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Eppur si muove
E’ un paese per vecchi (e bisogna dirlo)

A scadenze fisse l’Istat entra a gamba tesa e ricorda – nel caso fosse un mistero – che l’Italia invecchia, gli anziani aumentano (non i nonni, perché di figli se ne fanno pochi) e i giovani spariscono (o meglio, se ne vanno! Uh!). Giornali e talk show seguono a ruota. I giovani, il lavoro dei giovani, le prospettive dei giovani, la crisi dei giovani, i giovani fannulloni, i giovani volenterosi. Non sentiremo questo, però: «Il descritto quadro di buona disponibilità economica dei longevi, in generale ridimensiona le letture pauperistiche e che troppo spesso associano la vecchiaia alla povertà e alla marginalità». Cos’è? Il giudizio dato dal Censis nel 50° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2016.

In sostanza, va parafrasato così: l’immagine stereotipica degli anziani prostrati dai 300 euro al mese, stremati dalla fame e in attesa di un ombrello dalle intemperie della crisi (ormai un luogo comune) è, appunto, solo un' immagine. L’ombrello c’è, c’è sempre stato, e la crisi – per regola, e non per eccezione - non ha influito. Anzi. Dice il Censis: la ricchezza netta delle famiglie anziane è cresciuta, 1991 e 2012, del 117,8%. Più del doppio, cioè, di quella del totale delle famiglie italiane (+56,8%). E ancora: nel 1991 gli anziani detenevano il 19,3% della nazionale totale, oggi il 34%. E poi: tra il 2008 e il 2015 il reddito medio è ulteriormente aumentato del 5,3%. E, secondo l’Eurostat, il 65,5% della spesa complessiva per la protezione sociale è destinato agli anziani. Cioè, il 32% della spesa pubblica totale: nessun paese industrializzato, dice un rapporto Ocse del 2014, arriva a livelli del genere. In panoramica, «l’Italia è il secondo Paese per pensioni di anzianità e vecchiaia, voce che assorbe il 52,7% della spesa per protezione sociale contro la media europea del 40,6%. Mentre è la penultima per la voce Famiglia e minori con il 4,8% (la media europea è 7,8%)».

Rubando le parole al Censis, «oggi sono evidenti gli esiti di un inedito e perverso gioco intertemporale di trasferimento di risorse che ha letteralmente messo k.o economicamente i millennials (18-34 anni): i giovani saranno più poveri, per la prima volta nella storia, dei loro padri». Coi numeri fa un altro effetto: nel confronto con 25 anni fa, rispetto ai coetanei di allora, gli attuali giovani hanno un reddito inferiore del 26,5%, mentre per la popolazione complessiva il reddito si è ridotto solo dell’8,3%. E per gli over 65? E’ aumentato del 24,3%. La ricchezza familiare degli attuali millennials è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei di 25 anni fa, mentre per gli italiani nell’insieme (nello stesso periodo) il valore attuale è maggiore del 32,3%. E per gli over 65? E’ maggiore dell’84,7%. In breve, sempre più anziani, sempre più ricchi. Seppure i nonni fanno circolare 5,4 miliardi di euro all'anno a parenti e amici (con la «redistribuzione orizzontale) - anche con la mancia ai nipoti, magari - il sistema evidenziato non regge. E non reggerà, alla lunga. Ogni studio ufficiale lo sottolinea, ogni ricerca ne evidenzia gli squilibri. E i numeri sono importanti, si sa: specie quando (maleducatamente) rompono narrazioni consolidate. 

C'è un problema in più, poi. I giovani sono il partito politico di minoranza.  E per qualunque governo è diventato meno conveniente assecondarne le esigenze, politicamente parlando. Essere impopolari, del resto, non paga mai. Gli italiani tra i 18 e i 34 anni sono 11 milioni; gli under 18 sono 10 milioni. Entrambe le categorie (su 60 milioni di cittadini) si stanno contraendo. Sono aumentati, d’altro canto, gli aged (65 e oltre): 13 milioni (+ 2,6 dal 2001). E ci sono, ovviamente, 26 milioni di baby boomers (35-64). Vale per tutti il confronto con il 1951. Allora gli italiani erano 47,5 milioni: oltre 14 milioni avevano meno di 18 anni e quasi 13 milioni avevano tra 18 e 34 anni. 27 milioni, quindi. «Nell’Italia del miracolo economico – concludeva tempo fa il Censis - il 57% della popolazione era composto da giovani con meno di 35 anni, nell’Italia del letargo si sono ridotti al 35%». Rispetto a quell’Italia lì, gli ultrasessantacinquenni sono 9 milioni in più. E i conti con la serva, alla fine, bisognava pur farli. E' una questione demografica. Oggi i giovani hanno due colpe: non sono anziani, né costituiscono – sul momento o in prospettiva - un elettorato forte. La sociologa Sara Saraceno ha sintetizzato con l'Espresso: «In Italia, da almeno una quindicina d'anni, economisti e colleghi hanno individuato uno “scontro generazionale” tra chi ha tanto (i padri) e chi poco (i giovani). In realtà la battaglia sembra finita: hanno stravinto gli anziani».

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