IL LIBRO – Joyce, Sartre, D.H. Lawrence, Miller, Kerouac, Pasolini, Moravia, Testori, Bianciardi, Ginsberg, Tondelli, Busi: la lista degli scrittori che dal dopoguerra a oggi sono stati processati in Italia per “pubblicazioni oscene” comprende alcuni tra i più grandi nomi della letteratura italiana e mondiale dell’ultimo secolo. In un’inchiesta capace di illuminare un capitolo della storia culturale italiana rimasto a lungo nell’ombra, Antonio Armano ci conduce tra archivi, tribunali e testimonianze di imputati illustri per raccontare le censure e le molteplici accuse – spesso oscenità ma anche vilipendio della religione e dell’esercito, diffamazione – che hanno colpito e ancora oggi colpiscono autori ed editori. Portando alla luce documenti inediti e casi giudiziari sconosciuti, ricostruisce il legame inscindibile tra la vita degli artisti e le opere e allo stesso tempo ci permette di osservare le trasformazioni sociali e culturali che hanno coinvolto il nostro Paese partendo dalla prospettiva unica del rapporto tra letteratura e aule di giustizia.

LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO DAL CAPITOLO DEDICATO AD ARBASINO
(per gentile concessione dell’editore)
«Per parecchi mesi» spiega Arbasino nei Meridiani «l’ultima messa a punto del romanzo fu accompagnata da spropositati “gossip” ostili sulla stampa quotidiana e settimanale. Si era infatti alla vigilia del Gruppo 63, già con allarmi del cosiddetto Establishment (o “egemonia”) che controllava editori e giornali e riviste e Rai, basandosi sui tradizionali bisogni economici dei letterati giovani, ai quali era sempre bastato “chiudere i rubinetti” o “far mancare pane”, da decenni, per renderli ossequienti e “organici” ai Regimi, ai Sistemi, ai Poteri.»
Ma com’è che questi «gossip spropositati» sono scoppiati?… «Non so con qualche espediente, una copia o due vennero carpite, copiate, e lette ad alta voce in trattorie o pizzerie, fra velenosi commenti e strilli “allo scandalo!”. Giorgio Bassani se ne preoccupò immediatamente, sia per l’ostilità pre-63 dell’intero establishment cui apparteneva, e sia per la sua concezione tradizionale del romanzo “alla E.M. Forster” che andava pubblicando. (Però a Roma e Londra “Morgan” chiamava soprattutto me, da quando mi scrisse curioso dopo avere letto Giorgio contro Luciano pubblicato sul “London Magazine” da John Lehmann).»
Tra coloro che si sono sentiti minacciati si distingue Moravia, che reagisce con un attacco preventivo molto pesante pubblicando sul «Corriere della Sera» del 25 novembre 1962 un raccontino intitolato Il macabro in salotto. Ed eccoci di nuovo a parlare di satira sui salotti a ulteriore conferma del rapporto tra «Coprifuoco» e Fratelli d’Italia. Il nome Arbasino non viene storpiato tipo Alpeggiani/Palpeggiani, per esempio in Arvasino, ma cambiato in Zani. Il racconto è strutturato come visita allo studio dello scrittore in via Urbana a Roma – in realtà era in via del Consolato – e come dialogo tra il narratore e Giacomo, offeso da Zani, e desideroso di capire il perché affrontandolo: «Ora tu mi domandi di rompere i rapporti con lui, come farebbe chiunque altro al mio posto. Ma non ti rendi conto che soltanto arrivando a comprendere perché lui ha fatto quello che ha fatto, riuscirò a liberarmi dall’offesa?».
