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Eppur si muove
Quando Claudio Borghi difendeva l’euro

Tutto d’un fiato. Fabio Scacciavillani, economista, nel suo blog sul Fatto Quotidiano ha segnalato un articolo di Claudio Borghi, pubblicato sul Giornale il 20 maggio 2010, nel quale il consigliere regionale toscano, ideologo di riferimento del fronte no-euro, nonché stampella della Lega di Matteo Salvini quando c’è da rifilare stoccate a Bruxelles – animatore di talk show, brillante polemista e stella polare del sovranismo monetario (Borghi è tante cose) - spiegava senza perdersi in chiacchiere perché rinunciare alla moneta unica europea sarebbe «un gran pasticcio». E così il Borghi del 2010 – convertito nel 2011 - diventa d’un tratto nemico del Borghi del 2017; cioè del Borghi di oggi, allettato dalla lira di ieri. Nessuno scoop: solo l’evidenza degli argomenti del primo. Che il secondo, certo, non può ignorare.

Cominciamo? Cominciamo. L’articolo si intitola: «Se la Grecia tornasse alla Dracma». E perché, chiede Borghi, uno stato dovrebbe volere la moneta in casa propria? «La ragione è evidente: poter stampare denaro è una gran comodità. Svalutare la moneta per uno stato è come abbassare prezzi e stipendi per tutti contemporaneamente, rendendo la produzione domestica più economica e quindi competitiva sui mercati esteri. Anche il problema del debito verrebbe aggirato, in quanto una Banca Centrale nazionale potrebbe comprare titoli del debito pubblico praticamente “stampando denaro” e consumando il debito con la relativa inflazione».

 

-Qui l’articolo di Scacciavillani

-Qui l’articolo di Borghi

 

Bene. E poi? «Ci sono tuttavia dei “ma” davanti a questa tentazione, talmente grossi da risultare quasi insormontabili. Il primo è che “l’opzione di uscita” dall’unione monetaria non è prevista da alcun trattato, quindi abbandonare l’euro significherebbe abbandonare unilateralmente anche l’Unione Europea, con presumibile immediato ritorno delle dogane e dei dazi attorno al paese, ormai ex euro, come ritorsione contro la “furbata” della svalutazione. Il secondo problema è legato alla facilità di spostamento dei capitali: prevedendo una svalutazione della “nuova” moneta, nel momento in cui anche solo si iniziasse a discutere di un cambio di valuta, tutti tenterebbero di spostare i propri euro fuori dai confini nazionali salvandoli dalla conversione forzata per poterli rimpatriare in un secondo momento con un valore maggiore: bisognerebbe quindi imporre un divieto immediato di esportazione dei capitali fino alla conversione, cosa assai più facile a dirsi che a farsi in un’Europa da tempo senza barriere».

Male. E poi? «In realtà la questione del posizionamento della moneta “fisica” e della sua delocalizzazione per aggirare il cambio in valuta locale è addirittura minimale rispetto all’enorme problema dei contratti. Per la maggior parte dei cittadini, infatti, l’ammontare di denaro liquido che si detiene è ben poca cosa se paragonata con gli impegni che ci coinvolgono, siano essi attivi (come i risparmi investiti in titoli di stato) o passivi (come il mutuo che dobbiamo alla banca) o continuativi (come lo stipendio previsto dal nostro contratto di lavoro). In questo caso sono percorribili due strade ugualmente distruttive: o si cambia solo la moneta (e quindi si ri-denominano solo i prezzi dei beni e i salari, lasciando immutati gli impegni finanziari a suo tempo sottoscritti in euro), o si cambia forzatamente tutto. Nel primo caso si rischiano grandi insolvenze, dato che un debitore si troverebbe nell’antipatica situazione di dover estinguere un mutuo in euro con uno stipendio percepito in valuta locale svalutata; stesso problema dello Stato che dovrebbe ripagare il suo debito pubblico in euro mentre incassa tasse in moneta di valore minore, con conseguente esplosione del rapporto debito/Pil. Nel secondo caso, invece, si tratterebbe di un cambio unilaterale con effetti internazionali delle condizioni di un contratto, dato che il detentore straniero di un titolo di stato emesso in euro pretende, a ragione, che il suo denaro gli venga restituito nella stessa moneta in cui è stato prestato».

Peggio. E quindi? «Sarebbe nient’altro che un default dello Stato (dato che con questa parola si intende il non mantenimento delle proprie obbligazioni) e allora, default per default, tanto varrebbe alzare bandiera bianca prima e ristrutturare il debito senza infilarsi nel ginepraio del cambio di moneta. Insomma, un gran pasticcio».

Reo di aver ricordato quello che era meglio non ricordare, per chi se lo chiedesse, Scacciavillani è già stato gratificato: «Ecco un altro servo della finanza speculativa. Nessuna vergogna», ha sancito un utente. E in attesa della replica di Borghi (nel merito della questione), tra chi ha commentato l’articolo, spunta tale Fulminato1975. Che ha chiesto: «Sig. Scacciavillani, ma lei è un giornalista sotto copertura non ufficiale?». E l’economista: «E cosa dovrebbe significare "copertura non ufficiale"?». Dunque l’affondo: «Cioè al soldo di qualcuno, per scrivere le cose che scrive, per fare campagna politica mascherata da informazione... Lei ha lavorato anche per Goldman&Sachs mi pare. O sbaglio?». 

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