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Under 30 e dintorni
Mario Coppola e gli under 30 alla ricerca del proprio posto nel mondo
L'architetto e scrittore Mario Coppola

Come abbiamo già visto più volte, sono tantissimi gli under 30 che decidono di lasciare l'Italia per cercare lavoro e fortuna all'estero. Molti di loro non torneranno più nel nostro Paese, tuttora stretto in una crisi economica che soffoca le imprese, acuisce le disuguaglianze e impedisce a troppi ragazzi di realizzarsi e costruirsi un futuro solido.

Ne ho parlato con l'architetto Mario Coppola, classe '84, professionista e docente universitario, fondatore di Ecosistema studio, autore del fortunato “In cima al mondo, in fondo al cuore” (Giunti Editore), giunto nelle librerie poche settimane fa. Il suo romanzo è la storia di Michelangelo, un giovane, ambiziosissimo studente di architettura che va a Londra per lavorare nello studio dell'archistar Zaha Hadid, ma si scontrerà con una realtà dura e complicata, travolto dalla nostalgia e soprattutto conscio che la vera felicità spesso non sta solo in un lavoro prestigioso e lautamente retribuito. “Un romanzo generazionale che dà voce ai sogni e alle paure di tanti ragazzi italiani che devono cercare fortuna all'estero - ma anche la parabola senza tempo di un ragazzo che cerca con coraggio il suo posto nel mondo.”

 

Mario, come mia abitudine voglio partire da te… chi è Mario Coppola?

 

Un architetto con l’arteteca, come si dice a Napoli. Che sarebbe una genetica incapacità a stare fermo, una specie di frenesia che mi costringe ogni mattina a inventarmene una diversa. Ora, per esempio, sto lavorando alla mia prima personale di scultore in mostra al museo Plart a Napoli dal prossimo ottobre.

 

Parliamo del tuo romanzo. Ci vuoi accennare brevemente alla trama e raccontarci come ti è venuta l'ispirazione per scrivere questo bellissimo romanzo?

 

La trama è la mia vita fino a sei anni fa, quando, dopo mille peripezie per arrivare a lavorare nello studio di Zaha Hadid, una sera decisi di lasciare tutto e tornarmene a Napoli per cercare la mia strada. L’ispirazione mi è venuta leggendo Open, il libro di Andre Agassi: iniziai a leggerlo e contemporaneamente scrivevo il mio romanzo a un ritmo di dieci, venti pagine al giorno.

 

Leggendo la storia di Michelangelo, mi pare di intravedere molte analogie con te. È così? In cosa si avvicina di più al tuo carattere e al tuo percorso e in cosa, invece, se ne differenzia?

 

Michelangelo è il mio alterego in tutto e per tutto. Naturalmente estremizza il mio carattere, ha i miei pregi e i miei difetti al quadrato: una persona vicino alla quale anch’io prenderei la scossa.

 

Il lavoro all'estero, specie se in qualche città affascinante come Londra e lautamente retribuito, è tuttora il sogno di molti under 30 italiani, e non solo. Ma tu, e il tuo protagonista, andate nettamente controcorrente. Come mai?

 

Perché una cosa è immaginare, sognare la vita all’estero. Un’altra è viverla. Sono due cose molto diverse e raramente si riesce a immaginare la dose di malinconia e di disagio che subentra quando ci si trova a vivere in un luogo radicalmente diverso da quello dove cresciamo, dove impariamo a essere chi siamo nel profondo.

 

Cosa si prova a vivere migliaia di chilometri lontano da casa, lasciando la famiglia, le amicizie e l’amore?

 

Quello che dicevo prima: un senso di sconfitta profondissimo, un’angoscia che ti stritola. Almeno per me e per moltissimi miei amici che conosco e che non si dicono affatto felici di vivere lontano da casa. La sensazione è quella di essere una creatura orfana, un animaletto catturato e costretto a vivere in un habitat diverso. Dove in un attimo, il tempo di un volo, perdi tutto quello che hai costruito nella tua vita: le amicizie che hai coltivato fin da bambino, le routine, i cibi, le atmosfere, i luoghi dell’anima. Una cosa insopportabile per me che, di questi tempi, se non passo il weekend nel Cilento a nuotare e prendere il sole, deperisco!

 

Secondo te, cosa dovrebbe spingere un giovane desideroso di costruirsi un futuro dignitoso a rimanere nel nostro Paese?

