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Questioni internazionali
Putin e la partita in Siria

La rivista americana The Atlantic pone un quesito centrale: la Russia ha imparato in Siria che è molto facile entrare in una guerra mediorientale, ma è molto difficile uscirne.

Subito dopo, l’autore spalanca il portone di uno scenario finora impensabile.

Mosca è intervenuta nel 2015 nella guerra civile siriana per aiutare il governo di Bachar al-Assad. Per mostrare che non era un gioco, Vladimir Putin ha portato in Siria anche i missili da difesa S-400, altamente tecnologici. I militari russi sono intervenuti con l’aviazione e artiglieria ogni volta che le circostanze minacciassero il regime di Damasco.

Eppure, nel momento dell’incidente causato dal drone iraniano e dall’abbattimento del jet militare israeliano, Mosca non ha mosso un dito.

L’impressione è stata che la Russia volesse un’aggressione violenta di Israele all’Iran in modo da dissuadere Assad dall’allinearsi troppo con Teheran.

L’obiettivo dell’intervento russo in Siria non è mai stato solo quello di garantire la sopravvivenza del presidente siriano. In realtà, lo scopo di Putin era quello di inserirsi in un contesto geopolitico cruciale e a obbligare gli Stati Uniti, impegnati all’epoca a isolare diplomaticamente la Russia, che Mosca non poteva essere trascurata.

Ma Putin puntava anche a evitare che la Siria divenisse un vassallo iraniano. Mosca e Teheran sono “frenemies”, amici nemici. Amici quando devono contrastare la potenza americana, nemici e in competizione quando cercano di conquistare zone di influenza in Medio Oriente e nel Caucaso meridionale.

Russia e Israele hanno buone relazioni. E Putin probabilmente si sente più vicino a Tel Aviv che a Teheran. Putin sa bene che dall’Iran e dagli Hezzbollah può arrivare un supporto forte al regime di Assad. Ma sa anche che la loro visione della Siria è completamente diversa dalla sua.

Inoltre, la Russia potrebbe aspirare in questo momento a diventare un mediatore di fiducia nel conflitto israeliano-palestinese. Soprattutto, dopo la “capitolazione” degli Stati Uniti dopo il riconoscimento di Gerusalemme est.

Mosca quindi è più coinvolta in Medio Oriente di prima.

Una via d’uscita potrebbe averla. E gliela offre lo scontro di questi giorni tra Israele e Iran. Mosca guarda con attenzione all’alta tensione Tel Aviv Teheran. L’eventuale escalation in Siria tra Damasco e Teheran da un lato e Israele dall’altro offrirebbe a Putin l’occasione per giustificare la sua ritirata.

Mosca potrebbe sostenere che l’Iran non ha rispettato gli accordi di Astana, voluti dalla trilaterale Russia-Iran-Turchia. E che le provocazioni ripetute verso Israele fanno saltare i principi e il percorso stabiliti nel tavolo negoziale della capitale Kazhaka.

Uno scenario finora mai immaginato, ma comunque realistico. La Russia si trova in una fase di stallo nella sua avventura siriana. E’ riuscita a salvare l’alleato Assad sull’orlo del precipizio e ha schiacciato l’acceleratore per il rilancio del negoziato tra governo di Damasco e opposizione dopo il fallimento del tavolo di Ginevra (sul quale Mosca ha avuto una certa responsabilità).

Ma abbandonare la Siria in questo momento significherebbe lasciarla nelle mani dell’Iran. Putin insomma sta imparando la lezione che molte potenze del passato hanno imparato a loro spese: è molto più facile entrare in un conflitto in Medio Oriente che uscirne. Putin avrà conquistato il suo ruolo di attore geopolitico in Siria. Ma la partita non è ancora finita, è difficile, e i costi rischiano di essere alti.

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