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Destinazione Sud
Taranto, lettera degli agricoltori a Renzi: basta Ilva, ridateci la terra

Tenetevi l’Ilva e l’acciaio, ridateci la terra. Assieme al sole, al cielo e al mare. Tommaso Battista (Copagri Taranto), Luca Lazzàro (Confagricoltura Taranto) e Francesco Passeri (Cia) hanno accolto il premier Matteo Renzi, venerdì a Taranto per inaugurare il secondo piano del Museo archeologico MarTa, con una lettera aperta che ha il sapore della sfida: ad andare oltre l’Ilva, ma anche a liberare questa terra dal peso di scelte che si trascinano – con gli effetti devastanti che conosciamo - da più di mezzo secolo.

I presidenti delle tre organizzazioni agricole provano a ragionare con Renzi «rispetto alle scelte politiche che il suo Governo sta facendo per il futuro di Taranto», perché – scrivono - «rappresentiamo una fetta consistente dell’economia agricola di questa terra e sentiamo il dovere di proporle alcune nostre valutazioni sulla “vicenda Taranto” e di consegnare alla storia della nostra terra una nuova visione possibile e reale per questa parte d’Italia».

Matteo Renzi MarTa
 

Si parte, però, da un presupposto non contrattabile: «Non si può parlare di futuro di un territorio fondandolo sul disastro ambientale e sanitario del passato. E’ questa la contraddizione in cui è caduta l’azione politica che in tutti questi anni è stata portata avanti su Taranto: l’Ilva è il passato ed ha compromesso irrimediabilmente l’ambiente della nostra terra e la salute delle nostre genti. Questo, purtroppo, è un dato di fatto e non è più opinabile». Il corollario che ne deriva è altrettanto netto: «Sarebbe opportuno che anche lei, presidente Renzi, che ha rottamato un’intera classe dirigente, uscisse dal vicolo cieco in cui a Taranto è finito e sciogliesse i “legami d’acciaio” con la vecchia visione dell’economia italiana, fondata sul consumo del territorio e incurante della sostenibilità ambientale».

Ma mentre il premier snocciola ancora una volta le cifre da sogno (870 milioni di euro) inserite nello “scatolone” del Contratto Istituzionale di Sviluppo (CIS) e dichiara di voler far tornare “Taranto la città della bellezza”, per il mondo agricolo bisogna “cambiare verso” per davvero: «Il futuro è altrove: basta alzare lo sguardo e allungarlo oltre il fumo delle ciminiere». «A nostro avviso – continua la lettera - ben dieci decreti per tenere in vita l’Ilva costituiscono un caso di accanimento terapeutico, a fronte di una situazione rimasta sostanzialmente immutata. Nel frattempo i parametri economici della nostra provincia continuano a peggiorare: alta disoccupazione, soprattutto giovanile, interi settori in difficoltà, scarsa internazionalizzazione, commercio in sofferenza».

Il Rapporto Taranto 2016, recentemente diffuso dalla Camera di Commercio, offre una fotografia impietosa della realtà: la crisi dell’Ilva sta trascinando a fondo Taranto, città legata mani e piedi al gigante d’acciaio. “Dopo le difficoltà degli scorsi anni – si legge nel Rapporto - nel 2015 il valore aggiunto prodotto in provincia di Taranto torna in area positiva, segnando una crescita a prezzi correnti del +0,5% a fronte di una media regionale del +0,9% e nazionale del +1,3%”. Uno sprazzo di luce, “sebbene si tratti dell’incremento più modesto tra le province della Puglia” e arrivi dopo una lunga flessione, in cui si segnala la buona performance del settore primario. L’agricoltura e il filone agroalimentare, infatti, valgono il 4,6% del valore aggiunto provinciale, più del doppio rispetto al 2,2 nazionale, con un consistente numero di aziende (11.254, 27,3% sul totale e molto più del 15,8 a livello nazionale), di addetti (21.139, 19,8% del totale Taranto) e con un export in decisa crescita (+11,2%) anche nel confronto con la tendenza positiva dell’Italia (+7,4%).

Cifre che per le organizzazioni agricole rappresentano un’economia alternativa da costruire e rinforzare: «Noi non auspichiamo – sottolineano - che nessuna azienda chiuda i battenti, né ci strappiamo le vesti per il tentativo (affannoso) di stabilizzare il siderurgico per riportarlo sul mercato. Vorremmo andare oltre, però. Di più: vorremmo che il Governo offrisse una svolta, con strumenti concreti e tangibili. E provasse, assieme alle forze sane di questa parte d’Italia, ad immaginare una Taranto non fossilizzata attorno al rebus Ilva (come succede ormai da quattro anni), ma capace di allungarsi verso un futuro non a senso unico, ma composito, ricco e articolato».

Riaprire, insomma, il dibattito su Taranto e su come farla uscire dall’incubo dell’inquinamento: «Abbiamo risorse, ricchezze, capacità. Dovremmo puntare, di più e meglio, su ciò che abbiamo e sappiamo fare: agricoltura, turismo e cultura. E scommettere sulla green economy, coniugando al tempo giusto sostenibilità e innovazione. Ecco ciò che sta mancando: saper immaginare e costruire un futuro diverso, una visione capace di fare uno scatto laterale e uscire dal solito binario già segnato».

Taranto e la sua provincia hanno «il mare, il sole, le masserie, le pinete costiere, la Murgia, le gravine, la Valle d’Itria, la terra dei Messapi e del Primitivo» e «tante “energie” che vanno salvaguardate, valorizzate e promosse». Finendola, però, di disegnare progetti sulla sabbia, ma creando opportunità meno sfuggenti a Taranto e in provincia: per il porto (semi-vuoto), per l’aeroporto (dove volano i droni ma non gli aerei civili), per il turismo (che è il più asfittico e con meno presenza straniere di Puglia), per i giovani (in fuga e a spasso per il 60,6%), per il lavoro (il tasso di disoccupazione è al 18,9) e per la sanità (tartassata come la salute dei tarantini). «Purtroppo – è l’amara riflessione degli agricoltori - se tutto continua a girare sempre e in gran parte attorno all’Ilva, anche nel discorso pubblico, sarà difficile schiodarsi da un passato che ha dato molto ma si è preso tutto: salute, ambiente e speranze».

«Per questo – concludono Cia, Confagricoltura e Copagri appellandosi al premier - le chiediamo con forza di avere il coraggio e la lungimiranza di mettere da parte l’Ilva e cominciare a parlare una lingua diversa. L’inaugurazione del Museo archeologico MarTa è forse il posto adatto per cambiare registro: in vetrina c’è solo una piccola parte dei tesori della nostra terra, mentre tutto il resto è negli scantinati. In fondo è la metafora della nostra Taranto, solo che finora in vetrina abbiamo messo il peggio». Che poi, sempre Italia è…

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