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Migranti, protezione umanitaria e mancati ricorsi. Le colpe di Prodi

C’è una domanda cruciale per capire lo scandalo migranti e il caso aperto dalla “nouvelle vague cattivista” del ministro dell’Interno Matteo Salvini. La domanda è: perché in Italia, accanto a poche decine di migliaia di veri “profughi”, e a un numero indefinito di immigrati sicuramente irregolari, cioè di clandestini, ci sono anche tra 600 e 700mila migranti che profughi di certo non sono, ma restano qui e sono liberi di muoversi sul nostro territorio, liberi anche di scomparire, e in certi casi (purtroppo) di delinquere?

È tutta colpa (ma si potrebbe dire anche merito, a seconda della posizione ideologica di chi legge) di tre diverse leggi, per l’esattezza di tre decreti legislativi: il primo e il n° 286 del 1998, il secondo è il n° 251 del 2007, e il terzo è il n° 286 del 2008. Tutti e tre i decreti hanno in comune la firma di un governo presieduto da Romano Prodi. E introducono la “protezione ausiliaria” e la “protezione umanitaria”.

Che cosa è un “profugo”

Ma prima di tutto facciamo un po’ d’ordine sui “profughi”, cioè i rifugiati veri e propri, quelli che hanno pieno diritto di essere tutelati in Italia come in qualsiasi Paese europeo. Per “profugo” s’intende esclusivamente chi sia stato riconosciuto come tale da una delle 20 Commissioni territoriali prefettizie, cioè gli enti che devono valutare lo status di chi sbarca in Italia da un altro Stato. Le Commissioni territoriali, va sottolineato, non sono un covo della reazione in agguato, né sedi della Lega camuffate: presiedute da un viceprefetto, sono composte da un funzionario di Polizia, da un rappresentante del Comune o di un altro ente locale, e da un soggetto designato dall’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Insomma, tutta gente perbene.

Le Commissioni interrogano i sedicenti profughi e cercano di capire se dicano il vero o il falso: indagano cioè quale sia il Pese da cui provengano, e se siano davvero perseguitati o in pericolo di vita. Sono anche piuttosto generose, le Commissioni. In media, negli ultimi sei anni, appena metà delle 333mila domande esaminate è stata respinta (vedere la tabella). Soltanto l’anno scorso, con 171.332 sbarchi, le Commissioni sono state un poco più severe: hanno esaminato 81.527 domande d’asilo e ne hanno respinte 46.992, il 58%.

TABELLA RICHIESTE D'ASILO
 

Che cosa succede ai “respinti”

A quel punto, che cosa ha fatto la stragrande maggioranza dei sedicenti profughi respinti? Semplice, ha fatto ricorso in questura. Ottenendone quasi sempre una protezione sussidiaria o umanitaria, e quindi un permesso di soggiorno. E proprio qui arriviamo ai tre decreti prodiani del 1998, del 2007 e del 2008. Perché è in base a quelle tre leggi se i migranti respinti restano comunque in Italia. I due decreti promulgati nel biennio 2007-2008 hanno introdotto nel nostro ordinamento la “protezione sussidiaria”: lo straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come profugo può comunque restare in Italia senza problemi se “nei suoi confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine (…), correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno”.  Il decreto del 1998, invece, stabilisce i criteri della “protezione umanitaria”: la legge dice che il sedicente profugo che sia stato respinto dalle Commissioni territoriali prefettizie non va riaccompagnato alla frontiera “se ricorrano seri motivi, in particolare di carattere umanitario”.

L’Italia è praticamente l’unico Paese europeo che riconosce la “protezione umanitaria”. Questo tipo di tutela, insomma, non nasce né da obblighi internazionali, né da un dettato costituzionale: è stata una scelta autonoma del nostro legislatore. Per intenderci, presto la Spagna espellerà gran parte dei 629 immigrati che ha accolto con grande clamore mediatico nel porto di Valencia con la nave Aquarius: li espellerà perché non sono profughi, e Madrid non riconosce una tutela diversa dall’asilo per i rifugiati.

Le Questure non possono dire No

Il vero problema è che ormai nessuna Questura può rifiutarsi di concedere il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Lo hanno stabilito varie sentenze di primo e di secondo grado, e la stessa giurisprudenza della Cassazione è orientata stabilmente a favore dell’immigrato-sedicente profugo.
Quattro successivi giudizi della suprema corte hanno stabilito che “il questore non ha alcuna discrezionalità in ordine al rilascio del titolo di soggiorno, non avendo alcun potere accertativo circa la sussistenza del diritto, ed è tenuto obbligatoriamente al rilascio del titolo”. La Cassazione ha deciso anche che “del tutto irrilevante è la pregressa condizione di irregolarità di soggiorno di colui che è a chiedere il rilascio del titolo di soggiorno, così come non può ritenersi che la sussistenza di precedenti penali costituisca motivo automatico di rifiuto del titolo”.

Insomma, davanti alla richiesta di un immigrato che fa domanda per un “permesso di soggiorno per motivi umanitari”, la Questura non può obiettare nulla, nemmeno se si tratta di un irregolare conclamato, o di un pregiudicato. Forte della logica permissiva della Cassazione, per esempio, cinque anni fa il tribunale di Roma ha stabilito che la Questura della Capitale non potesse rifiutare il permesso per motivi umanitari a un’immigrata dell’Est, che pure in Italia era già stata condannata due volte per tentata rapina e per impiego di minori nell’accattonaggio.

I ricorsi ai tribunali civili
C’è poi il capitolo dei tribunali civili, cui si sono rivolti in questi anni decine di migliaia di immigrati sedicenti profughi, quelli che hanno deciso di “saltare” a pie’ pari le Questure presentandosi direttamente davanti a un giudice. I loro ricorsi da qualche anno intasano i tribunali italiani. Anche in questo campo, esiste una lunga serie di sentenze assai anomale. Vengono concessi permessi di soggiorno per motivi umanitari a immigrati che non lo meritano affatto: restano in Italia grazie a una sentenza in cui il giudice ammette di avere scoperto che hanno mentito sul loro stato, dicendosi perseguitati mentre non lo sono affatto; restano in Italia anche se hanno dichiarato di venire da un Paese che non è quello dal quale sono effettivamente partiti; restano anche se sono stati già condannati per reati compiuti in Italia. E restano perfino se in patria sono ricercati per fatti di terrorismo. Sembra follia, ma è accaduto davvero, nel 2016, e si trattava di un immigrato dalla Turchia, ricercato per terrorismo islamico.

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