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Destinazione Sud
Nel carcere di Taranto i detenuti coltivano cannabis e sognano la libertà

Coltivare canapa e sognare la libertà. Succede nel carcere di Taranto dove, per la prima volta in Italia, mette radici la canapa industriale. E accade un piccolo miracolo: due ettari di terra incolta diventano un’azienda agricola modello. In cui si declina, a colpi di vanga e rastrello, un’agricoltura innovativa e sociale al tempo stesso: infatti toccherà ad un gruppo di detenuti, uomini e donne, della Casa circondariale “Carmelo Magli” lavorare la terra e raccoglierne i frutti. Sporcandosi le mani e, per una volta, restando “puliti”. Anzi: “bonificati”. Così come gli studiosi dicono possa fare la canapa con la terra inquinata intorno all’Ilva, ripulendola da Co2, metalli pesanti e forse diossina grazie alla sua capacità di fitoestrazione.

Ci piace pensare, però, che questa canapa buona – in cui il principio attivo è inibito, per cui non è allucinogena né illegale - possa comunque rendere migliore chi la frequenta. Del resto, è questo il fulcro del progetto che stamattina ha preso corpo con la semina della canapa nei terreni del carcere, all’esterno del muro di cinta e, all’interno, nell’area adiacente all’ala femminile.    

Un luogo in cui parlare di “prospettiva” ha un significato diverso da come l’intendiamo noi che davanti all’orizzonte non abbiamo quattro sbarre e dove un muro grigio alto cinque metri spegnerebbe la fantasia di chiunque. Pure del sommo Leopardi, a cui certo bastava una siepe per viaggiare chissà dove con l’immaginazione. Eppure, anche qui nel carcere di Taranto, la speranza è l’ultima a morire. Per capirlo è bastato ascoltare le parole di un detenuto che, alla domanda del comandante delle guardie che gli chiedeva del suo “fine pena”, ha risposto sorridendo: “E’ prossima… 2020”. Già, nel frattempo c’è un sacco di lavoro da fare e il tempo, lo sanno bene anche qua dentro, è tiranno.

Tutto parte a settembre scorso, quando Confagricoltura Taranto e Direzione del Carcere siglano un protocollo d’intesa per creare all’interno del carcere un’azienda agricola. L’idea va avanti, crescendo sino a diventare qualcosa di più grande e innovativo. Sino al traguardo più importante tagliato sotto un bel sole: mettere a dimora i semi di canapa. Primo passo concreto e insieme potente metafora di un’idea nuova che comincia a prendere forma sul serio. Grazie al lavoro e all’impegno comune della Direzione della Casa Circondariale di Taranto, Confagricoltura Taranto, Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi (A.B.A.P.) e South Hemp Techno srl di Crispiano. «La prima aziende in Italia – dice con orgoglio il suo presidente Rachele Invernizzi - realmente operativa nel settore della lavorazione e trasformazione della canapa».

Il fulcro di tutto è la cannabis sativa, capace di innescare un progetto di più ampio respiro che mette assieme promozione e sviluppo di iniziative finalizzate a fornire alla popolazione carceraria una possibilità di recupero e reinserimento. Lavorando nei campi del carcere e mettendo in piedi un’azienda vera che possa operare anche una volta lasciatosi alle spalle il cancello col gabbiotto all’ingresso. «Oggi a Taranto – dice il presidente di Confagricoltura Taranto Luca Lazzàro - nasce la prima azienda modello di agricoltura sociale e biologica. E nasce grazie al lavoro corale di diversi attori locali e istituzionali e alle qualità di una pianta versatile come la canapa, capace di grandi sviluppi nella valorizzazione dei suoi diversi prodotti e soprattutto in quello delle bonifiche: una prospettiva importante in un territorio così compromesso come quello tarantino. In più, stiamo sviluppando un progetto per la coltivazione e commercializzazione di altri prodotti orticoli biologici». E come in una qualsiasi azienda convenzionale, in attesa di un sistema d’irrigazione adeguato, bisognerà sperare che piova: «La canapa è una pianta forte, ce la farà».

