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Io Uomo tu Robot
Il lavoro nell’era dei robot e dell’intelligenza artificiale

La fabbrica intelligente

Siamo agli inizi del 1800 quando l’uomo ha cominciato a temere  di vedersi sottratto il lavoro dal progresso tecnologico e  il movimento dei luddisti iniziò a distruggere i nuovi macchinari nelle fabbriche, come i  telai meccanici introdotti dalla rivoluzione industriale, nel tentativo di fermare l’esclusione di manodopera dal settore tessile.

Oggi quale sia il reale impatto della robotizzazione sul mondo del lavoro è un problema aperto e rispetto al passato  al posto dei telai abbiamo “oggetti immateriali”  come gli algoritmi e l’intelligenza artificiale, un’automazione delle attività  con  software che sono in grado di eseguire operazioni con le caratteristiche dell’intelligenza umana.

Questa preoccupazione non è solo di oggi solo se pensiamo che già a partire dagli anni ’60 si cominciava a riflettere e dibattere sulle problematiche dell’automazione e dei posti di lavoro e ricordiamo, per il suo impatto mediatico, la prima pagina di Life del 13 luglio 1963 «L’automazione è davvero qui, i posti di lavoro diminuiscono».

Anche Norbert Wiener, il padre della cibernetica, nel 1949 sul New York Times profetizzava come il dominio delle macchine avrebbe potuto condurre a una «rivoluzione industriale di assoluta crudeltà».

Nuovi scenari che si caratterizzano per  una serie di cambiamenti sia a livello tecnologico che culturale e che riguardano i modi di produzione di beni e servizi basati sul concetto di ‘smart factory’ (impresa intelligente). Un diverso  modo di fare impresa  che integra le innovazioni tecnologiche e che si avvale di componenti e sistemi totalmente digitalizzati e connessi (internet of things and machines).

Tutti fattori  caratterizzanti la “quarta rivoluzione industriale” (ovverosia l’ Industria 4.0) seguita a quelle del motore a vapore, dell’elettricità, per arrivare alla terza rivoluzione con l’elettronica, la nascita dei primi computer e i macchinari a controllo numerico.

L’evoluzione del paradigma di Internet è il motore di Industry 4.0, termine che è stato coniato per la prima volta alla fiera di Hannover, nel 2011. Una nuova rivoluzione industriale che porterà ad una produzione automatizzata e interconnessa con macchine sempre più “intelligenti” in grado di scambiarsi informazioni in totale autonomia facendo in modo che la produzione possa auto-controllarsi e favorendo in tal modo l’ ottimizzazione dei processi e l’incremento dell’efficienza.

Per Dieter Spath ex-direttore del Fraunhofer Institute for industrial engineering “sarà possibile supervisionare, controllare e programmare a distanza migliaia di macchine in tutto il mondo da un unico luogo.”

In questo scenario è lecito porsi la domanda se la tecnologia distruggerà più posti di lavoro rispetto a quelli che crea, ma anche quali sono le professioni più a rischio. Sappiamo come nel settore dell’industria l’automazione è oggi un a realtà consolidata ed ha già sostituito l’uomo, ma questo non è un fatto recente ed avviene da decenni, mentre per la robotica umanoide, non esistendo ancora un mercato di fatto consolidato, i problemi si spostano nel tempo. E’ indubbio che il rischio maggiore lo corrono i lavori di tipo ripetitivo, non creativo siano essi manuali che cognitivi.

Per le attività che riguardano l’area dei servizi  probabilmente il timore di essere maggiormente coinvolti è concreto e questo perché includono una parte ripetitiva che comprende attività di documentazione, acquisizione di dati ed informazioni  che può essere sostituita come nel caso dell’attività di un avvocato, ma anche di un giornalista tenendo comunque conto che è una parte del suo lavoro ad essere sostituita dalla robotizzazione o meglio dall’intelligenza artificiale.

Nuovi scenari che saranno in grado di valorizzare il capitale umano,  con le sue  capacità intellettuali, la creatività, l’attitudine a saper innovare. Tutte abilità che le macchine, benché evolute tecnologicamente e sempre più autonome, non sono ancora in grado di attuare.

Il settore della robotica nel 2016

Secondo i dati  presentati dalla IFR dell'International Federation of Robotics (IFR) nel 2025 il valore di mercato della robotica mondiale sarà di 70 miliardi di euro ed è prevista una crescitamedia annua di robot venduti nel mondo  del 15%.

A livello globale l’Asia rappresenta il motore della crescita con il 61% delle vendite e la Cina, con il 25% delle vendite e una crescita del 56%, è diventata il paese protagonista superando la Corea (11%)  e il Giappone (13%).

Più nel dettaglio nel 2015 i robot installati nel mondo:

Giappone 286.554 ( unità), America nord 260.642 ,Cina 256.463, Corea del sud 210.458, Germania 182.792, Italia 61.282

Con 6.700 robot industriali prodotti in Italia nel  2015 la posizione del nostro Paese nella robotica mondiale ha avuto un incremento del 7% rispetto al 2014, anno che aveva già avuto una crescita del 32% (39,4% secondo SIRI), confermando ancora l’Italia secondo mercato europeo dopo la Germania e settimo nel mondo ed  è una chiara conferma del segnale che esiste anche in Italia una  ripresa del settore.

