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Sportivi si nasce e poi si diventa
Oscar Pistorius, storia di un eroe caduto

«Pistorius nella storia: è il primo atleta paralimpico a partecipare alle Olimpiadi», titolavano entusiasti i giornali, nell’estate 2012, alla vigilia dei giochi di Londra. Per quel ragazzino nato nel 1986 senza peroni e con gravi malformazioni ai piedi (a 11 mesi, l’amputazione di entrambe le gambe) era l’apoteosi. Anzi di più: dopo le quattro medaglie d’oro vinte nelle Paralimpiadi di Atene 2004 e di Pechino 2008, sarebbe riuscito a gareggiare con chi aveva sempre sognato di sfidare, oltre le critiche e i pregiudizi. Oltre i sospetti di un vantaggio per quelle protesi in fibra di carbonio – già rimbalzate sui canali You Tube e nei salotti televisivi – sospettate di apportare un «vantaggio meccanico» inaccettabile. Mancavano i presupposti scientifici per frenarlo; e fu accettato. Oscar quella qualificazione l’aveva meritata, strappata con i denti dopo tanti sacrifici che nessuno richiedeva, se non lui. Il presidente del Comitato Olimpico sudafricano, Gideon Sam, per togliere ogni dubbio sull’imparzialità della scelta, parlò con toni perentori: «Ognuno degli atleti ha superato difficili criteri di qualificazione. Noi non portiamo turisti a Londra».

Nella 4x400, arrivò in semifinale, senza sfigurare. Tra le luci dei media che lo squadravano, il rispetto degli avversari e lo stupore del mondo. Blade Runner, come lo chiamavano ormai tutti, aveva vinto la vita. Era impegnato sul fronte sociale, amava le persone, aiutava i bambini, sosteneva i disagiati. Nel gennaio 2012, era finito pure su Rai 1 a Ballando con le Stelle. Prima di scendere in pista, disse a Milly Carlucci: «Ballare non è mai stato il mio punto forte. È una sfida anche più grande della corsa». Ottenne invece il massimo punteggio, e l’ammirazione dei giudici. Il settimanale Time, pochi mesi prima, lo inseriva fra le 100 personalità più influenti del pianeta. Era il suo momento. E di colpo, all’improvviso, arrivò la fine del sogno.

Nella notte di San Valentino del 2013, nel buio della sua abitazione, scende dal letto e impugna una pistola; partono quattro colpi verso il bagno, separato da un vetro, e la fidanzata, Reeva Steenkamp (nota modella), cade a terra morta. L’atleta si mostra sconvolto, dichiara di aver creduto che dietro quella porta ci fosse stato un ladro, e per questo di non aver esitato. E mai - fino ad oggi - cambia versione. Anche se per tre volte a cambiare è la dinamica dettagliata dell’accaduto. L’accusa insiste: una lite con la donna avrebbe fatto saltare i nervi al sudafricano (definito irascibile dai vicini), che avrebbe poi perso il controllo, uccidendola. Il 21 ottobre 2014 è condannato in primo grado a cinque anni per omicidio colposo a causa di un’azione «portata con negligenza e con forza eccessiva». L’appello della procura fa arrivare il caso di fronte alla Corte Suprema, e - dopo 10 mesi passati nel carcere di massima sicurezza di Pretoria – la decisione viene ribalta nel dicembre 2015. Per la Corte si tratta di omicidio volontario. Sparando contro la porta del bagno, Pistorius, non poteva non sapere di uccidere qualcuno. E questo a prescindere da chi fosse il bersaglio. Il caso torna quindi davanti alla giudice Masipa, quella del primo verdetto, che due giorni fa lo ha condannato definitivamente a 6 anni. Nel Paese di Nelson Mandela, però, la pena minima per omicidio prevede 15 anni di prigione. Inoltre, con la generosa sentenza maturata (e si sperava addirittura in un’assoluzione o in un ricovero presso una struttura psichiatrica) in caso di buona condotta, e in virtù del tempo già passato dietro le sbarre, Oscar potrebbe essere fuori tra due anni. E dunque era inevitabile divampassero le polemiche contro una giustizia colpevole di aver tradito se stessa.

Il dolore dei genitori di Reeva per una figlia persa, gli eccessi della difesa in tribunale arrivata a far camminare Pistorius senza protesi pur di ricostruire i fatti di tre anni fa, le lacrime del campione, l’indignazione dell’opinione pubblica che urla contro i favoritismi (Oscar è un simbolo, è ricco, è famoso, è bianco). Una tesi d’innocenza difficile da credere, e sostenere. La presa di posizione di una donna nera, Thokozile Masipa, cresciuta sotto l’apartheid – quando portava il tè ai padroni –, che nel giudicare l’uomo ha tenuto conto del suo trascorso. «He is a fallen hero and can never be at peace, è un eroe caduto e non potrà mai essere in pace», ha affermato leggendo il verdetto. Nella storia di Oscar Pistorius, da oggi, c’è (anche) tutto questo. E come scriveva nella sua pagina ufficiale appena due anni fa: «La perdita di Reeva e il trauma di quel giorno li porterò con me per il resto della mia vita». Nel bene, e soprattutto nel male.

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