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Panama Papers: cosa sono e come sono coinvolti i leader europei

Immaginate di avere un un po’ di risparmi, ma per un motivo o per un altro non abbiate nessuna intenzione di render conto su come e quando abbiate guadagnato questi soldi. Immaginate ora di aver scoperto un posto fidato in cui nascondere questi denari, un posto lontano in cui nessuno possa scovarli, ma che per raggiungerlo abbiate bisogno di qualcuno. Immaginate infine che qualcuno un giorno faccia la spia e che spifferi ai quattro venti sia la tua storia sia quella di altre persone e che questa fuga di notizie diventi la più grande mai avvenuta nella storia della finanza mondiale. Sarebbe un modo semplice e immediato per capire cosa sta accadendo con i “Panama Papers”. German Lopez, su “Vox”, un magazine americano che gode di ampie stime, ha tentato di spiegarlo con la metafora di un bambino che per sfuggire alle premure della madre decide di mettere il suo salvadanaio a casa dell’amico Johnny, i cui genitori sono troppo indaffarati per controllare cosa fa il figlio. La voce si diffonde e la casa di Johnny diventa una sorta di deposito di salvadanai dei bambini: anche di quelli che accumulano monete e banconote rubando di soppiatto dalle tasche dei genitori. Un giorno la mamma di Johnny si accorge di tutto e informa i genitori degli amici, scoperchiando le marachelle dei bambini. Nella metafora di Lopez la mamma di Johnny è la talpa della "Mossack Fonseca", la quarta società più importante al mondo che si occupa di creare e gestire per conto dei clienti società in posti esotici dove le tasse e controlli sono bassi o non ci sono per niente (i paradisi fiscali). A pochi giorni dall’uscita dello scandalo “Panama Papers” “la talpa” rimane ignota, e difficilmente verrà scovata, anche per i rischi a cui andrebbe incontro.

Tutto è partito con l’invio di un immenso archivio digitale da ben 2,6 terabyte di dati al quotidiano tedesco “Süddeutsche Zeitung”. Data l’enorme mole di documenti la testata monacense ha deciso di coinvolgere il “Consortium of Investigative Journalists” (ICIJ), una rete globale che comprende oltre 180 giornalisti investigativi in tutto il mondo, e che a sua volta ha coinvolto altre 100 testate giornalistiche in 80 paesi per studiare e analizzare in modo più celere e obbiettivo possibile il contenuto delle carte e i possibili risvolti.

Finora e in attesa che le indagini fiscali e giudiziarie facciano il loro corso, gli effetti più devastanti sono stati quelli politici. Lo scorso 7 aprile Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, in carica da 3 anni come premier dell’Islanda, si è dovuto dimettere a seguito delle proteste della popolazione: un gruppo di qualche migliaio di persone, quasi l’8 percento della popolazione totale. Gunnlaugsson, assieme alla moglie Anna Sigurlaug Pálsdóttir, era in possesso di alcune azioni della società offshore “Wintris”, registrata nel 2007 nelle Isole Vergini britanniche. La "Wintris” sarebbe stata costruita per gestire la ricca eredità del padre della moglie: un giro d’affari di alcuni milioni di euro. Otto mesi prima di essere eletto tra i liberali all’“Athing” (il Parlamento islandese) Gunnlaugsson ha però ceduto le sue quote a sua moglie per una cifra simbolica di un dollaro americano. Come riporta il “Guardian”, però, Gunnlaugsson ha fallito nel non dichiarare il suoi interessi diretti o indiretti con la società, sia prima che dopo esser stato eletto premier: il che costituisce reato. Anche l’Islanda, come altri paesi, in quel periodo ha sofferto la crisi economica globale: inflazione al 18 percento, stato sociale azzoppato, e il numero dei disoccupati triplicato in pochi anni. In più di una circostanza Gunnlaugsson si è detto «orgoglioso» di quanto fatto dal suo governo per superare una delle più gravi crisi finanziarie della storia recente. I cittadini non lo hanno però perdonato. Sul “Wall Street Journal” Sigmundur Halldorsson, uno sviluppatore web di 49 anni ha dichiarato: «ci ha detto di credere nell’Islanda, ma allo stesso tempo ha deciso che l’Islanda non fosse il posto giusto per tenere i suoi soldi».

Ben più grave quanto riportato dalla tv di stato britannica “BBC”, che cita documenti del tribunale islandese che legano la “Wintris” ad investimenti nelle tre maggiori banche islandesi, il cui valore azionario è però è crollato durante la crisi, e che senza l’intervento con capitali pubblici con cui sono state nazionalizzate sarebbero fallite. «Un po’ della rabbia degli islandesi probabilmente deriva dalla percezione del conflitto di interessi» si legge sul sito della “BBC”. Gunnlaugsson è infatti coinvolto nelle negoziazioni delle banche e in più di una circostanza ha persino etichettato gli investitori stranieri che richiedevano indietro i loro soldi investiti come degli «avvoltoi».

