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Stati Uniti e Islam, chi è con Donald Trump e chi no

Lo scorso 8 dicembre il repubblicano Donald John Trump, uno dei papabili candidati alla presidenza degli Stati Uniti d'America, ha dichiarato che qualora venga eletto alle elezioni dell'8 novembre del 2016 nessun musulmano potrà più entrare nel Paese. Un blocco, ha poi successivamente chiarito, che non verrebbe applicato a chi è già cittadino americano, i cui dati però sarebbero inseriti in uno speciale database.

Le dichiarazioni di Trump hanno fatto il giro del mondo e hanno suscitato reazioni di sgomento: tra queste anche quelle del primo ministro inglese David Cameron. Nonostante Cameron sia di estrazione conservatrice e nonostante la Gran Bretagna sia da sempre considerata il più fedele alleata degli Stati Uniti, Cameron ha etichettato le dichiarazioni di Trump come «divisive, inutili e semplicemente sbagliate».

Molti hanno accusato Donald Trump di voler introdurre negli Stati Uniti le stesse misure restrittive che sono state attuate in Europa contro gli ebrei nel secolo scorso.

Sdegno per le dichiarazioni di Trump è stato manifestato anche all'interno del Great Old Party (GOP), come viene chiamato il Partito Repubblicano negli Stati Uniti. Su “Politico”, un quotidiano statunitense specializzato in questioni politiche, alcuni membri repubblicani del Congresso degli Stati Uniti d'America hanno espresso commenti non positivi sulla ultima fase della campagna elettorale di Donald Trump. In sintesi in molti non ritengono le uscite di Trump in linea con quanto espresse dal partito, tantomeno con i valori fondanti degli Stati Uniti. In molti ritengono quelle di Trump un «pericolo». Tra questi c'è Greg Walden, che da sedici anni rappresenta l'Oregon alla Camera dei Rappresentanti (la nostra Camera dei Deputati). Walden, descritto come un repubblicano moderato, ha pronosticato tempi difficili per i candidati repubblicani nei seggi più in bilico. In pratica, secondo Walden, Trump potrebbe mettere a rischio gli equilibri in seno al Congresso che il GOP ha faticosamente costruito in questi ultimi anni. Soprattutto in North Carolina, Colorado, Illinois e Iowa, risultate fondamentali nella vittoria repubblicana alle elezioni di midterm del 2014, quando cioè i democratici persero le elezioni e quindi la maggioranza al Senato. In America le elezioni di metà mandato (midterm) sono considerate un giudizio sull'operato dei primi due anni del presidente, e riguardano molte assemblee elettive dei singoli stati e del Congresso. Quelle del 2014 furono considerate un passo avanti per i repubblicani. E' la senatrice repubblicana del New Hampshire Kelly Ayotte a tracciare la via della mediazione tra i falchi del partito e gli esponenti più moderati del GOP. Pur condividendo con Trump la necessità di potenziare il sistema che regola l'immigrazione negli Stati Uniti, infatti, la Ayotte ha preferito non generalizzare sulla fede islamica. In sostanza la Ayotte non crede che tutti gli islamici siano terroristi, anche se condivide con Trump la necessità di intensificare i controlli. Per esempio sui cittadini americani che abbiano tentato o abbiano avuto contatti con l'Isis durante i viaggi in Siria o Iraq.

Sulla Cnn Jonathan Russell, uno dei massimi esperti sulla radicalizzazione dell'islam, Trump sta «consegnanndo la destra americana nelle mani dell'Isis». Secondo Russell, infatti, tra gli impegni primari il prossimo presidente degli Stati Uniti ci sarà quello concentrarsi nella lotta alla radicalizzazione dei musulmani d'America, garantendo l'integrazione e quindi la sicurezza del paese. E' d'accordo anche Robert S. Mueller III, ex direttore del massimo ente di polizia giudiziaria del governo statunitense (FBI). Secondo Mueller il pericolo non è già presente sul territorio degli Stati Uniti, motivo per cui restringere gli accessi non è sinonimo di sicurezza. Anche per questo Mueller sostiene l'imperativo di prevenire la radicalizzazione dei musulmani negli Stati Uniti senza di esasperarne gli animi. Solo così l'America sarà un luogo più sicuro. In pratica è l'esatto opposto di quanto sta facendo Trump, che con i suoi discorsi sta accentuando le divisioni tra gli americani e i musulmani d'America. Anche per questo Russell considera Trump un «presidente non serio» e non adatto alla guida della massima potenza mondiale.