Il progetto che sta dietro, del resto, ce l’ha fatta a spuntare dal nulla e per la prima volta in Italia proprio qui a Taranto, una città dove tutto è possibile. Come sperimentare la canapa e fare agricoltura sociale, facendo germogliare una nuova prospettiva di futuro per la popolazione detenuta. «E’ la prima coltivazione di canapa – spiega il direttore Stefania Baldassari – in una Casa circondariale. Successivamente sarà la volta della prima azienda agricola bio, che produrrà ortaggi e frutta biologica all’interno della cinta dell’Istituto di pena. Tutto ciò è finalizzato al reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti, che è poi il cuore di questo progetto». Baldassari è consapevole d’aver rotto anche un tabù, perché confondere la canapa ludica con quella industriale è sin troppo facile altrove, figurarsi qui: nel “suo” carcere però si può guardare ben oltre il muro di cinta dei luoghi comuni.

A patto, naturalmente, di costruire il “miracolo” giorno dopo giorno, facendo passi concreti in vista di un più ampio ed articolato intervento che punta a dar vita a diversi cicli produttivi: tessuto, carta, alimenti e bioedilizia. Gli esperti contano 25mila usi diversi per la canapa, da cui si può ricavare persino biofuel, benzina. «Coltiveremo la canapa – afferma ancora Rachele Invernizzi - ma faremo anche formazione dei detenuti, ai quali rilasceremo titoli e insegneremo un mestiere. L’idea è riuscire a fare impresa in carcere con prodotti da vendere all’esterno. Una prospettiva che ha conquistato i detenuti, felicissimi di poter avere un rapporto col mondo esterno, un contatto umano che spesso gli manca». Un progetto che potrebbe fare scuola, almeno così si augura Invernizzi: «Il nostro è un progetto-pilota, un’esperienza ripetibile in altri istituti di pena italiani ed è per questo che stiamo lavorando per pubblicizzarlo il più possibile».

Stessa linea su cui si muove Marcello Colao, dell’Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi, sottolineando in particolare l’aspetto della “sostenibilità” della coltivazione della canapa: «E’ un progetto molto ampio – spiega – che si basa sulla sostenibilità, soprattutto perché realizzato in un carcere, con detenuti e in condizioni difficili». Ma c’è dell’altro: «Vogliamo anche puntare sulla tutela della biodiversità pugliese, col recupero di colture in via d’estinzione, e in un secondo momento speriamo di farne uno strumento didattico, coinvolgendo le scolaresche. L’obiettivo è diffondere la cultura della biodiversità, dei diritti, della sostenibilità e della bellezza dei prodotti pugliesi. Lanciamo qui dal carcere di Taranto un segnale forte: a queste persone svantaggiate che vogliono impegnarsi e migliorare, noi vogliamo dare un valore in più».

Una seconda chance ai detenuti e forse anche alla terra di Taranto, bella e dannata quanto bisognosa di “bonificarsi”. È l’idea un po’ folle eppure lungimirante che, a pochi chilometri in linea d’aria, sta portando avanti nei suoi campi Vincenzo Fornaro, l’allevatore al quale un’ordinanza del 2008 ha vietato e tuttora vieta di allevare animali (erano 605 le pecore finite al macello) in un raggio di 20 km attorno al siderurgico. Lui ha scommesso tutto proprio sulla canapa, di cui Colao conosce bene punti di forza e debolezze: «E’ necessario verificare se funziona davvero e poi piantare canapa nei sei chilometri della zona rossa attorno all’Ilva. Ma ogni singola analisi, fatta in due soli laboratori in tutta Italia, costa 300 euro e noi non abbiamo tutto questo denaro. Ora tocca alla città che dal basso deve spingere e convincere le istituzioni che questa potrebbe essere la strada giusta». Per ora è persino più facile piantare cannabis in un carcere.  

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