Come spiega il professore universitario americano della “UC Berkley” Gabriel Zucman, questo sistema incrementa il gap tra ricchi e poveri, permettendo ai ricchi di rimanere ricchi e ai poveri di rimanere poveri e non emanciparsi. Zucman ha calcolato che in Europa ogni hanno si evadono 78 miliardi di euro. Una somma che se recuperata potrebbe per esempio implementare il welfare o abbassare le tasse.

In rete è facile trovare qualsiasi tipo di informazione sulle offshore. Su “Paradisifiscali.org” il Ceo di una azienda che fornisce servizi simili a quelli di “Mossack Fonseca” non usa mezzi termini: chi ha una società offshore generalmente lo fa per ridurre il carico fiscale e proteggere i propri capitali. Come spiega lo “Studio legale Bertaggia” avere una offshore non è illegale, ma occorre precisare che non tutti gli usi sono consentiti. La società offshore, infatti, non deve essere usata come uno strumento per evadere in toto la tassazione del paese in cui si risiede e si lavora. In generale gli usi legittimi delle società offshore si annoverano quelli legati: al commercio internazionale, alla tutela della proprietà intellettuale, alla registrazione di navi, alla protezione dei beni, alla maggiore privacy e alla riservatezza degli assetti proprietari delle holding e alla gestione delle successioni ereditarie.

Su “Vox” il giornalista Matthew Iglesias aggiunge tra gli usi legali consentiti dalle leggi anche i casi più spinosi di divorzi: per esempio un partner potrebbe usare una società offshore per occultare una parte del proprio patrimonio, e questa sarebbe invisibile alle agenzie competenti e quindi i beni al suo interno non entrerebbero nelle eventuali trattative della separazione dei beni. Ma è proprio dietro questa segretezza, che generalmente si nasconde con la dicitura “the bearer” (o al portatore) che si nascondono la maggior parte dei malaffari. Una società offshore “al portatore” è come una chiave: chi la possiede può aprire il portone e avere accesso alla stanza e ai suoi beni. A prescindere di chi sia la proprietà. In questo tipo di società i nomi degli intestatari sono schermati. E’ chiaro che è generalmente in queste società che è più facile che confluiscano le attività più illecite, favorite proprio dalla possibilità di celare l’identità dell’interessato. Molte società iscritte nei “Panama Papers” sono schermate e quindi ancora segrete.

Generalmente per tutti questi tipi di attività ci sono oltre 200 giurisdizioni in tutto il mondo che offrono soluzioni vantaggiose. Tra i paesi più convenienti e adatti c’è proprio Panama, che dal 1932 offre la migliore legge offshore, a bassi costi, e con requisiti per l’amministrazione delle società assai semplificati. I “Panama Papers” sono solo una parte delle operazioni offshore complessive: se si considera che le società citate negli archivi sono 210 mila, sparse in 21 paradisi fiscali. Nel suo libro “The Hidden Wealth of Nations” Zucman ha evidenziato il fenomeno offshore e lo ha quantificato in 7,6 trilioni di dollari, circa l’8 percento della ricchezza finanziaria del mondo. Di questi secondo Zucman circa l’80 percento (6 trilioni di dollari) sono stati nascosti e mai tassati da nessun governo.

Il premier islandese Gunnlaugsson non è l’unico ad esser stato colpito dallo scandalo “Panama Papers”. Tra quelli europei in carica c’è sicuramente il premier britannico David Cameron, chiamato in causa dalla società del padre Ian: la “Blairmore”, con sede in Panama e alle Bahamas. Prima di diventare premier Cameron possedeva circa 40 mila euro in azioni della società del padre, da cui ha ricevuto cedole (e quindi guadagni) e da cui ha ottenuto una plusvalenza al momento della vendita e su cui «non è stato pagato nemmeno un penny».

