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Spagna, governo Sanchez o nuove elezioni?

Tra il 2 e il 5 marzo, quindi dopo più di 13 settimane dalla elezioni del 20 dicembre (20D), si saprà se la Spagna avrà un nuovo governo di coalizione o se al contrario farà seguito un interim fino ad una nuova consulazione elettorale. Dopo il fallimento dell'ex premier e vertice del “Partito Popolare” (PP) Mariano Rajoy il Re Felipe VI ha incaricato il leader del “Partito socialista operaio spagnolo” (PSOE) Pedro Sanchez di formare un nuovo governo, il primo dell'undicesima legislatura.

Sanchez ha impiegato tutto il mese di febbraio ad imbastire e a siglare le trattative con gli altri gruppi parlamentari che siedono al “Congreso de los Diputados”, la camera bassa della “Cortes Generales”, il Parlamento spagnolo. L'unica camera incaricata di votare la fiducia al governo. Ma alla vigilia del voto del 2 marzo, la possibilità che il leader socialista possa ottenere un ampio consenso sembra abbastanza lontana.

Il voto di fiducia è previsto con maggioranza assoluta il 2 marzo (senza l'utilità di un' astensione) e con maggioranza semplice il 5 marzo (quindi con possibilità da parte dei partiti di minoranza di astenersi). Sanchez ha siglato un patto di governo con Ciudadanos (C's), un partito emergente guidato da Albert Rivera che veicola ideali a metà tra il liberismo e il socialismo. Ma al “Congreso de los Diputados” l'unione tra il Psoe e C's non supera i 130 scranni, lontana quindi ben 46 voti dalla maggioranza di 176 voti necessari per l'ottenimento della fiducia.

Sanchez ha quindi lanciato ad altri partiti minori della galassia della sinistra iberica alcune proposte: tra queste una completa revisione e quindi l'introduzione della tassa sui beni immobili (IBI) alla Chiesa cattolica, l'abolizione della separazione per sesso in tutte le scuole pubbliche spagnole; liberare dai vincoli del deficit alcune delle regioni autonome; togliere alcune importanti concessioni ambientali ad alcune fabbriche particolarmente inquinanti; appoggiare l'impreditoria agricola, pastorizia e ittica ed infine equiparare il valore delle lingue delle comunità autonome al castigliano (lo spagnolo) in tutti gli apparati dello stato (soprattutto in quello giudiziario).

Ma è con “Podemos” che il Psoe mira ad avere un accordo, non fosse altro per questioni numeriche. “Podemos” è il partito emergente della sinistra radicale e anti-sistema, nato dalle piattaforme anti-sfratto catalano: quelle che hanno invaso le piazze chiedendo tutela dalle banche. I sondaggi diffusi prima delle elezioni davano “Podemos” in flessione, ed in molti hanno descritto come una parabola discendente la fase intrapresa dal “Movimento5Stelle” spagnolo. Ma i risultati hanno scacciato definitivamente ogni dubbio, e il 20D il partito guidato da Pablo Iglesias Turrion ha ottenuto 42 scranni, risultando dopo i conservatori del PP e il Psoe il partito più votato, e distanziando di due seggi proprio i rivali di C's.

Dati alla mano nemmeno i voti di “Podemos” basterebbero a dare solidità all'asse Psoe-C's e per avviare un governo «progressista e riformista». Ma oltre al vessillo di partito emergente più apprezzato, ci sono altre importanti differenze sostanziali che impediscono a “Podemos” e C's di andare veramente d'accordo. Tra queste c'è la questione della Catalogna, la regione a sud est della Spagna che da anni chiede la secessione: entrambi i movimenti hanno avuto origine in Catalogna, ma “Podemos” è secessionista e ha improntato la sua campagna elettorale sulla promessa di istituire un referendum; mentre “Ciudadanos” è contrario all'ipotesi secessionista, seppur non essendo un partito propriamente nazionalista.

Ma le differenze tra “Ciudadanos” e “Podemos”sono abissali anche sul versante economico, dove il primo professa valori liberisti, e quindi lotta per un disimpegno dello stato dall'economia reale, mentre il secondo ha in mente un modello di stato presente e attivo nel finanziare e regolare i processi economici del paese. E' così per esempio che Iglesias crede necessario avanzare un piano di assunzioni del settore pubblico, eliminare gli incentivi per le assunzioni part time, e l'aumento dei contributi sociali, soprattutto per le fasce più bisognose, così come vede di buon occhio l'innalzamento del salario minimo dei lavoratori. Al contrario C's non vuole nuove assunzioni di colletti bianchi nella pubblica amministrazione, è favorevole alla creazione di un “contratto unico” simile al modello delle tutele crescenti italiano, chiede una revisione al ribasso dei contributi sociali e non ritiene opportuno l'incremento del “salario minimo” dei lavoratori.

Tra le proposte, particolarmente gradite a “Podemos”, c' è quella di rendere obbligatoria la “dacion en pago” sulle ipoteche, un tema molto sentito dalla base elettorale di “Podemos”, soprattutto per le sue origini. In pratica, con questa proposta, il Psoe obbligherebbe le banche ad estinguere completamente i debiti delle ipoteche riacquistando l'immobile del cliente moroso. Oggi invece, in Spagna, il bene ipotecato viene messo all'asta, e il ricavato contribuisce ad estinguere il debito. Ma se il bene espropriato viene venduto ad un prezzo troppo basso, il cliente dovrà restituire comunque alla banca la parte del mutuo ancora non estinta. Questa soluzione darebbe molte tutele al cittadino, aprendo a nuove trattative con le banche e a nuovi accordi vantaggiosi per tutti quei cittadini che rischiano di perdere la propria casa per via delle difficoltà economiche.

