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Destinazione Sud
Ttip, il trattato Usa-Ue rischia di mangiarsi l’agroalimentare made in Sud

Un gigante rischia di mangiarsi il meglio del made in Sud. E’ il Ttip, partnership transatlantica su commercio e investimenti, che sta velocemente bruciando i round di negoziato tra Usa e Ue e potrebbe compromettere buona parte del patrimonio di eccellenze enogastronomiche del Sud, presente nella lista dei “42 tesori italiani da difendere” con soltanto due prodotti (escluse le isole e con un predominio di grandi marchi del Nord): la mozzarella di bufala campana e l’olio extravergine d’oliva Terra di Bari, l’unico pugliese. Tutto il resto, con la trattativa incagliata nel round di marzo scorso, resterebbe fuori.

Ieri, invece, si è chiuso a Bruxelles il quattordicesimo round e quasi in contemporanea a Massafra, in provincia di Taranto, è arrivato Paolo Ferrero ad illuminare con la “luce sinistra” del suo libro “Ttip, quando lo conosci lo eviti”, scritto assieme a Elena Mazzoni e Monica Di Sisto, i tanti lati oscuri e poco noti di un trattato che per l’ex ministro del Lavoro nel Governo Prodi e attuale segretario di Rifondazione comunista potrebbe cambiare la nostra vita.

Aprire un’area di libero scambio tra le due sponde atlantiche, infatti, significa innescare il più grande mercato dell’Occidente e del mondo. Oltre 800 milioni di persone, un Pil enorme (13,9 miliardi di euro l’Ue, 17,4 miliardi di dollari gli Usa), un blocco commerciale che movimenta quasi il 32 per cento delle importazioni mondiali (UE 16,4%, Usa 15,5) e delle esportazioni (Ue 15,4%, Usa 10,5): nel 2014 l'UE ha esportato verso gli Stati Uniti merci per circa 311 miliardi di euro e ne ha importato per circa 205 miliardi di euro, con una crescita (nel periodo 2010-2014) del tasso annuale medio rispettivamente del 6,4% e del 4,2%.

Prospettiva e cifre che dal 2013, quando Juan Manuel Barroso e Barack Obama hanno lanciato la trattativa, fanno gola alle multinazionali e alle grandi aziende americane ed europee, allettate da un potenziale incremento degli scambi valutato in oltre 200 miliardi di euro e una crescita del Pil di mezzo punto percentuale, frutto dell’abbattimento di dazi doganali, tariffe, contingenti e soprattutto del riavvicinamento dei regolamenti normativi e sanitari. Complessità della materia a parte, le criticità esistono e vanno affrontate.

Per Ferrero, invitato e sollecitato a far chiarezza da Paolo Rubino del Tavolo Verde, la questione è molto seria, perché ammantata di segretezza – almeno sino a quando, un anno fa circa, i movimenti come StopTtip non hanno cominciato a chiedere più trasparenza all’Ue - e soprattutto perché si corre il rischio di «svuotare di significato la democrazia, trasformata in un simulacro formale ma privata di qualsiasi valenza decisionale». Insomma, meccanismi come l’arbitrato internazionale, l’Isds basato su tribunali privati pagati dalle parti e in cui le imprese possono denunciare gli Stati e ottenerne pesanti risarcimenti, e la cooperazione normativa (in cui parti interessate  e istituzioni trattano il contenuto della regolamentazione di settore) intaccherebbero sostanzialmente la sovranità degli Stati e la capacità di legiferare spostandola letteralmente «nelle mani delle banche e delle multinazionali».

L’esito finale, secondo Ferrero, di un disegno sovraordinato: «Il Ttip non è altro che una super-legge in cui il libero mercato è al di sopra di ogni diritto, consente a chi ha il controllo di merci e investimenti di spostarli ovunque, impedendo però alle persone di fare altrettanto». Di più, scandisce Ferrero: «Si vuol creare un socialismo dei ricchi. Dove chi sta al piano di sopra avrebbe tutti i diritti e chi sta sotto, tutti noi, sarebbe messo in concorrenza permanente in una corsa sfrenata verso il prezzo più basso». Una guerra ai poveri e tra poveri che «riguarda tutti, sinistra e destra». Un nuovo modello di commercio internazionale che per Ferrero è un vero e proprio «nuovo ordine mondiale» diretta emanazione delle teorie neoliberiste di Friedrick Von Hayek, dell’esperienza dei Chicago boys cileni, del monetarismo di Milton Friedman e della scuola di Chicago cui si sono ispirati Margaret Thatcher e Ronald Reagan negli Anni ‘80. La chiusura definitiva, nella visione del leader rifondarolo, del ciclo aperto con la Rivoluzione francese e quella russa, con l’archiviazione del welfare e delle conquiste sociali, economiche e ambientali strappate alle «classi dominanti» in due secoli e passa di storia.

