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Sportivi si nasce e poi si diventa
Eroi, o quasi: due imprese sportive sfiorate e mai compiute

Ebbri di gioia (e birra) per la vittoria tanto attesa e finalmente agguantata dal Leicester di Claudio Ranieri - nuovo vate del tricolore sportivo -, migliaia di tifosi il successo che ha stravolto le gerarchie della Premier League l’hanno già inciso nella storia. Ma per gli outsider, quelli senza speranza su cui i bookmakers non scommetterebbero una lira, il trionfo non è sempre a portata di mano. E la meta a volte sfuma, proprio quando sembra più vicina. E’ il caso di atleti arrivati in cima e poi traditi sul più bello. Che, prima osannati e poi dimenticati, l’impresa l’hanno sfiorata e mai compiuta. Di queste storie ve ne raccontiamo due.

 

Operai e magazzinieri prestati al mondo del pallone

Francia, 2000. La Coppa Nazionale del Paese vive un brivido e un’avventura. I dilettanti del Calais (operai, magazzinieri, pescatori e impiegati d’ufficio), dopo una sequela infinita di turni preliminari per guadagnarsi un palcoscenico tra le grandi, arrivano agli ottavi di finale. La gente stenta a crederci: quei 15 giocatori con gli scarpini ai piedi solo per passione, e nel tempo libero, hanno già asfaltato chi sulla carta avrebbe dovuto spazzarli via. Dopo 90 minuti di sofferenza contro il Cannes (Ligue 2), l'Armata Brancaleone riesce a pareggiare una gara in bilico; poi ai rigori vince la freddezza. E una squadra è più cinica dell'altra. Il Calais vola ai quarti, è tra le prime otto di Francia. L’avversario successivo è lo Strasburgo, insuperabile. E invece no: finisce 2 a 1 e i «canarini», irrazionalmente, approdano in semifinale. Fuori, oltre i 90 minuti dei prati transalpini, i sostenitori aumentano e i tifosi cantano. E’ in quel momento che arriva la mazzata, arriva Golia. I prossimi da affrontare sono i campioni in carica della Ligue 1, i «Girondins» del Bordeaux. Ad inizio partita quelli del Calais chiedono gli autografi agli avversari, increduli pure loro. Ma, ancora una volta, avviene il miracolo. Match ordinato, serrato, senza lasciare un centimetro ai professionisti; e il risultato parla chiaro: 3 a 1 per i dilettanti. Sono in finale, senza averlo mai veramente sperato. Il 7 maggio del 2000 in 80.000 si riversano sugli spalti del Saint Denis per andare a vederli giocare contro il Nantes. In palio c’è la coppa. Il Presidente della squadra, qualche ora prima, mentre manda un ultimo telegramma per incitare i suoi, ha un malore perché troppo agitato. E’ il giorno dell’appuntamento con la storia. Un cammino talmente inaspettato che è difficile credere non possa concretizzarsi. Dopo i primi 45 minuti, il Calais è sopra di uno. L’aria è elettrica. Poi il disastro: dopo il pareggio (un'autentica doccia fredda), al 90° l’arbitro fischia un rigore dubbio per il Nantes. E l’ordine naturale torna ad imporsi: Antoine Sibierski spezza l'incantesimo, non cade nel tranello del destino e batte Schille, il portiere prestato per una stagione al mondo del pallone. Triplice fischio. Toni cupi e lacrime riempiono di colpo la serata. C’è delusione. Ma c’è anche l’immagine di Mickaël Landreau, capitano del Nantes, mentre alza la coppa con Becque, capitano del Calais; che all’indomani dovrà tornare a riporre cartoni dentro gli scaffali. In fondo, anche nella sconfitta ci fu magia. Ma l’impresa, bella perché impossibile, romantica perché inspiegabile, la si sfiorò e basta.

 

Il sogno infranto di un comprimario

Mondiale di F1, 1999. La Ferrari, grazie al fenomeno Micheal Schumacher vive una stagione d’oro, è tornata grande. Poi però il tedesco si ferma per l’infortunio alla gamba dopo un fuoripista improvviso. Per quell’annata ha chiuso: la vittoria finale si allontana irreversibilmente. Il primo pilota diventa allora l’irlandese Eddie Irvine, poco stimato, ancor meno considerato. Di lì in avanti, su di lui dovranno riversarsi le speranze dei tifosi della rossa. Lui che pure il prossimo anno dovrà lasciare perché in procinto di arrivare c’è quel brillante Rubens Barrichello di cui tutti parlano bene - e non a torto. Eppure Irvine stupisce, arrivando a giocarsi il titolo fino in fondo. Lo sa: è più lento rispetto agli altri. Ma tattica e caparbietà suppliscono la differenza. E’ una sorpresa in un campionato che sembrava perso; si punta tutto su di lui. Però, nonostante il rientro in extremis dell’asso tedesco a dargli man forte, il principale concorrente, Mika Hakkinen, sfreccia su una McLaren e non cede il passo. Si arriva così al Gp di Sukuza (Giappone). Dalle parti di Maranello sono nel mirino dei commissari, e alcuni particolari tecnici (il famoso fondo flessibile) ritenuti potenzialmente a rischio squalifica, non vengono montati sulla macchina di Eddie. Accade il fattaccio: in corsa è costretto alla resa per un guasto alla vettura. Alla fine vince Hakkinen, davanti a Schumacher; il terzo posto di Irvine vale il mondiale per la Ferrari, ma al titolo piloti mancano due punti. Il castello di carte cade in quella maledetta giornata orientale. Amareggiato dai volti delusi della famiglia, specie del padre che «non voleva crederci», Irvine protesta: anche sulla macchina del compagno si erano evitate modifiche? Perché non era stati fatti i giusti calcoli? C'era qualcosa sotto? Il rimorso andava anche e soprattutto alle gare precedenti; come quella di Nurburbring (Germania), quando durante un pit-stop i meccanici dimenticano una delle gomme da cambiare («La gomma fantasma»), perdendo 30 secondi di troppo e compromettendo l’esito finale. Quel 31 ottobre, comunque, si assiste a un’immagine inconsueta: un irlandese che piange. Irvine prima della gara ci sperava, e non poco. Aveva detto ai cronisti: «E' come sapere che sta per passare il treno della vita. E tu sei in stazione ad aspettarlo». Poi, però, il treno non si è fermato, portandosi via il sogno.

 

 

 

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