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Brexit, cosa c'è da sapere in vista dell'Eurogruppo

Giovedì 18 e venerdì 19 febbraio a Bruxelles i 28 capi di stato e di governo dei paesi membri si riuniranno per discutere sui quattro importanti privilegi che David Cameron intende strappare ai vertici dell'Unione Europea (ne parlo qui). L'Eurogruppo è stato preceduto da una serie di incontri e dibattiti sia tra le cancellerie europee che tra gli opinionisti. Il paese dove si è discusso di più, per ovvie ragioni, è la Gran Bretagna, dove il primo ministro inglese David Cameron è aspramente criticato sia dalle opposizioni (soprattuto da Ukip, il partito euroscettico) sia dalla base del proprio partito e da qualche ministro del suo governo. Il premier inglese è stato anche accusato di offrire incarichi e viaggi ad alcuni membri del suo partito per convincerli ad abbandonare le posizioni euroscettiche.

Cameron si trova sempre più stretto tra l'incudine dei suoi alleati europei e il martello dell'opinione pubblica britannica. Tra i leader europei a lui più ostili c'è il primo ministro belga Charles Michel, che al “Financial Times” ha dichiarato che «non lascerà che Cameron distrugga l'Europa». Anche il primo ministro polacco Beata Szyldo ha espresso dispiacere per la proposta di togliere l'accesso al welfare britannico ai cittadini europei. Una misura che penalizzerebbe molto la Polonia, che conta un alto numero di migranti in Gran Bretagna. Più conciliante è stata Angela Merkel, la più potente tra i capi di governo dell'Unione Europea (Ue), che ha dichiarato di comprendere le ragioni delle richieste e di ritenere che la permanenza della Gran Bretagna nell'Ue un iteresse per tutti. Infine la Francia, che attraverso l'ex ministro degli Esteri Laurent Fabius, ha ricordato l'importanza che ogni paese membro rispetti i trattati europei.

Proprio quest'ultimo appare uno dei punti focali. Matthew Elliot, uno dei più vivaci oppositori all'accordo, ha sottolineato come non sia possibile esaudire le loro richieste senza una sostanziale riforma dei trattati dell'Unione Europea. Per Elliot, quindi, la trattativa tra David Cameron e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk è un atto di «cosmesi». Dello stesso avviso Nigel Farage, secondo cui tutti i cambiamenti ipotizzati difficilmente passeranno indenni al voto del Parlamento Europeo, che ha anche potere di veto. In generale gli euroscettici ritengono che per ottenere qualche risultato tangibile occorrerebbe una revisione (o un opt out completo britannico) della “Carta di Nizza” (2007), quella cioè che garantisce pari uguaglianza, dignità e libertà a tutti i cittadini dell'Ue. Così come sarebbe infine necessario che la Gran Bretagna riprenda pieno potere di legiferare sui temi sociali e su quelli inerenti al lavoro.

Il “Daily Express”, un quotidiano molto vicino all'“Uk Independence Party”(Ukip), ha elencato altre promesse elettorali che Cameron non avrebbe sottoposto ai vertici europei e che quindi avrebbe infranto. Tra queste c'è quella di impedire che i migranti economici (europei e non) raggiungano la Gran Bretagna senza prima avere una proposta lavorativa. Manca inoltre la proposta di una revisione delle modalità in cui l'Ue ripartisce le sue risorse, e manca una riforma dei vincoli e delle modalità con cui Bruxelles regola le attività agricole dell'Ue. 

In generale Cameron è favorevole alla permanenza del Regno Unito nell'Unione Europea, seppur con alcuni importanti cambiamenti. In molti però considerano il suo euroscetticismo una strategia di difesa per non perdere il consenso tra gli elettori e nel suo partito. 

L'ultimo sondaggio di “Yougov” per il “Times”, uno dei più quotidiani britannici più longevi, ha evidenziato la prevalenza dei sostenitori della “Brexit” (45 percento). I contrari all'uscita dall'Unione europea sono distanti nove punti percentuali (39 percento) mentre un quinto degli elettori rimane indeciso. Nel suo blog su il “Guardian” il professore universitario Roy Greenslade ha denunciato una propaganda da parte di alcuni media britannici (Daily Mail, Daily Express e il Sun) volta a manipolare e a sbilanciare gli elettori verso la “Brexit”.

