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Scrivi al tuo ex una raffica d'insulti via sms? Se ti risponde, non è reato

Scrivi una raffica d’insulti via sms sul telefonino? Se lui (o lei) ti risponde a raffica e a tono, non commetti reato.

Lo ha appena stabilito la prima sezione penale della Cassazione, assolvendo definitivamente (con la sentenza n. 7067 del 14 febbraio 2019) una donna di Cagliari che invece era stata ritenuta colpevole dal Tribunale della sua città.

Alcuni anni fa, l’imputata aveva tempestato di messaggi il cellulare di un uomo. In primo grado, la donna era stata ritenuta colpevole del reato di "molestia telefonica", previsto dall'articolo 660 del Codice penale (“Chiunque, in un luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo è punito con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a 516 euro“).

Secondo il Tribunale di Cagliari, l’imputata aveva "recato disagio a un uomo attraverso reiterati messaggi telefonici di contenuto ingiurioso e minaccioso". Era stata comunque condannata a una pena mite: 200 euro di ammenda, più altri 200 euro come risarcimento alla persona offesa.

La donna aveva però fatto ricorso, sostenendo che la questione dell’accesa discussione via sms fosse scaturita “da ragioni di tipo familiare, non biasimevoli” e che la parte civile avesse “risposto in egual misura alle offese ricevute, dimostrando così di non aver subito turbamento o disturbo”.

I supremi giudici le hanno dato ragione. Hanno confermato  infatti che “il reato previsto dall'articolo 660 e la molestia che ne contraddistingue il nucleo centrale d'offesa ha come elemento costitutivo il particolare motivo che connota la condotta dell'autore”, cioè "la petulanza o altro biasimevole motivo", che probabilmente non era stata la causa del diverbio in questione.

A ribaltare però la vicenda, e a stabilre anche l'assoluzione definitiva dell’imputata, è stato l'altro elemento: e cioè il fatto che il destinatario le avesse replicato a tono. I supremi giudici hanno individuato come risolutiva "l'esistenza di uno scambio reciproco di offese" fra la donna e l'uomo. Per la prima sezione penale della Cassazione, infatti, "non è configurabile il reato di molestia o di disturbo alle persone, allorché vi sia reciprocità delle molestie", proprio come nella nostra storia.

La donna è stata assolta con formula piena. La sentenza della Cassazione, ovviamente, è destinata a fare giurisprudenza. Ma (purtroppo) è destinata anche ad allargare le maglie del turpiloquio telefonico. Mala tempora...

 

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