Se da un però la critica e alcuni membri di spicco del partito Repubblicano esprimono perplessità, dall'altro Trump gode dell'appoggio di ampi strati dell'elettorato. Lo dimostrano alcuni sondaggi ma soprattutto alcuni eventi che stanno scandendo la vita degli americani.

Secondo un recente sondaggio pubblicato da “Usa Today” Trump è di gran lunga il candidato repubblicano più gradito alla destra americana con il 68 percento delle preferenze. Tra questi solo il 18 percento ha dichiarato che non voterebbe per lui, mentre il restante 14 percento è indeciso sul da farsi. Gli altri tre seri candidati alla presidenza repubblicana sono il senatore del Texas Ted Cruz, Jeb Bush e il senatore della Florida Marco Rubio. Chi tra questi tre vincerà parteciperà alla corsa per la Casa Bianca.

Che dietro alle dichiarazioni di Donald Trump e al gradimento che ha nei sondaggi ci sia molto di più lo dimostrano anche alcuni fatti di cronaca. Un recente articolo comparso sul magazine americano “Vox” ha elencato una serie di eventi islamofobi accaduti in molte città degli Stati Uniti nell'ultimo anno. Per “Vox” la paura dell'islam in America è «una spirale di cui si sta perdendo il controllo». Lo dimostra quanto successo in Virginia nei giorni successivi agli attentati al Bataclan di Parigi, quando durante un convegno una folla ha urlato contro un ingegnere musulmano «nessuno vuole la tua cultura del male in questa città» oppure «farò tutto ciò che è in mio potere affinché la tua moschea non venga costruita in questa città. Lei è un terrorista, voi musulmani siete tutti terroristi». Le accuse erano contro Samer Shalaby, e l'occasione era una noiosissima conferenza in cui l'ingengnere presentava al pubblico il suo progetto di ristrutturazione del vecchio centro islamico di Fredericksburg, contea ad un'ora di distanza da Richmond, il capoluogo della Viriginia.

Ad Irving, in Texas, un gruppo armato di almeno dodici persone, alcuni dei quali vestiti da militari e col volto coperto ha preso possesso degli spazi antistanti alla locale moschea. Tra i loro obiettivi c'era «fermare l'islamizzazione dell'America». Dopo alcune ore, senza nessuno scontro, la milizia è tornata a casa.

Il 26 novembre a Pittsburgh, in Pennsylvania, durante il giorno del Ringraziamento, un tassista di 38 anni di origine marocchina è stato ferito da un proiettile. L'attentatore non è stato identificato ma prima di sparare al tassista aveva fatto riferimento all'Isis e aveva disprezzato Maometto.

I fatti hanno preceduto la strage avvenuta la scorsa settimana a San Bernardino, a poco più di un'ora da Los Angeles. Protagonista una coppia musulmana di 27 e 28 anni, che ha sparato all'interno di una clinica per disabili uccidendo 14 persone. La strage è stata rivendicata dall'Isis, ma il legame secondo alcune fonti interne non sarebbe provato. Per molti, quello di San Bernardino, in California, è uno dei più grandi attentati subiti dall'America dopo l'11 settembre 2001 e dopo quello alla maratona di Boston del 2013.

Anche in Italia, da tempo, ferve il dibattito sull'immigrazione e sull'islam. Nei due principali partiti di centro destra due sono i personaggi che esprimono posizioni ostili ai migranti: c'è il leader della Lega Nord Matteo Salvini, mentre per Forza Italia, il partito dell'ex premier Silvio Berlusconi, c'è Daniela Santanché. Anche la Santanché come Donald Trump ha espresso più volte il desiderio di «cacciare tutti i musulmani fuori dall'Italia». Più tolleranti e concilianti le parole del leader del Nuovo Centro Destra (NCD) Angelino Alfano. Alfano, che a lungo è stato considerato il delfino di Silvio Berlusconi, e che ora ricopre la carica di ministro degli Interni nel governo di Matteo Renzi, ha recentemente esortato a «separare chi spara da chi prega» nella lotta al terrorismo di matrice islamica.

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Patacchiola Armando Michel, classe '84, ho studiato giornalismo alla Eidos e all'Università degli Studi di Perugia. Ho collaborato con “Tgcom24” e “The Post Internazionale”. Scrivo per raccontare storie del mondo, tenendo sempre a mente cosa succede in Italia.

 

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