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Destinazione Sud
"Nazionalpopolare come me", Bruno Vespa e il Primitivo di Manduria
Bruno Vespa con i figli Federico e Alessandro

«Se mi volete sono uno di voi». Bruno Vespa ha chiuso così, venerdì scorso, il suo intervento durante un convegno della 276^ Fiera Pessima, l’antica campionaria di Manduria in provincia di Taranto. Occasione per suggellare con un “titolo” azzeccato l’amore per questa terra, pronta ad offrire all’illustre giornalista, scrittore e conduttore televisivo la cittadinanza onoraria, e generosa nel concedergli la possibilità di “condurre” anche pregiate vigne in uno dei salotti buoni dell’enologia pugliese.

roberto massafra e bruno vespaBruno Vespa e il sindaco di Manduria, Roberto Massafra
 

Per Vespa è semplicemente «la mia giornata felice». Incassa un riconoscimento – dice tra gli applausi del pubblico e del sindaco Roberto Massafra – che «mi onora profondamente», rivela d’aver appena presentato il progetto per realizzare la cantina in mezzo alle sue vigne (e non altrove…) e spiega la scelta di Manduria legandola essenzialmente a un fattore: «Perché sono un uomo fortunato». E sarà anche per questo che, come dirà più in là nel discorso, la sua aspirazione è fare del Primitivo di Manduria «un vino nazionalpopolare», un prodotto cioè che sta «con la stessa dignità tra gli scaffali della grande distribuzione e all’enoteca Pinchiorri di Firenze, una tra le più importanti del mondo».

Esattamente, va da sé, come il Bruno nazionale. L’identificazione tra uomo e vino, tra conduttore e vignaiolo è completa. Del resto, l’evoluzione del concetto gramsciano rivisitato da Enrico Manca per Pippo Baudo che però non l’apprezzò (soprattutto per la venefica chiosa “non lo si prenda come un complimento”), invece calza a pennello per il Vespa della terza Camera televisiva. E si capisce così anche l’importanza di chiamarsi Bruno, come il rosso della famiglia Vespa (padre, due figli e spirito… di vino), che è la scelta pensata appunto per fare «un Primitivo di qualità ma a basso costo».

vigneto vespa
 
 

Bruno Vespa e il vino è dunque soprattutto l’intreccio di storie. Quella professionale del giornalista che ne scrive «da 35 anni» e che s’imbattè nei tempi bui del metanolo («non sapevo o non ricordavo che ci fosse anche un’azienda di Manduria…»), una «terribile crisi da cui è nato il grande vino italiano»; e grazie alle dritte dell’amico e maestro Luigi Veronelli seppe innamorarsene, fino a diventarne cultore e coltivatore. Che poi sono la stessa cosa: radice latina, anzi tralci, in comune. Allo stesso tempo è la lunga storia della «meravigliosa Terra del Primitivo» e di un vino “cru”, figlio di queste zolle e pasciuto su alberelli manduriani, che nel 1831 ebbe ufficialmente i natali nella Masseria Li Reni, convento di suore sino alla fine del ‘500, poi passato di mano da un nobile italo-inglese alla famiglia Selvaggi e quindi, pochi mesi fa, ai Vespa.  

masseria li reni2La storica Masseria Li Reni, in agro di Manduria
 

Ed è anche la storia, il giornalista abruzzese lo ammette candidamente, di un “tradimento” per il suo Montepulciano, dopo un assiduo corteggiamento finito con un celestiniano “gran rifiuto” opposto al presidente regionale abruzzese e all’offerta d’investire da quelle parti, che in fondo sono «la mia terra».

Ma l’amore per il vino, evidentemente, non conosce regole: «Avevo scelto la Puglia e non era serio che andassi da qualche altra parte». E così Vespa è andato dove l’hanno portato il cuore, il palato e i buoni consigli dell’enologo Riccardo Cotarella. Il giornalista stesso racconta l’iniziale investimento nel Primitivo seguendo alcuni amici e poi la separazione per “strategie diverse”, sino alla nascita della società di famiglia “Futura14” e del marchio “Vespa vignaioli per passione”.

Insomma, amore, passione, gusto per la sfida: «Avendo una certa notorietà – continua il quasi cittadino manduriano - e una forte passione avrei potuto fare il vino senza esserne produttore. Comperarlo, farlo imbottigliare, metterci il nome e non avrei rischiato niente. Ma io ho detto: “non voglio fare il commerciante di vino, voglio rischiare, mettermi in gioco e girare il mondo per andare a raccontare i miei vini nel mondo”».

“Raccontami”, del resto, è il suo brand pluripremiato, vino di punta dei sei che costituiscono la pattuglia dei prodotti lanciati sul mercato, tra cui il rosato Flarò, omaggio alle tenniste pugliesi Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Far vini e metter su cantina è allora più che sposarsi: «Ora – chiosa il giornalista - non posso più tornare indietro. E vado avanti. Con grande umiltà e tenacia, la cocciutaggine abruzzese…».

vespa e figlio
 

Ovviamente accompagnata da un sano fiuto imprenditoriale per puntare «solo su vitigni autoctoni senza fare “cose strane”», e in particolare «sul Primitivo, che ha fatto il nome della Puglia». E anche per sanare una vecchia ferita, un rammarico che Vespa rivela: «Ho scoperto, assaggiando proprio qui un vino Soloperto, che è stato il primo ad imbottigliare il Primitivo nel 1970, con la denominazione d’origine arrivata a metà Anni ’70 ed è poi stata dimenticata sino al 1998: pensate quanto tempo è stato perduto…».

Un ritardo che, però, trasforma un vino d’antica tradizione in una Doc commercialmente giovanissima. Il che, per chi come Vespa sa vedere il bicchiere mezzo pieno, ha un valore enorme. «Pensate quante praterie da percorrere abbiamo davanti» dice il giornalista alla platea con un ampio sorriso e sotto sotto fregandosi le mani come fa occhieggiando in telecamera quando becca in castagna l’intervistato di turno. La spiegazione ci sta tutta: «Gli errori del passato – scandisce - sono opportunità per il futuro. Naturalmente c’è una competizione internazionale pazzesca. Il Primitivo, però, è stato penalizzato da due elementi: il primo è lo stesso che nell’800, ai tempi della peronospora in Francia, ha fatto la ricchezza dei produttori d’allora che diedero il vino ai francesi. La storia del Primitivo venduto a cisterne tuttavia è rimasta e non ha giovato alla sua immagine. Il secondo è il prezzo basso. Allora bisogna scegliere se continuare a produrre enormi quantità, oppure puntare sulla qualità, che però se ci mettiamo impegno è declinabile a vari livelli di prezzo, anche ragionevoli». In pratica, bisogna competere nel mondo «perché il vino è buono, non perché costa poco».

rosso vespa
 

Un vino che però abbia una storia vera da raccontare, con una cantina immersa tra i vigneti, attorno ad una masseria secolare, condividendo le gioie e le sofferenze della viticoltura. Da giornalista a vignaiolo, che quando scruta il cielo a Roma spera «che piova anche in Puglia», Vespa è dunque pronto con i suoi circa trenta ettari per vivere le stesse emozioni dei tanti viticoltori manduriani e delle grandi famiglie “forestiere” come Zonin e Antinori che, prima di lui, hanno messo su casa e azienda nella Terra di “Porta a porta”. Pardon del Primitivo.  

Tags:
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