Ma nonostante i tentativi di sedurre i 71 deputati da parte di Sanchez, le distanze rimarranno siderali, e difficilmente saranno colmate con accordi dell'ultim'ora. Sono da leggere in questo senso le dichiarazioni di Rivera di questi giorni, dove il leader di C's intimava a Sanchez di non cambiare nessun punto del programma siglato, pena il decadimento di quello che è stato definito il “patto dell'abbraccio”. Così come sono da leggere in questo senso le dichiarazioni stizzite dei vertici di “Podemos”, che hanno etichettato come «non serio» e solo come un «copia e incolla» del patto Psoe-C's il tentativo di avvicinamento di Sanchez.

Dello stesso avviso anche “Em Comu”(il “Podemos catalano) separato ma affiliato da Iglesias, che conta 12 seggi parlamentari. Così come “Compromis”, il partito ecologista, progressista ed europeista nato a Valencia, che ha eletto 9 parlamentari. Si è tirata fuori dall'«accordo neoliberale tra Psoe e C's» anche “Izquierda Unida-Unidad Popular”, i cui due parlamentari potrebbero al massimo astenersi e non ostacolare la formazione del governo nella votazione di sabato 5 marzo.

Dopo il 5 marzo, se Sanchez fallisse, in Spagna si aprirebbe a tutti gli effetti un periodo di forte instabilità, in cui sarà sì possibile imbastire e votare nuove alleanze, ma in un lasso di tempo massimo di due mesi. La Costituzione prevede infatti dei vincoli stretti per la formazione del governo dopo la prima votazione, e seguendo queste regole il Parlamento potrebbe esser sciolto entro il 3 maggio. Mentre le nuove elezioni avrebbero luogo probabilmente domenica 26 giugno.

Su “El Espanol” uno dei quotidiani più autorevoli tra quelli emergenti del panorama mediatico spagnolo, Daniel Basteiro ha previsto che “il Patto del'abbraccio” si possa trasforamre in una possibile trappola per i socialisti spagnoli. Secondo Basteiro, infatti, dopo il voto “Ciudadanos” non farebbe nessuna fatica a trovare lo stesso accordo con il PP, il gruppo più corposo con 123 deputati. Numeri tuttavia insufficienti per una maggioranza solida (mancherebbero infatti 13 voti anche all'asse PP-C's). Ma a quel punto, ed è qui che scatta la trappola politica, Sanchez si troverebbe costretto ad allargare il “pato del abrazo” anche agli odiati rivali del PP. Sacrificando i propri valori sull'altare dell'interesse nazionale. Un incubo che potrebbe Sanchez a scegliere tra l'alleanza con gli acerrimi rivali (già rifiutata durante le prime consultazioni) oppure a pagare il prezzo politico di un mancato accordo. Entrambe queste scelte avrebbero effetti negativi per il Psoe.

Quanto sta accadendo in Spagna è assai simile agli scenari tipici italiani. Non a caso lo scorso dicembre, poco dopo la chisura delle urne, “El Pais” uno tra i più autorevoli quotidiani spagnoli, ha paragonato la situazione spagnola a quella italiana. Nell'articolo, intitolato “Benvenuti in Italia” “El Pais” ha ricordato come dal secondo dopoguerra ad oggi nel nostro paese si siano succeduti in media un governo ogni sei mesi. E in molti casi, spesso, molti partiti precedentemente ostili, si sono ritrovati a sedere assieme tra i banchi del governo. Basti pensare, per esempio, a quanto accaduto in questa legislatura: quando Bersani ha fallito l'accordo con il “Movimento5Stelle”, o quando Enrico Letta ha trovato un accordo con Silvio Berlusconi per formare il 62esimo Governo della Repubblica italiana, il penultimo dell'attuale legislatura.

Appare quindi chiaro come oggi, alla vigilia del voto sulla fiducia al governo Sanchez, la Spagna sia ad un bivio: da un lato ci sono le nuove elezioni, non da tutti ritenute pienamente risolutive, visto il pericolo di reiterazione della medesima situazione ma con oltre sei mesi di istabilità alle spalle; dall'altro ci sono le larghe intese, con tutti i rischi di ingovernabilità e impasse che possono scaturire da accordi tra partiti storicamente ostili. Come ha scritto “El Pais” d'ora in poi la Spagna dovrà «abituar(si) a cose che fino a questo momento vedevamo nelle televisioni di Roma […] all'arte del trasformismo e alla quadratura del cerchio, e al tempo che scorre senza che nulla accada». Ma gli spagnoli, saranno veramente pronti per questo cambiamento?

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Patacchiola Armando Michel, classe '84, ho studiato giornalismo alla Eidos e all'Università degli Studi di Perugia. Ho collaborato con “Tgcom24” e “The Post Internazionale”. Scrivo per raccontare storie del mondo, tenendo sempre a mente cosa succede in Italia.

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