L’automazione è un fattore competitivo centrale per i gruppi di produzione tradizionale, ma sta diventando sempre più importante per le imprese piccole e medie in tutto il mondo”, afferma Joe Gemme, Presidente della Federazione Internazionale di Robotica (IFR).

Un indicatore chiave ed affidabile per misurare il livello di automazione è la “densità robotica”( presenza di robot industriali ogni 100mila occupati ). A livello mondiale, nel settore manifatturiero sono stati rilevati in media 66 robot ogni 10 mila addetti.

Secondo i dati  dell’IFR «Dei 22 paesi con una densità di robot superiore alla media 14 si trovano in Europa».

Robot e lavoro : uno scenario complesso

Del rapporto tra robotizzazione e impatto sul mondo del lavoro nei prossimi decenni se ne discute da diversi anni e da tempo è oggetto di analisi da parte di analisti e ricercatori. Per quanto riguarda l’impatto che la robotizzazione potrà avere sul lavoro le stime tra economisti e ricercatori  non sono concordi e tendono a descrivere  scenari che sono talvolta diametralmente opposti tra previsioni catastrofiche ed ottimismo.

Perché questo? Il dibattito  appartiene ancora ad uno scenario del futuro con tutte  le sue variabili d’incertezza e in un contesto di previsioni che sono a medio e  lungo termine.

Secondo le stime di Mark Haefele, Global Chief Investment Officer di Ubs Wealth Management, nei prossimi vent'anni  e nelle economie più avanzate quasi la metà delle occupazioni  sono ad alto rischio per effetto dell'automazione. Un dato che è contenuto nella recente ricerca di Ubs “Workforce Future 2016”.

Due studiosi britannici del Dipartimento di Ingegneria dell'Università di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, sostengono che il 47%  dei lavori negli Stati Uniti è già a rischio automazione dato al quale si può aggiungere  un ulteriore 13%. Ma le preoccupazioni non finiscono perché secondo i dati della Fondazione Bruegel in Europa,  andrà ancora peggio, con il 50% dei posti a effettivo rischio automazione.

E veniamo alle  stime del World Economic Forum di Davos che  per le 15 economie più importanti del mondo, tra le quali è incluso il nostro Paese, prevede una perdita netta di 5 milioni di posti di lavoro nei prossimi 5 anni per colpa dei robot. Si tratta di una recente indagine che ha interpellato i dirigenti di 371 aziende che impiegano oltre 13 milioni di lavoratori in 15 diversi Paesi.

Non mancano comunque stime che vanno in una direzione diversa e   molto più caute.

Arntz, Gregory e Zierahn, in uno studio dal titolo “Il rischio dell’automazione per gli impieghi nei Paesi Ocse: un’analisi comparativa” realizzato  per conto dell’Ocse hanno calcolato che solamente il 9% delle occupazioni dei 21 Paesi più industrializzati del mondo sarebbero effettivamente a rischio per via della automazione o dai robot.

Sempre per restare in un clima di previsioni ottimistiche è il caso di ricordare che a luglio 2016  è uscito uno studio curato da tre studiosi, Terry Gregory, Anna Salamons e Ulirch Zierahn   dello ZEW, il Centro europeo per la Ricerca Economica con sede a Mannheim in Germania .  Il suo titolo è “Racing With or Against the Machine? Evidence from Europe” ( ovvero “corriamo con o contro le macchine? Evidenze dall'Europa”). Sono stati analizzati i flussi dell’occupazione sulla base di dati raccolti in 238 regioni europee tra il 1999 e il 2010 ed è giunto alla conclusione che l’impatto dell’automazione sul lavoro è stato positivo per ben 11,6 milioni di posti di lavoro.

Le caratteristiche dell'automazione

 

L’Italia è il secondo Paese manifatturiero d’Europa e il settimo al mondo ed è necessario portare la tecnologia più avanzata a diventare il reale motore  dell’innovazione. Un comparto  dove ’internet of thing e il machine learning possono avere i maggiori spazi di sviluppo ed è per questo che occorre sostenere i nuovi trend tecnologici attraverso le tecnologie robotiche, industry 4.0, nanomateriali, manifattura additiva, Brain computer interface, Nanodevice e Nanosensor .

L’automazione se è  accompagnata da adeguate politiche industriali e di formazione  potrebbe nel breve-medio periodo (3-10 ) anni  creare  più ricchezza di quanta ne potrebbe bruciare.

Un processo che deve integrarsi con la professionalità del capitale umano da realizzarsi attraverso nuovi  percorsi di formazione che daranno posti di lavoro più qualificati come esperti nella progettazione di processi di automazione, programmatori software, analisti di Big Data ed esperti nel  controllo di processo.

Purtroppo ci sarà  comunque una parte di lavoratori che saranno esclusi, soprattutto persone oltre i 50 anni, senza o  con bassa qualifica professionale, addetti a mansioni ripetitive o con  scarso valore aggiunto e per ovviare a questo occorre al più presto attuare una seria riqualificazione del personale. Questo potrebbe evitare il rischio che i lavoratori possano essere tagliati fuori da questo contesto produttivo.

