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La Cassazione: è reato il corteggiamento insistente al bar e per strada

Chi “corteggia insistentemente e in maniera non gradita una donna, e la segue in strada sì da costringere costei a cambiare abitudini” si rende colpevole del reato di molestie perché “tale condotta è indice di petulanza, oltre che di biasimevole motivo”.

È quanto ha stabilito sul finire dell'anno la prima sezione penale della suprema Corte di cassazione (con la sentenza n. 55713, le cui motivazioni sono state depositate il 12 dicembre 2018), ritenendo così legittima la condanna di un settantenne, tale G.R., a 500 euro di ammenda.

Insomma, un uomo può legittimamente corteggiare una donna. A patto, però, che le sue attenzioni non siano eccessive, che non sia volgare, e che la destinataria mostri di gradirlo. Altrimenti si può incorrere nel reato di molestie.

L’articolo 660 del Codice penale stabilisce che “chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo, è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a euro 516“.

La donna della nostra storia faceva la cameriera in un bar e aveva denunciato G.R. sostenendo che per quattro o cinque mesi, soprattutto quando nel locale non c’erano altri clienti, le avesse fatto un’insistente corte; secondo la donna, il settantenne l’aveva anche seguita per strada, quando lei si recava a prendere la figlia a scuola.

Nel processo che ne era seguito, G.R. dopo avere ammesso di essere un soggetto "strano e diverso", aveva comunque negato di aver mai molestato la barista. La cameriera aveva però portato alcuni testimoni a confermare la sua versione. Un teste della difesa, invece, non era stato interrogato perché il suo esame era stato ritenuto superfluo e irrilevante.

Così il tribunale di Savona prima (nel maggio 2016), e poi la Corte d’appello di Genova avevano stabilito che la condotta di G.R. si fosse effettivamente “concretizzata in un atteggiamento d’invadenza e di intromissione, continua e inopportuna, nella sfera di libertà della persona offesa, che, per tale motivò, evitava di uscire fuori dal bancone del bar e aveva cambiato i propri orari di rientro in casa, con conseguente sussistenza della contravvenzione contestata”.

Dato che poi l’imputato aveva un precedente penale per lesioni, i giudici avevano stabilito non sussistere nemmeno i presupposti per la concessione di circostanze attenuanti generiche. E l'avevano condannato a pagare la multa di 500 euro.

La Cassazione ha confermato la condanna. Nella sentenza della prima sezione, infatti, si legge che il comportamento del settantenne corteggiatore ha configurato proprio i due aspetti tipici del reato, cioè la petulanza e il biasimevole motivo, e si sottolinea che l'uomo aveva avvicinato più volte la donna nel bar rivolgendole “espressioni dall'inequivoco tenore sessuale”.

Quanto alle attenuanti generiche, G.R. aveva chiesto gli fosero concesse "in assenza di pericolosità", visto che  "mai avrebbe agito allo scopo di recare molestia alla persona offesa": ma la Cassazione ha confermato che l'imputato non meritasse le attenuanti generiche: non soltanto per via del suo precedente penale, che risaliva al 1992, ma anche per colpa del suo comportamento processuale, “privo di ripensamento quanto alla illiceità delle azioni commesse”.

Così il settantenne, alla fine del processo, oltre alla multa di 500 euro è stato condannato a pagare anche 2mila euro di  spese processuali. Un corteggiamento, alla fine, decisamente costoso.

 

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