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Sportivi si nasce e poi si diventa
Il calcio al tempo degli affari: dai baùscia ai Tycoon

In principio fu il Pavia, nel 2014. Ma in fondo, non se ne interessò nessuno. Che rilevanza poteva avere un tal signor Xiadong Zhu, presidente del fondo Pingy Shanghai Investment, e la decisione di irrompere nel calcio nostrano acquistando lo storico club nato nel 1911? Le promesse non realizzate dai cialtroni italiani, si sarebbero concretizzate con gli orientali. E dunque ben venga. Oggi quella squadra, la prima di stampo cinese, è ancora in Lega Pro; ma presto arriverà in A, senza dubbio. Felice la piazza, contenti (ci mancherebbe) i dirigenti. Eppure quel torrido agosto di due anni fa, come vediamo in queste ore, fu solo l’inizio. Tanto che per fine giugno l’Inter di Moratti (o quanto ne rimaneva), e poi il Milan di Mister B. (Silvio), saranno messi a libro paga da cordate di intraprendenti magnati a mezzo mondo di distanza. Averne di queste fortune, si dirà. Cesare Romiti, 93 anni, un tempo Ad della Fiat e numero uno della Fondazione Italia-Cina (da lui stesso creata nel 2003), è andato al nocciolo della questione: «Quelli (i cinesi, Ndr) sono una garanzia, quando vogliono fare una cosa, la fanno». Ignorando il conflitto se non di interessi quantomeno di vedute, Romiti dice la verità: quelli hanno il potere, giocano col mercato e dettano le regole. E quindi è lecito, anzi necessario, sbaraccare tutto, ed entrare, trionfalmente, nella new economy. Che è orientale, e in prospettiva guarda all’oriente, anche se porta quattrini – facili, puliti e subito spendibili - e quindi si fa finta di non saperlo. Ma il dato è tratto, ormai. E la torta è già spartita: a breve rimarranno solo le briciole. Hanno vinto quelli delle speculazioni bancarie (quasi sempre riuscite), a discapito di chi nel calcio credeva davvero, e per farlo aumentava i debiti di continuo. Ha vinto il Golia asiatico ribaltando il mito, sfruttando le debolezze e l’ingordigia del sistema.

Si prenda nel dettaglio il caso della Cina. Si è avvicinata sempre più al vecchio continente in due modi. Da una parte con gli acquisti operati da club cinesi in Europa (e quale giocatore rifiuterebbe una pensione di lusso irreale fino a qualche anno fa?). Dall’altra infiltrandosi nelle quote azionarie di chi c’era già prima: e tra le tante mosse in questa direzione, ci sono senza dubbio i 400 milioni di dollari spesi di recente da un consorzio cinese di venture capital per accaparrarsi il 13% del Football City Group, cioè la cerchia di arabi che fa capo al Manchester City; ma anche l’acquisto di diversi piccoli club, sparsi qua e là, che non desta scalpore solo perché è nell’indole di certe trattative finanziare non farlo. Da tempo i Tycoon sfidano a colpi di milioni gli sceicchi mediorientali, invertendo un trend consolidato e mettendo a nudo l’indifferenza e soprattutto l’impotenza degli europei. Rimasti mortali in un mondo di giganti. In ogni caso, comunque, con la compravendita dei club milanesi si è giunti alla fase successiva: l’incursione diretta nel mercato calcistico. E non riesce difficile unire i puntini e ricomporre il quadro se si guarda all’annuncio programmatico del Governo cinese che vuole investire massicciamente nel gioco del pallone. Specie in vista dei mondiali 2026. Perché pecunia non olet,  il più delle volte, e dalle parti di Pechino gli affari sono affari. Così Xi Jinping, Segretario Generale del Partito Comunista Cinese, ha fatto il passo più lungo della gamba e, ad oggi, ha in mente di portare la Coppa del mondo nel Paese entro 10 anni. E’ bastato questo per far sì che le grandi holding, in nome del patriottismo, aprissero il portafoglio senza battere ciglio. Dopo aver facilmente intuito la portata del profitto sull’industria calcistica.

Quanto poi c’abbiano messo a sbarcare e centrare l’obiettivo, è sotto gli occhi di tutti. Pazienza se le bandiere spariscono, se la passione cede il passo agli sponsor, se la guerra manichea per i diritti televisivi miete vittime, se, come scrive Sconcerti sul Corriere, il calcio dei baùscia, dei cumenda, della nebbia di Vecchioni si inabissa e diventa passato molto prima di aver dato l'addio. Una cosa è certa: l’immagine di Javier Zanetti  sorridente coi vari Thohir e Jindong comincia un’era chiudendone definitivamente un’altra. Inizia qualcosa di diverso, che ha preso alle spalle la Milano dei Berlusconi e dei Moratti e presto farà rimpiangere quel tempo in cui c’erano meno top player e più campioni, meno manager e più maestri, meno riflettori e più passioni. Quando il Pavia era lombardo e di interpreti cinesi non se ne sentiva il bisogno.

 

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