L’esperto giornalista Simon Jenkins sul “Guardian” ha assolto Cameron come contribuente, ma non come politico. Jenkins ha infatti sottolineato che il ricco Cameron, da cittadino, abbia solo il limite di rispettare la legge quando persegue il suo diritto a difendere la propria ricchezza. Non lo è però quando è in carica come parlamentare o come premier, quando ha il dovere di perseguire gli interessi collettivi e non solo della fazione dei più scaltri e abbienti. Jenkin pensa inoltre che tutta questa ondata di rigore e sgomento da parte dell’opinione pubblica britannica sia fuori luogo, anche perché Cameron si è ben comportato quando ha deciso di vendere, prima di trasferirsi a Downing Street, le sue quote societarie. Probabile che con il concetto di fuori luogo Jerkins si riferisca alla dipendenza che ha l’economia del Regno Unito nei confronti della finanza, sia dal centro finanziario della “City” che dai territori oltre oceano che ospitano molte delle società della finanza. E’ questo forse il vero dramma per la Gran Bretagna. Il “Guardian” ha definito la settimana successiva all’esplosione dei “Panama Papers” quella «più difficile nella vita politica di Cameron», anche per via di come è stata gestita mediaticamente: troppi silenzi o troppe domande schivate, e una tardiva ammissione, avvenuta dopo ben cinque giorni. Probabile che parte dell’imbarazzo politico di Cameron derivi dalla promessa avanzata durante il G8 in Irlanda del Nord, nel giugno del 2013. Nell’occasione Cameron promise di istituire un registro di coloro che beneficiano di una società offshore. Senza però precisare che avrebbe dovuto inserire anche il suo nome. La questione “Panama Papers” sta minando la leadership di Cameron: il capo dell’opposizione Jeremy Corbyn ha dichiarato che «Cameron ha fuorviato il pubblico» e «ha perso la fiducia degli inglesi». Forse per questo, Cameron ha deciso di rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi dal 2009 al 2016: è la prima volta che un premier lo fa. Ma questa “operazione trasparenza” ha suscitato altre polemiche, perché sono venute alla luce altre magagne: si è scoperto, infatti, che la madre ha usato un escamotage (del tutto legale) per ridurre la tasse di successione della eredità: con un risparmio di quasi 100mila euro. Parlando di quella appena trascorsa Cameron ha dichiarato: «non è stata una grande settimana» e qualcuno sussurra che possa portare anche alle dimissioni del premier.

Al di là della Manica, in Francia, è la famiglia Le Pen ad essere finita nei guai a causa dei “Panama Papers”. Jean Marie Le Pen è il fondatore del “Front National” (FN) il partito di estrema destra che secondo gli ultimi sondaggi gode di ampi consensi tra i giovani tra i 18 e 24 anni. Sia il suo fondatore che l’attuale presidente del partito (la figlia Marine) anche se per motivi diversi sono coinvolti più o meno indirettamente nei “Panama Papers”. Tramite un comunicato il “Front National” ha annunciato azioni legali contro chi diffami il partito. Nei giorni scorsi “Le Monde”, che in Francia ha l’esclusiva per quanto riguarda i “Panama Papers”, aveva annunciato che uno dei maggiori partiti francesi era coinvolto nei “Panama Papers”. Poi dopo accurati controlli la testata parigina ha chiarito che le persone in questione sono due fedeli alleati di Marine Le Pen: l’uomo d’affari Fréderic Chatillon e il ragioniere Nicolas Crochet. Entrambi legati al FN. Sia su Chatillon che Crochet pendono già delle inchieste giudiziarie per un presunto finanziamento illecito al partito durante le tornate elettorali tra il 2011 e il 2012. “Le Monde” ha chiarito che le nuove informazioni giunte dai “Panama Papers” sono in grado di dare ulteriori prove su come sia Crochet, sia Chatillon abbiano aggirato il fisco francese tramite un complesso giro di denaro tra Hong Kong, Singapore, le Isole Vergini Britanniche e Panama. Grazie anche alla "Mossack Fonseca". Le carte parlano di almeno 316 mila euro, che sarebbero confluiti anche tramite la società di Chatillon: la “Riwal”, creata nel 1995 a Singapore e che tutt’ora fornisce dei servizi al FN. Anche l’ascesa politica di Marine Le Pen sarebbe stata finanziata illegalmente: tramite il micro-partito “Jeanne” che ufficialmente non non ha niente a che vedere con Marine, ma che sono in molti a ritenere che abbia reperito i finanziamenti per aiutarla nella scalata all’interno del FN (ai danni del padre Jean-Marie). Per capire la portata finanziaria di “Jeanne” è sufficiente pensare che durante le presidenziali del 2012 era il quarto partito più ricco di Francia. Più ricco persino del Front National. Secondo quanto ipotizzano i giudici i guadagni di “Jeanne” sarebbero legati prevalentemente ai servizi da intermediario resi per il “kit del candidato”: un sistema per garantire e anticipare ai candidati del “Front National” alcuni servizi tra cui la liquidità necessaria (a tassi di prestito elevati) per affrontare le elezioni. In questo giro di denaro, che i candidati del FN ripagavano grazie ai fondi pubblici, ha avuto un ruolo fondamentale la “Riwal” di Chatillon. Saranno le inchieste dei giudici a chiarire l’esatta dinamica dei fatti ed eventuali responsabilità. Ma secondo “Le Monde”, che è uno dei più autorevoli quotidiani di Francia, la questione offshore «minaccia la tenuta del FN e di Marine Le Pen».

