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Sportivi si nasce e poi si diventa
Il Brasile e quelle Olimpiadi insostenibili
Cristo Redentor

In Brasile lo sviluppo industriale risale alla seconda metà del XX secolo. Tuttavia la crescita è stata vertiginosa: e dal 2006 si è registrato un'andamento esponenziale. Oggi la Repubblica Federale, stando al Pil, è settima nella classifica mondiale dei Paesi più ricchi. Non a caso, in maniera direttamente proporzionale al benessere economico, il Brasile ha ospitato proprio negli ultimi 10 anni diverse manifestazioni sportive di livello internazionale: come i giochi Pan-americani nel 2007, la Confederations Cup nel 2013, La Coppa del  Mondo di calcio l’anno dopo. Culmine di questo processo di ascesa nell’universo organizzativo delle competizioni agonistiche (positivo soprattutto da un punto di vista mediatico) saranno le Olimpiadi di Rio 2016. Cioè l’evento sportivo per eccellenza, che, tra scandali, presunte epidemie e grandi attese, promette di infiammare l’estate dal 5 al 21 agosto. Ma il Brasile non è solo questo: anzi, è soprattutto un’altra cosa. E una cosa totalmente diversa.

La retorica occidentalista da anni critica il Governo brasiliano ricordando come all’ombra di grattacieli e stadi avveniristici si muoia di fame e di sete nello squallore delle Favelas; ma quasi mai si è arrivati a seri provvedimenti. La povertà, connaturata al tessuto sociale stesso delle città verdeoro, alimenta costantemente criminalità e corruzione. A tutto si aggiunge una recessione mai così grave dagli anni ’30 a questa parte; col 2015 chiuso con un prodotto interno lordo negativo del 3,7 % , e il 2016 che avrà di nuovo un trend al ribasso. Dal punto di vista politico, la figura del Presidente Dilma Roussef (scesa all’8% di consenso: il minimo storico) non appare stabile, e il settore produttivo, nato all’insegna di un’invidiabile differenziazione nei vari settori, sembra risentirne. Il malcontento della cittadinanza cresce, con esiti talvolta esasperati e poco prevedibili. In poche parole, il Brasile del 2016 non è più lo stesso Brasile spavaldo e fiducioso di prima. Le inevitabili ripercussioni stanno scuotendo la società; il popolo è in difficoltà nel sostenere uno Stato desideroso di unirsi al tavolo dei grandi senza la dovuta cautela. Uno Stato ora messo in stallo da disoccupazione e inflazione alle stelle: e con un’Olimpiade da gestire.

Dal 2009, quando i Giochi vennero assegnati a Rio, i costi previsti hanno subito una significativa impennata. Il comitato organizzatore, finanziato privatamente attraverso sponsorizzazioni e vendita di biglietti, ha portato il suo budget da 4,2 miliardi di real a 7,4 miliardi (più o meno 1,8 miliardi di dollari). Non per questo, però, riesce a far fronte alle necessità, e le inadempienze, mascherate sotto l’etichetta di revisioni funzionali, aumentano. I costi delle infrastrutture, invece, coperti per buona parte con soldi pubblici, sono cresciuti oltre i 24 miliardi di real (5,9 miliardi di dollari): pari al 25% in più di quanto originariamente preventivato. Conseguenze dirette ce ne sono eccome: tagli alla sanità e al welfare, incrementi delle tariffe sui trasporti pubblici, espropri e le demolizioni delle Favelas, indebolimento repentino del mercato immobiliare. In un’intervista al New York Times, Leonardo Schneider, vice presidente di Secovi - la principale associazione di costruttori del Paese – ha detto: «Immaginavamo che la crisi sarebbe arrivata solo dopo le Olimpiadi. Invece sta accadendo adesso, mettendo in discussione le previsioni aggressive fatte sui progetti legati ai Giochi». La popolazione, a partire dal 2014, frequentemente scende nelle piazze per protestare: ma non sempre è oggetto di interessamento mediatico. In ogni caso, per evitare sconvolgimenti dell’ordine pubblico, a Rio saranno utilizzati 85mila soldati e poliziotti: quasi il doppio rispetto a Londra 2012. E questo, al di là degli allarmismi, è un dato su cui riflettere.

Ci saranno anche degli interventi sul programma da seguire, se non dei veri e propri tagli. Le cerimonie di apertura e chiusura saranno più sobrie, meno sfarzose a quelle delle edizioni precedenti. La produzione interna dei video promozionali non sarà ricca come da annunciato. Dei 70 mila volontari stimati, se ne impiegheranno 60 mila: con relativo risparmio sui corsi di aggiornamento offerti al personale. Addirittura, si farà economia anche sulle stanze degli atleti: che avranno l’aria condizionata, ma non le televisioni. Per finire, alcune strutture non verranno realizzate sia per ragioni di budget sia per rispetto dei tempi concordati; e molti lavoratori perderanno il posto.

Intanto, in Italia, il Coni scende in campo al fianco dell’organizzazione Action Aid (impegnata nell’offrire sostegno ai Paesi del Sud) per aiutare le favelas di Rio de Janeiro. Ieri a Roma, presso la residenza Ripetta, in occasione della presentazione del rapporto "L'Italia e la lotta alla povertà nel mondo. Un'agenda a 360°", il Presidente Giovanni Malagò ha dichiarato di aver «creato un filo conduttore fra noi e il Brasile sul tema del sociale». Il Comitato olimpico italiano, infatti, assieme agli sponsor di turno, contribuirà alla realizzazione di un campo da calcio nella favela di City of God, oltre ad un corso di formazione su alimentazione e sport alla favela di Rocinha. «Noi – ha continuato il numero del Coni - possiamo offrire cose che nessun altro ha: un mix di festa, arte e cultura. Abbiamo Casa Italia, che è nel circolo più importante in Brasile. Abbiamo la Rai, partner dei diritti televisivi, si torna alla popolarità dei Giochi olimpici: saranno momenti felici e di energia (...) Da Casa Italia, da una parte si vede il mare e dall'altra si vede la Favela più grande del mondo. È come andare in barca a Lampedusa e Lesbo, non si può far finta di niente».

Ben venga l’iniziativa italiana, certo. Ma accanto alla solidarietà vale la pena affiancare numeri, statistiche e analisi di un Paese che anche in virtù dello sport – in misura ancora non quantificabile - si è snaturato. Il Brasile sembra essere la prova di come a un sorprendente sviluppo economico possa subentrare, altrettanto velocemente, una grave recessione economica. A pagare è soprattutto quel ceto medio dal cui benessere dipende la stabilità dello Stato: cioè la chiave per combattere indigenza, inquinamento, analfabetismo e criminalità. Perché le Favelas esistono, anzi aumentano: e non saranno donazioni e filantropia a farle sparire. L’assegnazione del 2009, allora percepita come la grande occasione per un Paese in corsa, potrebbe diventare domani una condanna a cui sarà difficile porre rimedio. C’è da chiedere e chiedersi: alla fine delle Olimpiadi, dopo un decennio passato con i riflettori del mondo addosso, quanto peseranno determinate scelte sull’economia e il sistema socio-politico brasiliano?

 

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