Uno scenario ideologico, apocalittico e per certi versi inquietante, almeno nella lettura ipercritica e politicamente orientata che ne dà Ferrero, per il quale «Farage e Obama sono facce della stessa medaglia» e «il Ttip va semplicemente fermato».

Un’idea, quest’ultima, sgradita alla Commissione Ue, che in base al trattato di Lisbona ha la competenza esclusiva in materia commerciale e perciò ne fornisce un’immagine più rassicurante, per cui il Ttip è lo strumento per armonizzare le regole tra le due sponde dell’Atlantico, liberare i commerci dai dazi e uscire dalla crisi degli ultimi otto anni. E per rinforzarne gli aspetti positivi, la commissaria Cecilia Malström ha fatto produrre un pamphlet per sfatare le dieci “leggende metropolitane” sul Ttip. A partire dai rigorosi standard Ue su tutela dell’ambiente, degli alimenti e delle persone «che non saranno toccati», così come il diritto degli Stati di legiferare e regolamentare i servizi pubblici e tutelare la diversità culturale, passando per il rafforzamento della trasparenza e dello sviluppo sostenibile (con un capitolo specifico), quindi assicurando che il controllo democratico non è in gioco: “i governi e i deputati europei sono attori chiave nel processo di negoziazione ed hanno l’ultima parola”. Una marcia indietro rispetto all’alone di mistero che per due anni ha avvolto i documenti del trattato che, inizialmente, erano consultabili in una reading room a prova di fuga di notizie soltanto dai circa 40 eurodeputati della commissione commercio estero.

Nonostante le rassicurazioni e le “aperture”, però, il fronte degli oppositori si sta ingrossando. Con la Brexit, difatti, gli Usa hanno perso il loro miglior alleato al tavolo della trattativa e paesi come la Francia, allarmata dai rischi in cui potrebbe incorrere l’agricoltura transalpina, sono pronti a far saltare il Ttip: basterebbe, infatti, il “no” di uno solo dei Parlamenti nazionali per bloccarne l’entrata in vigore. Non è un caso, poi, l’atteggiamento “attendista” della Germania, che è il partner europeo con maggiore export extra Ue e non compreso nel Ttip, soprattutto verso Cina e Russia, anche in considerazione del fatto che il trattato va inserito in un contesto più ampio, al fianco del Ceta (l’accordo commerciale tra Canada e Ue) e del Tpp, il “gemello” che gli Usa stanno contrattando con i Paesi del Pacifico. 

Tra i 24 capitoli del negoziato, del resto, quello sulle indicazioni geografiche dei prodotti agroalimentari rappresenta uno snodo fondamentale, soprattutto per l’Italia e la Francia, che sono tra i maggiori esportatori di prodotti di qualità negli Stati Uniti.

Il cuore vero di ogni trattativa è che cosa si guadagna e cosa si perde, in quali settori si avanza e dove si arretra. Il saldo, secondo la Commissione Ue, sarebbe comunque favorevole e non ci sarebbe pericolo d’invasione di prodotti Ogm, ormoni, sementi transgeniche o simili diavolerie. Per Paolo Rubino, invece, «il Ttip sarà il grimaldello per cancellare l’agricoltura europea e livellare, verso il basso, il nostro sistema di sicurezza alimentare basato sul principio di precauzione». Una posizione che l’europarlamentare Pd Paolo De Castro, in una recente intervista a Formiche.net, respinge risolutamente: «Non sarà siglato alcun accordo che possa risultare negativo per l’Europa e per l’Italia. Ecco perché credo sia irragionevole e controproducente opporsi a prescindere senza voler neanche vedere quali saranno i risultati che si potranno ottenere». E ancora: «Tra Usa e Ue stiamo parlando di 1/3 del valore dell’intero commercio mondiale e nel 2015 l’Europa ha importato dagli Stati Uniti, solo in campo agroalimentare, 13,4 miliardi di euro di prodotti, esportando per 19,3 miliardi. Vuol dire che non si può non pensare alle opportunità che si potrebbero sfruttare eliminando le barriere tariffarie e non, che al momento limitano il nostro export. Senza parlare delle opportunità in termini di contrasto all’italian sounding che un accordo potrebbe portare». A riguardo, poi, la posizione del premier Renzi e dei ministri Calenda e Martina è stata chiara sin dal semestre di presidenza Ue: l’accordo ha “l’appoggio totale e incondizionato del governo”.