Secondo gli analisti del Manheim Centre for European Economic Research  l’automazione ha un effetto positivo nella domanda di lavoro in Europa riduce i costi di produzione in quanto

  • La riduzione dei costi del prodotto riduce il prezzo dei prodotti,
  • La riduzione del prezzo del prodotto aumenta la domanda di prodotti
  • L’aumento della domanda di prodotti aumenta l’occupazione

I robot consentono alle aziende di diventare o rimanere competitive e questo è particolarmente importante per le piccole e medie imprese (PMI) che costituiscono la spina dorsale delle economiedei paesi sviluppati. Gli investimenti in robot hanno contribuito al 10% della crescita del PIL pro capite nei paesi OCSE dal 1993 al 2016. Centre for Economics and Business Research. The Impact of Automation 2017

Sappiamo come  i robot nelle fabbriche sono da sempre considerati al posto dell’uomo, in realtà sono macchine  che lo sostituiscono  nell’esecuzione di compiti difficili, faticosi, pericolosi, talora impossibili. Oggi lo scenario è mutato e  vede l’imporsi di una nuova tipologia di robot , i robot collaborativi, o cobot, studiati per affiancare l’uomo sulle linee di produzione in grado di interagire fisicamente con gli umani per svolgere compiti diversi in un ambiente condiviso.

Cambiamenti in atto e nuove sfide per  la formazione

L’innovazione tecnologica legata ai progressi dell’automazione, ai nuovi trend tecnologici, rappresenta una sfida anche per il Sistema Educativo del nostro Paese che deve  saper individuare gli ambiti tecnologicamente avanzati, farsene carico ed elaborare curricoli adeguati. Tutto ciò avrà un impatto sulle politiche educative , la formazione ai diversi livelli, la professionalità docente.

Secondo la Commissione Europea circa 70 milioni di europei non possiedono ancora adeguate competenze di lettura, scrittura e matematica, mentre il 40% della popolazione non dispone delle competenze digitali benché minime.

Sappiamo come le nuove tecnologie digitali richiedono livelli formativi e culturali qualificati, dove il capitale  umano, comunque al centro delle dinamiche del progresso, sia in grado di integrarsi in un insieme organizzato di persone capaci sia in relazione all’adozione delle tecnologie che al loro conseguente utilizzo.

Per fare innovazione a livello formativo serve tener presente che le nuove tecnologie sono supporti indispensabili da integrare allo strumento principale del docente:  le conoscenze e i saperi disciplinari.  Ma per far questo occorre,  ai diversi livelli del sistema educativo, un’attenta analisi della struttura della disciplina (di Schwab,1971).

E’ importante aver ben chiaro il dominio culturale della disciplina che si insegna  e che la distingue dalle altre, la sua struttura concettuale ossia l’insieme dei concetti che la organizzano e le relazioni fra essi. La struttura sintattica ossia l’insieme dei procedimenti, norme, regole che governano la concreta attività di chi opera. Nel caso della tecnologia i concetti  vengono anche detti paradigmi e sono riferiti a all’efficienza, ottimizzazione, rendimento ed affidabilità.

Le ultime Riforme dei curricoli scolastici hanno insistito molto sulle competenze disciplinari che risultano comunque vaste, molecolari. Serve un attento lavoro di riaggregazione delle stesse affinchè siano concretamente spendibili sul piano formativo e delle professioni e in grado di produrre una gamma ampia di figure e profili flessibili e agevolmente adattabili al cambiamento.

Sempre restando nell’ambito della Tecnologia occorre, già a partire dall’istruzione primaria e secondaria (scuola media), ripensare a curricoli verticali tra loro in continuità per gli obiettivi e realizzare, almeno il 50% delle ore, in attività operative nei laboratori di tecnologia (non solo di informatica) per avvicinare gli studenti ai metodi della progettazione di oggetti ed artefatti cognitivi. Attività che non li abitua solo ad un metodo progettuale, ma  che tiene conto dei seguenti criteri di organicità e coerenza:

  • grado di interattività e di coinvolgimento alunni;
  • favorisce l’apprendimento “projet-based”;
  • coinvolgimento di più ambiti disciplinari;
  • rilevanza concettuale e formativa dei contenuti/abilità;
  • l’utilizzo di metodologie didattiche quali: la scoperta guidata e il problem-solving abitua i ragazzi a lavorare in gruppo per individuare i problemi, scegliere soluzioni, verificare i risultati;
  • attività collaborative: “condivisione della conoscenza” (shared minds);
  • attività coooperative : “condivisione dei compiti” (division of labour);
  • la ricerca di scelte razionali e di ottimizzazione delle stesse in attività di   progettazione/realizzazione;
  • l’utilizzo di linguaggi specifici della tecnologia.

La formazione è un aspetto che deve sempre essere in evoluzione ed iniziare nei primi gradi dell’istruzione per poter affrontare al meglio i nuovi scenari legati all’innovazione tecnologica.

 

 

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