e ai vini aromatizzati (15%). Francia, Italia, Spagna, Germania e Portogallo incidono per il 93% sul totale delle vendite in valore di vini Dop e Igp, oltre che per il 90% su quelle in volume». Insomma, quando gli europei si siedono a tavola chiedono qualità, mentre il legittimo sospetto è che l’Ue voglia inopinatamente rovesciare il paradigma attuale, in cui le norme tendono a riconoscere pratiche esistenti partendo, come nel caso del vino, dal territorio e dalla sua storia.

botti primitivo manduria
 

Questione così scottante da finire nel Parlamento italiano, dove i “cinque stelle” hanno presentato una risoluzione in Commissione Agricoltura «contro la revisione in atto da parte della Commissione Ue delle norme vigenti che disciplinano l’etichettatura dei vini».  «Liberalizzare il nome dei vitigni – dice il deputato pugliese Giuseppe L’Abbate – è molto pericoloso per quei produttori italiani che hanno puntato tutto il marketing sul nome del vitigno e non sull’indicazione geografica in quanto territorio. Nella nostra Regione a poterne pagare lo scotto sarebbero il Primitivo di Manduria e l’Aleatico di Puglia mentre in Basilicata rischierebbe l’Aglianico del Vulture. È proprio per difendere le certificazioni Dop e Igp del vino italiano che, per definizione, riportando in etichetta il nome del vitigno, garantiscono la provenienza dell’eccellenza made in Italy e, quindi, il suo legame con il territorio, è bene ricordare che esso non è un brand che può essere ceduto a qualunque produttore di qualsiasi Paese».

Nel frattempo, sul fronte europeo ha il suo da fare l’eurodeputato Paolo De Castro (Pd), per niente rassicurato dalle parole del commissario Ue all'Agricoltura, l'irlandese Phil Hogan, riguardo al «ritiro della bozza di atto delegato inerente la liberalizzazione dell'uso del nome dei vitigni». Per De Castro, in mancanza di passi concreti, il “pericolo” resta: «Dal documento di lavoro – riferisce - predisposto a seguito del Comitato di gestione della Commissione europea non emergono rassicurazioni in merito alla proposta di liberalizzazione dell’uso dei nomi dei vitigni fuori dalle attuali zone di produzione». Al contrario, sarebbe «doveroso ricordare la preoccupazione e, quindi, la richiesta formulata dal mondo produttivo: mantenere lo status quo ovvero l’attuale livello di tutela delle nostre DOP e IGP, non modificando le regole vigenti che disciplinano l’uso di quei nomi di varietà che comprendono, per l’appunto, una DOP o una IGP». Poco o nulla per cui “stare sereni”, anche perché l’Ue invece di lasciar fare alla “mano invisibile” del mercato, sta delegando la regolamentazione di un settore così delicato (per l’Italia, che ha tutto da perdere) ai tecnocrati europei: la cui mano c’è, si vede benissimo e non di rado fa danni.

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