 

Non credo che sia una spinta esterna, credo si tratti di una molla interiore che c’è o non c’è. Dipende moltissimo da cosa sei disposto a perdere, che cosa puoi sopportare di lasciarti alle spalle, che cosa significano per te successo e felicità. Se vogliono dire condivisione, ma condivisione vera, quella con le persone che ami, allora credo che basti e avanzi per tentare in tutti i modi di costruirsi una vita nel proprio luogo di origine.

 

Quali difficoltà si devono affrontare in Italia per farsi strada nella vita e sul lavoro? E all’opposto, quali pensi siano i punti di forza di altri paesi che sono tuttora meta di forte immigrazione, anche da parte di moltissimi giovani italiani?

 

Beh, è risaputo che altrove sanno premiare molto di più il talento di quanto facciamo qui in Italia. Dove spesso, più che la bravura, si premia la pazienza, la sopportazione, che frequentemente sono sinonimi di indolenza, di mediocrità, di incapacità di innovare, di costruire scenari nuovi, di fare i conti con il presente. Questo accade perché, forse, in Italia possiamo permetterci il lusso di immaginarci come un’isola privata, che non deve per forza fare i conti con ciò che accade fuori: ma ci sbagliamo. Perché, come dimostrano moltissime rilevazioni, la tradizione non basta e senza la capacità di innovare, di sperimentare, di inventare non si va da nessuna parte. Dovremmo riconquistare l’orgoglio dell’Italia rinascimentale, quando i più grandi geni del mondo nascevano e vivevano qui, nella nostra terra.

 

Nelle tue esperienze londinesi, hai avuto modo di conoscere bene questa metropoli. Quali sono secondo te le sue caratteristiche più affascinanti e quali, invece, i motivi per cui un giovane potrebbe rimpiangere l'Italia?

 

Londra è una macchina favolosa e terribile a seconda che tu sia un turista o un suo cittadino. Se ci vai da turista non puoi non innamorarti della velocità, del ritmo incalzante, delle luci, degli scenari mozzafiato di una città che sa rigenerarsi, che sa lanciare il cuore oltre l’ostacolo scommettendo sulla grande architettura internazionale. Mi riferisco a Renzo Piano e a tantissimi altri architetti che ogni giorno trasformano Londra rendendola più viva, più brillante. Ma se ci vivi dopo poco ti senti un criceto in gabbia e ti sembra di passare i giorni a girare sulla ruota.

 

Tu sei già un architetto affermato, stanti le tue capacità ma anche le esperienze di prestigio che nel frattempo hai voluto fare fuori Italia. Ti sentiresti di dare qualche consiglio a un giovane che volesse intraprendere la tua professione?

 

Non esageriamo! Per diventare un architetto affermato ne ho di strada da fare… oggi un ragazzo che aspiri a fare l’architetto – e non l’architetto da pratica amministrativa, ma il creatore di spazio – secondo me deve puntare tutto sull’innovazione: viviamo tempi magici, innumerevoli trasformazioni si fanno spazio nel nostro mondo aprendo strade prima impensabili. La rivoluzione digitale, la stampa tridimensionale, gli strumenti di progettazione computazionale sono solo alcune delle incredibili novità che possiamo cavalcare per dire la nostra. D’altronde è stato sempre così: chi sapeva cogliere i cambiamenti della propria epoca – non solo quelli tecnici, naturalmente, ma soprattutto quelli antropologici, culturali, sociali, ambientali – riusciva a esprimere ed ispirare una nuova visione del mondo. È accaduto per Le Corbusier, per Zaha Hadid e accadrà ancora. Basta aspettare il momento giusto e non aver paura del proprio talento.

 

In cima al mondo, in fondo al cuore resterà figlio unico o pensi di dargli qualche “fratello”, prima o poi?

 

Una sorella, più che un fratello: sto già lavorando al mio prossimo romanzo, ambientato in una Napoli un po’ cyber-punk dove un’eroina inconsueta e terribile darà ai protagonisti di Gomorra quel che meritano. Come nessuno ha mai fatto.

 

Domanda finale di rito: il sogno nel cassetto di Mario Coppola?

 

Averne solo uno! Sarebbe tutto tremendamente più facile!

 

 

Per esprimere i vostri commenti e pareri e se avete qualcosa di interessante da raccontare, non esitate a scrivere a: gla.lamborizio@gmail.com

 

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