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Evase dai domiciliari perché a casa litigava. Ma è proprio giusto condannarlo?

La sesta sezione penale della Corte di cassazione ha senz’altro ragione: in punta di diritto e anche per inoppugnabile logica giurisprudenziale. Ma, va detto, dall’altra parte del Codice penale ispira infinita  simpatia umana il povero Michele I., che la suprema corte ha appena ordinato sia nuovamente processato da una diversa sezione del tribunale di Napoli per il reato di evasione dagli arresti domiciliari.

I fatti risalgono all’ormai lontano 4 gennaio 2010. Quel giorno, Michele si trovava nel suo appartamento a Marcianise (Caserta), dove per l’appunto scontava una pena agli arresti domiciliari. Ma dopo un litigio con i familiari, par di capire l’ultimo di una lunga serie, l’uomo aveva telefonato ai carabinieri avvisandoli che sarebbe uscito da casa e che non ci sarebbe tornato perché “si era creata una situazione insostenibile di convivenza”. Esasperato dalla situazione, Michele aveva chiesto ai militari di essere riaccompagnato in carcere: meglio il purgatorio della cella, insomma, che stare in un inferno domestico. Aveva aggiunto che li avrebbe attesi in un bar vicino al suo domicilio. Così i carabinieri erano andati, lo avevano effettivamente trovato nella caffetteria, e da lì lo avevano riportato in carcere.

A quel punto, però, Michele era stato inevitabilmente processato per evasione. Condannato in primo grado dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere, l’imputato era stato invece assolto dala Corte d'appello di Napoli: i giudici di secondo grado aveva creduto giusto escludere quello che viene definito tecnicamente “l’elemento soggettivo del reato”, cioè la coscienza e volontà dell'azione compiuta. Dopo tutto, l’uomo aveva preannunciato la sua “evasione” sui generis ai carabinieri che dovevano sorvegliarlo, fornendone la motivazione.

Ma la procura generale di Napoli ha fatto ricorso in Cassazione, contestando l’assoluzione. E la sesta sezione penale della suprema corte le ha appena dato ragione (con la sentenza numero 14502/2018): i giudici hanno stabilito che “l’esigenza di sottrarsi al clima conflittuale creatosi con i familiari che lo ospitavano nel corso della restrizione domiciliare non esclude il dolo di evasione”, e che “non ha alcun valore la circostanza che l’imputato, prima di abbandonare il domicilio, abbia avvertito le forze dell’ordine, posto che si è allontanato dichiarando di non volere tornare indietro e sostanzialmente ponendo in essere una sua volontaria sottrazione al regime restrittivo”, cioè agli arresti domiciliari.

Così ora il processo di secondo grado dovrà essere rifatto integralmente davanti a una diversa sezione della Corte d’appello di Napoli. E la sua giuria dovrà attenersi al principio stabilito dalla Corte di cassazione. Insomma, nuove grane sicure per il povero Michele. Una condanna pare quasi inevitabile: il Codice penale all’articolo 385 prevede una pena compresa fra uno e tre anni di reclusione. Speriamo che i giudici siano comunque clementi, che gli riconoscano tutte le attenuanti possibili e immaginabili. E che almeno non lo rispediscano ai domiciliari.

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