Interessante, a tal proposito, la lettura del dossier sul Ttip diffuso dal Senato italiano. Gli Stati Uniti – si legge – “sono interessati a vendere una quota maggiore dei loro prodotti agricoli di base, quali il frumento e la soia”. Le esportazioni UE “interessano in genere prodotti alimentari di maggior valore come alcolici, vino, birra e alimenti trasformati (tra i quali formaggi, prosciutto e cioccolato)”. L'Europa, quindi, ha interesse a “potenziare le vendite agli Stati Uniti dei prodotti alimentari di alta qualità. Al momento, alcuni prodotti alimentari europei, come le mele e vari formaggi, sono vietati sul mercato statunitense; altri sono penalizzati da elevati dazi applicati dagli USA — carni 3%, bevande 22-23% e prodotti lattiero-caseari fino al 139%. L'eliminazione di questi e di altri ostacoli contribuirà a rafforzare le esportazioni UE verso gli Stati Uniti”.

Sullo specifico comparto agroalimentare – continua il documento – “il TTIP riguarderà anche le indicazioni di origine, materia sulla quale la Commissione europea sottolinea che esse sono un punto chiave in qualsiasi accordo commerciale poiché regolano la produzione nei paesi contraenti; pertanto il TTIP dovrebbe garantire che le regole europee incontrino le necessità dell’industria e del commercio e promuovano gli investimenti negli Stati Uniti; occorrono regole comuni per l’indicazione di origine dei prodotti». Inoltre, “al riguardo, il Commissario europeo al commercio, Cecilia Malmström, in visita in Italia il 22 giugno scorso, ha ribadito che la Commissione si sta impegnando per rafforzare la parte del negoziato che riguarda le indicazioni geografiche, al fine di proteggere la produzione di qualità, quale quella italiana, considerato che mentre la vendita del cibo italian style negli Stati Uniti genera un ritorno economico di circa 24 miliardi di euro, soltanto 3,3 miliardi di produzione autentica italiana viene esportata dall’Italia».

Sostanzialmente, senza Ttip, gli americani continuerebbero a produrre e vendere “eccellenze” che di italiano hanno solo il nome e i colori, ma che in realtà sono made in Usa. Il fatto è che nella white list inserita nel Ttip compaiono solo 42 prodotti del paniere Italia che comunque, assieme alla Francia, fa la parte del leone rispetto ai 200 totali “tutelati” a fronte dei 1332 presenti nell’Ue, per un valore di 60 miliardi di euro.

Si tratta, mediamente, del 15 per cento dei 284 marchi dop e igp italiani, quasi 37 miliardi di export nell’anno record 2015. Ed è questo il “prezzo” da pagare per stare nel Ttip: ad una lista ristretta di prodotti difesi, corrisponde una gran parte che dovrebbe competere sul mercato Usa ad armi impari, contro aziende molto più grandi (mediamente di 169 ettari contro i 14 dell’Ue e i meno di 10 dell’Italia) e un sistema di agricoltura industriale, l’agri-business. Le stime note, a voler fare i conti della massaia, parlano di un saldo dell’export più favorevole agli Usa grazie al Ttip, rispetto all’attuale surplus europeo. Basterà la qualità per resistere? Oppure il sistema premierà i tesori protetti e sacrificherà tutti gli altri? Sarebbe invece più giusto chiedere qualche garanzia in più, come ha fatto ad aprile scorso l’Assemblea generale dell'associazione delle regioni europee per i prodotti di origine (Arepo): le Ig rappresentano "un interesse essenziale" dell'Ue e "tutte le Ig registrate devono essere protette in tutti gli accordi commerciali firmati dall'Ue". Se poi i negoziati Ue-Usa dovessero limitarsi ad una lista ristretta – rimarcava ancora Arepo - "le Ig incluse dovrebbero essere selezionate attraverso un processo concertato".

Dubbi e richieste più che leciti. Soprattutto considerando che nel settore del vino l’Ue si è mossa in maniera molto diversa. Nell’accordo firmato nel 2006 a Londra tra Ue e Usa, solo per l’Italia risultano inseriti nella lista di protezione 332 vini di qualità, più altri 116 vini da tavola con nomi d’origine, per un totale di 448 su 523, ossia l’85,6%. Il vino italiano è stato sostanzialmente messo in sicurezza, pur concedendo agli Usa di poter chiamare “genericamente” Chianti e Marsala alcuni vini prodotti in qualche collina strappata ai pellerossa. Nel food, invece, l’Italia e soprattutto il Sud pur essendo i maggiori scrigni di biodiversità e di prodotti d’alta qualità al mondo rischiano – senza poter scegliere la propria politica agricola - di rimetterci l’osso del capocollo. Dop, naturalmente.

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