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Questioni internazionali
Macron e la regia sulla Libia spiegata in cinque punti

La Francia aspira a essere il centravanti nella partita internazionale sulla Libia sostituendosi all'Italia.

Emmanuel Macron entra a pieno titolo nella partita diplomatica in corso in Libia. È dai tempi del presidente Nicolas Sarkozy che la Francia è latitante dal Paese africano.

Certo i servizi francesi e i “consiglieri” militari di Parigi non se ne sono mai andati, ma il pressing politico-militare sulla Libia è stato sporadico negli anni di Francois Hollande. Ora però c’è il grande rientro sullo scacchiera libica.

Perché e come il presidente Macron riprende la regia dell’azione diplomatica sulla Libiagestita negli ultimi anni dall’Italia? Lo spieghiamo in cinque punti.

  1. L’Eliseo ha annunciato che il 25 luglio ha convocato a Parigi Fayez al-Sarraj e Khalif Haftar, i leader che controllano le due zone in cui è separata la Libia: quella occidentale (Tripolitania) e quella orientale (Cirenaica). Il presidente del governo di unità nazionale al-Sarraj, con sede a Tripoli, voluto e sostenuto dall’Onu con grandi sponsor Stati Uniti e Italia. Il generale Haftar, appoggiato da Egitto e Emirati Arabi Uniti, che non riconosce ancora il governo di Sarraj. Haftar non combatte Sarraj, semplicemente non lo riconosce. Il generale è l’uomo forte del governo di Tobruk e avanza nelle zone controllate dalle milizie radicali islamiste. Di recente ha liberato Bengasi, ora avanza su Derna e altre zone orientali dove c’è ancora la presenza dell’Isis. I “due Stati” si fanno però una guerra per procura nella zona meridionale della Libia, in pieno deserto, attualmente terra di nessuno dove spadroneggiano tribù locali.

  2. Il paradosso libico. Originariamente la comunità internazionale (leggi Onu) aveva riconosciuto come governo legittimo della Libia quello di Tobruk, contrapponendolo al governo di Tripoli ritenuto troppo vicino agli islamisti. Con un colpo “di genio” della diplomazia di Stati Uniti e Italia (erano ancora i tempi di Obama e Renzi), si intraprese la strada della costruzione di un governo di unità nazionale, imponendo come presidente la figura di al-Serraj e sottoponendo solo successivamente il presidente prescelto alle assemblee nazionali di Tripoli e Tobruk.


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    Il risultato, beffardo come sa fare solo la politica, fu che Tripoli accettò di entrare nel governo di unità nazionale, mentre Tobruk, il fiore all’occhiello della diplomazia occidentale, disse di no. Una situazione imbarazzante, che ancora oggi non si è risolta.

  3. In questa impasse la diplomazia italiana ha provato più volte a trovare una via di uscita. I ministri degli esteri, Paolo Gentiloni prima e Angelino Alfano dopo, hanno tentato mediazioni e dialogo tra i rappresentanti del governo di unità nazionale e di Tobruk. Da ultimo, interessante è stato l’attivismo di Alfano che è riuscito nell’impresa di fare un incontro di alto livello alla Farnesina tra le due parti libiche. Lo sforzo del Ministro Alfano, in continuità con quanto aveva cominciato a fare il suo predecessore Gentiloni, andava nella giusta direzione di dare all’Italia e alla sua politica estera un ruolo di primo attore nella crisi libica e nel Mediterraneo più in generale. Roma doveva diventare il punto di riferimento nella regione, sia per i Paesi nordafricani sia per Europa e Stati Uniti.

  4. L’impegno diplomatico italiano ora vede la concorrenza della Francia di Macron. La diplomazia francese ha compreso l’importanza strategica della Libia e della posta n gioco. Rimanere estranei sulla Libia vuole dire correre il rischio di essere fuorigioco su tutta la partita africana e mediterranea. Macron non può permettere che Parigi diventi un giocatore di secondo piano nel Mediterraneo e lasciare che Roma resti il solo punto di riferimento per Europa e Stati Uniti nella regione. Sulla Libia del futuro si gioca anche la questione petrolifera oltre quella dei migranti. Per questo la Francia entra con forza sulla Libia e dà una spallata all’Italia. Probabile che il presidente francese approfitti anche della leadership americana. John Kerry e Barack Obama avevano tenuto un canale preferenziale con Roma. Non è da escludere che Trump e Tillerson stiano giocando la carta Macron come intermediario sulla Libia.

  5. L’Italia però non è estromessa del tutto e la partita è ancora aperta. La Francia parte svantaggiata fin da quando Sarkozy entrò a gamba tesa nel 2011 in Libia, riconoscendo il governo delle forze anti-Gheddaffi e avviando la campagna di bombardamenti. L’Italia si è costruita in questi anni un’immagine più credibile. Certo la diplomazia italiana qualche errore lo ha fatto, come nell’affrettata scelta di presentare nella Conferenza di Roma del 2015 (insieme a Onu e Stati Uniti), il governo di unità nazionale libico di Serraj senza attendere i riscontri di Tripoli e Tobruk. Una forzatura che oggi fa ancora sentire i suoi effetti.

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