In generale tra le discussioni più interessanti condotte c'è l'interrogativo su cosa avrebbe fatto Margareth Thatcher se fosse stata al posto di Cameron. La Thatcher è la più importante figura politica della storia recente della Gran Bretagna, e a quasi tre anni dalla sua morte la sua immagine brilla ancora nei cuori dei suoi concittadini. Le considerazioni più importanti, senza dubbio, sono state quelle del suo biografo e di uno dei suoi più stretti collaboratori. Entrambi hanno chiarito che a loro avviso la “lady di ferro” avrebbe cercato una trattativa con l'Europa. Esattamente come sta facendo Cameron in questi mesi. Di parere opposto un altro suo fedelissimo, tutt'ora in Parlamento, che recentemente ha consegnato al “Daily Mail” una lettera in cui la Thatcher riteneva il “Trattato di Maastrich” (1992) «contrario agli interessi britannici e un danno alla nostra democrazia parlamentare». Quello di Maastricht, firmato dai successori della Thatcher, è il trattato che stabilisce i requisiti economici e politici necessari per l'ingresso di uno stato nell'Unione Europea, ed è considerato uno dei più importanti pilastri del diritto comunitario. Maastricht è anche il trattato che istituisce il principio di opt out (rinuncia) e quindi l'idea di “Europa a due velocità”. Quello in sostanza che ha permesso alla Gran Bretagna di non aderire alla moneta rimanendo comque membro dell'Ue. Va precisato però che quella della Thatcher era un'Europa differente. Da premier la Thatcher ha stipulato importanti trattati, tra cui l' “Atto Unico Europeo”, con cui veniva istituita la Comunità Economica Europea (Cee), la penultima antenata dell'attuale Unione Europea. Ma molto da allora è cambiato.

Nei suoi 11 anni di governo i rapporti tra la Thatcher e gli altri leader europei sono stati spesso burrascosi. Seppur mai veramente ostile ad un'idea di Europa, la Thatcher ha sempre difeso con le unghie e con i denti gli interessi del suo popolo. In estrema sintesi si potrebbe dire che la Thatcher abbia sempre visto di buon occhio l'interscambio commerciale con i partner europei, senza però mai mettere in discussione la sovranità nazionale del popolo britannico. Celebre, in tal senso, rimarrà lo scontro di Bruges con l'allora presidente della Commissione Europea Jacques Delors. In quell'occasione, passata alla storia come lo “Bruges speech”, la Thatcher sottolineò come la Gran Bretagna non aveva «abbattuto [...] le frontiere» interne «per vederle reimpostate [...] con un nuovo super stato europeo che eserciti [...] il dominio da Bruxelles». Nonostante le diverse opinioni rimane difficile pronosticare come la Thatcher avrebbe agito se fosse stata al posto di David Cameron, che molti considerano il suo delfino.

Senza dubbio, però, l'Unione Europea è oggi è una importante fonte di ricchezza per la Gran Bretagna. Secondo alcune stime oggi i prodotti britannici vengono esportati per il 47 percento verso l'Europa e un'eventale uscita dall'Ue non sarebbe un benificio per le imprese britanniche. Anche per questo avere un'Europa stabile politicamente è sempre stato un interesse primario per i governi britannici. Ne è convinto anche l'editorialista del “Financial Times” Martin Wolf, uno dei massimi esperti in questioni economiche del Regno Unito, che recentemente ha scritto come il suo paese «abbia bisogno di aver una voce in Europa». Wolf ha sottolineato inoltre come «l'Europa necessiti che il Regno Unito abbia questa voce». La Gran Bretanga rappresenta infatti la seconda economia dell'Unione Europea e la prima dell'area “no-euro”. Tra Europa e Gran Bretagna, secondo Wolf, ci dovrebbe essere «una relazione di testa e non di cuore». Anche per questo Wolf auspica che Cameron e l'Unione Europea arrivino ad un accordo politico che eviti la consultazione referendaria, scongiurando così un lungo periodo di instabilità per tutti. Rimane difficile però pronosticare con esattezza se in caso di Brexit il Regno Unito non possa trovare altri equilibri ugualmente vantaggiosi.

In molti ritengono che in caso di Brexit il mercato finanziario ne risentirebbe, e con esso tutta l'economia britannica. Recentemente la“Lloyd's di Londra”, una delle compagnie assicurative più importanti al mondo, ha espresso preoccupazione per la possibile uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. La “Lloyd's" reputa la permanenza nel mercato comune un «fattore chiave per la crescita futura» per «restare competitivi col resto del mondo». La permanenza nell'Unione Europea permette infatti al Regno Unito di attrarre investimenti cospicui sia dai paesi membri che quelli al di fuori dell'Unione Europea. Con l'eventuale Brexit la “City of London”, ossia il centro finanziario della capitale, faticherebbe a rimanere tra i più importanti al mondo. 