Più semplice la questione legata a Jean-Marie Le Pen. Il “bottino” è noto da tempo: circa 2,2 milioni di euro tra oro, titoli e contanti. I magistrati devono ora provare il legame tra il legittimo intestatario della società offshore “Balerton Marketing Limited” che è il maggiordomo Gérald Gérin, e i suoi ex datori di lavoro: Jean Marie e Jeanine Le Pen. A questa inchiesta, già portata alla luce dal sito indipendente “Mediapart”, lo scandalo “Panama Papers” starebbe offrendo alcune altre importanti informazioni che avvalerebbero la ricostruzione dei giudici: ossia che Gérin è un prestanome e che ci sia una «confusione patrimoniale» tra i coniugi Le Pen e il loro servitore. Entrambe le parti hanno smentito la ricostruzione dei giudici e Gérin. Gérin ha dichiarato inoltre di aver dato mandato ad un avvocato per avviare le pratiche per regolare la sua posizione con il Fisco, e di considerare quelli in seno a “Balerton” solo degli investimenti per la vecchiaia.

La vicenda dei “Panama Papers”, in Italia, non ha avuto particolari effetti sulla politica. Tra i nomi citati da “L’Espresso”, che ha esclusiva dell’inchiesta per l’Italia, c’è solo il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, menzionato per una vecchia vicenda dove è stato condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per il processo sui diritti tv di “Mediaset”. La giustizia ha appurato che il premier ha usufruito di alcune società offshore per facilitare l’acquisto di alcuni film dalle major hollywoodiane. Tra i file della Mossack Fonseca compare anche il patron dell’Inter Erick Tohir, assieme all’ex calciatore di Roma e Juve Daniel Fonseca (oggi procuratore sportivo), all’ex allenatore del Milan Clarence Seedorf e al calciatore dell’Inter Ivan Zamorano. Tra gli sportivi figura il pilota abruzzese Jarno Trulli, mentre nel mondo dello spettacolo i volti più noti sono la conduttrice Mediaset Maria Carmela (in arte Barbara D’Urso) e il regista Carlo Verdone. Nel mondo dell’imprenditoria il nome più in vista è certamente quello del presidente di Alitalia Luca Cordero di Montezemolo, dei re del catering Stefano e Roberto Ottaviani e del ricchissimo petroliere Gian Angelo Perrucci. Particolare menzione va fatta per lo stilista Valentino, presente nella lista. Valentino è però residente a Londra da molti anni. La lista dei “Panama Papers” comprende anche il mondo della magistratura: è l’ex pm di Santa Maria Capua Vetere Silvio Sacchi, che ha lasciato la toga dopo esser stato accusato di farsi corrompere da un imprenditore imputato in complicità con il clan dei Casalesi. Ma tra i primi 100 nomi pubblicati da “L’Espresso” forse i più interessanti sono quelli degli esponenti della malavita: i fratelli Graviano, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, il figlio dell’ex sindaco di Palermo Massimo Ciancimino. Una lista lunga di persone legate alla malavita che hanno trasferito il frutto delle loro attività illecite grazie anche alla "Mossack Fonseca".

Lo scandalo “Panama Papers” ha messo in luce per l’ennesima volta «un ingranaggio di un sistema globale che tollera l’esistenza dei paradisi fiscali»: dal Medio Oriente all’Asia passando per il Sud America. Da esponenti di regime a quelli di democrazie più o meno consolidate. Tra le 140 personalità politiche o uomini di stato figurerebbero: l’attuale presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko, il re dell’Arabia Saudita Salaman bin Abdulaziz Al Saud, il sovrano, il neo eletto presidente dell’Argentina Mauricio Macrì, l’ex primo ministro iracheno Ayad Allawi e l’attuale presidente siriano Bashar al Assad oltre al sovrano del Marocco Mohammed VI. Lambiti anche i potentissimi della terra come Vladimir Putin, che ha visto coinvolte persone a lui vicine, oppure i familiari del presidente cinese Xi JinPing assieme ad altre importanti famiglie della borghesia cinese.

Nessuna frase è forse più utile per commentare la vicenda della “Mossack Fonseca” di quella della nipote di Ramón Fonseca, apparsa tempo fa sulla rete: «Io vivo senza sensi di colpa e non mi interessa cosa dite su mio zio e su Panama. Noi siamo un paese felice dove nessuno lavora perché voi tutti portate i vostri sporchi denari qui. E noi li spendiamo. I vostri governi sono quelli che commettono i crimini. Noi siamo solo degli avvocati. Panama è il paese più felice del Mondo».

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Patacchiola Armando Michel, classe '84, ho studiato giornalismo alla Eidos e all'Università degli Studi di Perugia. Ho collaborato con “Tgcom24” e “The Post Internazionale”. Scrivo per raccontare storie del mondo, tenendo sempre a mente cosa succede in Italia.

 

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