di Marco Volpati
Sono in pensione, e vado in bestia quando mi additano come affamatore delle giovani generazioni. D’oro sono i vitalizi dei parlamentari, conquistati passando pochi anni sui banchi di Montecitorio o Palazzo Madama; o le pensioni ottenute a colpi di abbuoni e regali di Stato. La mia, che pure è buona, me la sono guadagnata con anni e anni di contributi; conti alla mano, se avessi potuto disporre a modo mio di quei versamenti, avrei una rendita anche superiore.
Governo e Parlamento pretendono di ridurre l’assegno mensile a milioni di pensionati, in due modi. Non rivalutando quelle medio-basse (e quindi abbassandole di anno in anno per effetto dell’inflazione); e reinventando il “contributo di solidarietà” per le medio-alte.
Ma non è qui il punto: ho figli e nipoti, e sono preoccupato io per primo del futuro dei giovani. Se avessi una minima garanzia che le mie rinunce andranno a loro favore sarei d’accordissimo.
Ma come faccio a credere che quel che toglieranno a me non serva, in gran parte, a pagare gli stipendi spropositati dei parlamentari (molto più alti di quelli che vigono in paesi più ricchi dell’Italia)?
I politici di destra e sinistra vanno a braccetto su questo punto; vedi Matteo Renzi, e sul fronte opposto Giorgia Meloni.
Che garanzie mi danno di non usare i miei sacrifici per le note spese di cene e biancheria dei consiglieri regionali? O gli stipendi di migliaia di raccomandati incompetenti che siedono nei consigli di aziende comunali e regionali?
Mi diano quello che mi spetta. Ci penserò io – ci penseremo noi – a fare in modo che i soldi arrivino nelle mani giuste. Smettano di esibire promesse generiche sul “reddito minimo sperimentale” e di invocare gli asili nido alla tedesca: possiamo crearli con il contributo volontario dei pensionati. Il welfare privato funziona: quello pubblica spreca, ruba, o tutti e due.
