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E-car, il sogno di Di Maio: "Un milione di auto elettriche in 5 anni"

L'Italia è ultima in Europa per numero di auto elettriche. Ma il ministro dello Sviluppo economico grillino, Luigi Di Maio, oggi ha lanciato un'idea decisamente ambiziosa: con l'aiuto dell'industria, ha annunciato, si può puntare a un risultato che nei prossimi cinque anni porti in strada “un milione di vetture ricaricabili e poi alla sostituzione del parco auto attuale”. Un obiettivo plausibile?

Sarebbe meglio dire altamente improbabile, visto che oggi le auto elettriche circolanti sono pochissime, meno di 10mila. Ma anche perché l’ambiente delle nostre città è decisamente “ostile” a questo tipo di vettura. Secondo Autoschock, un saggio scritto da Guido Fontanelli e appena pubblicato dall’editore Mind, oggi in Italia esistono poco più di 2.800 punti di ricarica pubblici, 400 dei quali soltanto a Milano. Quindi sono assai meno numerosi che in Austria, dove sono 3.700, o in Svizzera (4.000). E infinitamente meno frequenti rispetto alla Francia, dove i punti di ricarica sono già 16mila, o al Regno Unito (16.500). Non parliamo poi della Germania, dove le colonnine sono 25mila.

Insomma, se pure la scossa di Di Maio è corretta, è comunque velleitaria: perché il nostro ritardo è disastroso. L’arretratezza ha più motivi: uno di quelli più condizionanti è che gli italiani fanno fatica a cambiare auto, anche per carenza di mezzi economici, e le auto elettriche costano notoriamente di più di quelle a benzina. Ma il motivo principale è che, contrariamente a quanto accade negli altri Paesi europei, da noi lo Stato non offre incentivi degni di questo nome.

Nel suo libro, Fontanelli ricorda che, “oltre ad avviare un modesto piano d’incentivi a favore delle auto a bassa emissione (circa 150 milioni di euro dal 2013 al 2015, spesi solo in misura marginale per i veicoli elettrici), nel 2014 il governo ha varato, a sostegno della mobilità elettrica, il Piano nazionale infrastrutturale per la ricarica dei veicoli alimentati ad energia elettrica. L’obiettivo, molto ambizioso, era quello di avere 90mila punti di ricarica accessibili al pubblico entro il 2016, per salire a 110 mila nel 2018 e a 130 mila nel 2020”. Risultato? invece che 110mila, i punti di ricarica oggi sono meno di 3mila, cioè un quarantesimo degli obiettivi.

E di solito non funzionano, come dimostra l’indagine sul campo di Autoschock. Lo scandalo è che per arrivare al mancato obiettivo di queste 110 mila colonnine, l’Italia aveva stanziato fior di risorse. L’attuazione del Pnire, secondo quanto rivela il saggio di Fontanelli, ha richiesto il varo di un fondo, “con la dotazione di 20 milioni di euro per il 2013 e di 15 milioni per ciascuno degli anni 2014 e 2015”.

In realtà i fondi poi sono stati ridotti, e il denaro effettivamente speso per la realizzazione delle infrastrutture, alla fine, è stato poca cosa. Il risultato è fallimento sotto gli occhi di tutti: poche colonnine installate, e un numero di auto elettriche attive davvero irrisorio: 9.820 alla fine del 2017. La loro quota, sul totale dei quasi 38 milioni di vetture circolanti, è di poco superiore allo 0,02%. È vero che nel 2017 ne sono state immatricolate altre 2.300: un incremento notevole, rispetto all’esistente. Ma è decisamente ancora una goccia in mezzo al mare.

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