Le dichiarazioni provenienti dalla “City” erano molto attese. Secondo lo studio della “Boston Consulting Group” (Bcg), una delle aziende leader nel settore della consulenza strategica per il business, nel 2014 il mercato finanziario ha avuto un giro di affari di quasi 40 miliardi di euro, di cui un terzo (circa 13 miliardi) generato dal mercato delle assicurazioni. Secondo l'ufficio nazionale di statistica britannico (Ons) l'economia dipende quasi interamente dal terzo settore, quello dei servizi, che produce il 78 percento della ricchezza totale del paese. Al contempo l'industria ne genera il 14,9 percento, mentre quello delle costruzioni è da tempo fermo al 5,9 percento. Quello dei servizi è uno dei più ampi e oltre alla finanza comprende tutto l'apparato burocratico dello stato e l'istruzione, ma anche tutte attività legate al turismo e alle strutture ricettizie in genere. Secondo le stime periodiche del “Ons” da tempo i servizi finanziari incidono per il 40 percento del totale, quindi più di tutti gli altri segmenti del settore. Ma la Brexit rischia di compromettere questo trend. Nonstante la “Hsbc”, uno dei più importanti gruppi bancari del pianeta, abbia dichiarato che in caso di Brexit non sposterà la sua sede principale ad Hong Kong, il 20 percento dei posti di lavoro (circa 1000) sarebbero spostati da Londra a Parigi in caso di Brexit. Un recente sondaggio condotto tra gli addetti ai lavori della “City” ha evidenziato come la “Brexit” sia uno dei principali rischi dello scenario economico europeo. 

Il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ha escluso l'ipotesi Brexit dicendo che «non esiste nessun piano B» e che tutto rimarrà come adesso. Anche per via dei possibile effetti politici che ne scaturirebbero. Come ricorda Alberto Battaglia su “Wall Street Italia”, in caso di vittoria di Cameron ci sarebbe una vera e propria «bandwagoning» e cioè che la salita sul carro dei vincitori di altri leader europei, pronti a chiedere deroghe e privilegi a Bruxelles. Tra queste si annovera la questione dei migranti avanzata dalla Danimarca, o la richiesta di un ritorno ad una maggiore sovranità nazionale richesta dal “Front National” in Francia, ma anche la flessibilità nei conti richiesta dall'Italia. Da tempo vari governi italiani chiedono maggior flessibilità dei parametri di bilancio. In pratica i vertici italiani chiedono all'Europa di potersi indebitare maggiormente per garantire gli investimenti necessari per il rilancio dell'economia. Ma in termini di rapporto debito-pil l'Italia è già il terzo paese più indebitato del mondo dopo lo Zimbabwe (secondo) e Giappone (primo). Motivo per cui da tempo le istituzioni europee chiedono un taglio della spesa dello stato, soprattuto quella improduttiva che non crea né ricchezza né servizi per il paese.

In una ricente intervista l'attuale premier Matteo Renzi (Partito Democratico) ha espresso il suo sostegno a Cameron dicendo che «scommette» su di lui, perchè non si può permettere che «la mancanza di un accordo provochi la Brexit». Critico invece Beppe Grillo che ha evidenziato la disparità di trattamento tra la Gran Bretagna e la Grecia, stretta nella morsa di una profonda crisi economica. Nel suo blog il fondatore del “Movimento 5 stelle” ha predetto la fine del principio “ever closer union” quello per cui ogni paese dell'Ue debba legiferare nell'interesse comune. Un elemento cardine nell'idea di una sempre più stringente unità politica oltre che economico-monetaria. Duro anche Matteo Salvini, il leader della “Lega Nord”, il partito più apprezzato tra l'elettorato del centrodestra italiano. Tra le ultime battaglie euroscettiche, Salvini ha aggiunto quella sul “Trattato di Schengen” (1985) e sulla restaurazione dei controlli alle frontiere di ogni singolo stato membro.

In un suo recente articolo Leonardo Maisano, corrispondente da Londra per il “Sole 24 ore”, il principale organo di informazione economica in Italia, ha apostrofato come una «vittoria di Pirro» il possibile accordo tra Cameron e l'Europa. Un prezzo troppo alto che secondo il giornalista starebbe portando «l'Europa sull'orlo dell'abisso per 130mila assegni famigliari e benefit […] concessi […] a cittadini Ue residenti nel Regno Unito». Anche per questo rimane attuale un celebre commento del giornalista francese André Frossard, secondo cui «l'Europa cerca di darsi una una politica e una moneta comune», senza tener conto che «prima abbia bisogno di un'anima».

 

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Patacchiola Armando Michel, classe '84, ho studiato giornalismo alla Eidos e all'Università degli Studi di Perugia. Ho collaborato con “Tgcom24” e “The Post Internazionale”. Scrivo per raccontare storie del mondo, tenendo sempre a mente cosa succede in Italia.

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