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Strasburgo conferma: la jihad nasce in carcere. I numeri italiani

Ancora una volta, quella di Strasburgo è una strage che nasce da una radicalizzazione avvenuta in carcere. Delinquente comune e incallito, schedato come soggetto a rischio terrorismo: questo era il ritratto di Cherif Chekatt, l’attentatore di origini marocchine che a Strasburgo in nome della jihad, la guerra santa del fanatismo islamico, ha compiuto l’ultimo atto violento (tre morti e 16 feriti gravi, tra i quali il giornalista italiano Antonio Megalizzi, in coma e non operabile).

Nella sua scheda personale, paradossalmente nota agli inquirenti e alle forze dell’ordine francesi, si legge che Chekatt era stato condannato in Francia, in Germania e in Svizzera ed era seguito a distanza dai servizi segreti perché si sapeva che proprio in cella era stato avvicinato e convinto alla radicalizzazione.

In Italia come in Francia, i luoghi oggi più a rischio per quanto riguarda la radicalizzazione non sono i centri islamici (chw restano comunque luoghi sensibili) ma le carceri. È proprio nei penitenziari che si nascondono i maggiori pericoli di reclutamento e indottrinamento.

I dati disponibili, purtroppo, sono aggiornati al 2017: un anno fa, i detenuti sotto osservazione in Italia per radicalizzazione erano 506, ed erano anche aumentati di quasi il doppio rispetto ai 365 dell'anno precedente, il 72% in più. 

Questi reclusi sono ovviamente monitorati dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e vengono suddivisi in base a tre livelli di pericolosità presunta: alto, medio e basso. Un anno fa, quelli oggetto di un alto livello di “attenzionamento” erano 242 (il 32% in più del 2016), 150 quelli di livello medio (il 100% in più del 2016) e 114 sono al livello più basso (nel 2016 erano 126). Tra quelli più pericolosi, nel 2017 erano 180 quelli in carcere per reati comuni e 62 perché sospettati o condannati per reati connessi al terrorismo islamico. Tra i detenuti in regime di alta sicurezza, soltanto quattro erano stati condannati in via definitiva.

In prigione alligna un islam “fai-da-te” e semplificato, inevitabilmente violento, dove prevalgono i predicatori improvvisati - non sono mai imam veri e propri - che divulgano una visione ideologico-dottrinaria più radicale. La condizione detentiva, l’isolamento, la frustrazione e il senso di rivalsa sono il substrato “culturale” che si trasforma in terreno fertile perché le idee più violente atecchiscano.

Lo dimostrano, in Francia, i casi di Mohamed Merah, l’attentatore di Tolosa del 2012; o quello di Anis Amri, l’attentatore al mercatino di Natale a Berlino nel 2016, che era passato dalle carceri italiane. Per cercare di contrastare il fenomeno, da tempo il Dap ha avviato un progetto intelligente, che cerca di portare nelle prigioni italiane veri imam, ovviamente moderati, che offrano ai detenuti la parola originale della loro religione.

Ma i casi sono davvero tanti. Lo scorso giugno, per esempio, è stato rimpatriato al Cairo un egiziano di 32 anni: arrestato nel 2014 per il reato di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, nel 2016 era diventato il leader di un gruppo di detenuti che divulgavano l’Islam radicale e cercavano proseliti dietro le sbarre. Ieri il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha ricordato che dal 15 gennaio 2015, il giorno dell’attentato a Charlie Hebdo, 360 persone sono state allontanate dall’Italia perché ritenute pericolose.

 

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