Giacomo suona il campanello ma Zani non c’è. Li accoglie la cameriera. «Dico: vestita da cameriera ma dovrei dire: travestita, perché era vestita come un manichino in una vetrina con la stessa perfezione e la stessa mancanza di fantasia: crestina ricamata sui capelli, grembialino minuscolo legato intorno la vita, con le bretelline e l’orlo di pizzo, guanti di filo bianco, calze di seta nera, scarpe di vernice nere. La guardai in viso: anche la faccia aveva qualche cosa di perfetto e di convenzionale, come di bambola: sopracciglia e occhi neri, naso dritto, bocca corallina, contorno ovale.»
I due entrano nello studio, tutto in uno stile ottocentesco di poco valore, quasi finto antico, antiquariato da due soldi:
La piccola stanza era piena zeppa di mobili: e tutti questi mobili, come notai, erano dello stesso stile, quello, appunto, che porta il nome del re Luigi-Filippo di Francia. Ma non soltanto le tende di stoffa pesante con scuri e opachi disegni di fiori e il divano e le poltrone foderati della stessa stoffa, e la libreria coi libri rilegati in pelle e oro, e lo scrittoio con il suo calamaio di ottone e la sua cartella di marocchino e il tappeto con motivi di paesaggi e le stampe incorniciate di ebano e lo stipo con l’orologio in forma in forma di tempietto di marmo e di bronzo: ma anche gli innumerevoli ninnoli e soprammobili che affollavano mensole e tavolini appartenevano tutti senza alcuna eccezione alla stessa epoca. E notai pure che non c’era né il giradischi né la discoteca che sapevo che Zani doveva pur possedere: né la macchina da scrivere di cui si serviva per i suoi articoli: né insomma alcun oggetto di uso moderno e giornaliero che avrebbe potuto infrangere l’unità quasi allucinante dell’ambiente.
Che ci vuol dire il vendicativo Moravia?… «Questa stanza è stata arredata da qualcuno che non sa esprimersi liberamente, che confonde espressione con imitazione, creazione con meccanismo, verità con copia.» Una personalità o mancanza di personalità il cui carattere principale è il macabro: «Si tratta in fondo di una specie di calco. C’è in Spagna una cattedrale liberty sulla cui facciata stanno sospese molte statue raffiguranti la Sacra Famiglia circondata dagli animali tradizionali del presepe. Ora persone e animali appaiono curiosamente ripugnanti. La ragione è che tutte quelle statue non sono state scolpite bensì, quelle degli uomini e delle donne su cadaveri della Morgue, quelle degli animali su polli, maiali buoi, asini e pecore morte. Così questo studio: è il calco di un cadavere, non la creazione di un ambiente espressivo».
Sentendosi minacciato, Moravia ha attaccato Arbasino, dimostrando non certo un grande senso dell’umorismo. Lo accusa di indossare una maschera mortuaria: «Che cos’è il contrario dell’espressione? La maschera. Ebbene questo studio è una maschera, diciamo una maschera mortuaria. Lo scopo non è di esprimersi bensì di nascondersi».
Dopo avere potuto osservare lo studio, i due vengono informati dalla cameriera che Zani non arriverà. Del resto lui non viene quasi mai in studio: «Sono qui da un mese soltanto. Il signor Zani mi disse che in quest’appartamento ci avrebbe ricevuto delle visite, come si ricevono appunto in uno studio, ma io non ho ancora visto nessuno. Viene ogni tanto lui, è vero, ma soltanto per portarci un oggetto o un altro. L’appartamento ancora non è finito. Le altre stanze sono vuote».
Ma lui dove vive allora? «Abita da sua madre ma l’indirizzo non lo so» risponde la cameriera.
«Appena l’appartamento sarà in ordine, lui verrà ad abitarci. Cioè: appena la maschera sarà finita, lui se la metterà.»
Ha scritto Andrea Barbato sull’«Espresso» del 3 febbraio 1963: «Negli ultimi mesi dell’estate, la parola d’ordine in certi ambienti mondani e letterari era: “Ci siamo dentro tutti”. Si diceva sempre più apertamente, insomma, che il romanzo di Arbasino era a chiave e che lo scrittore vi aveva messo in caricatura quasi tutti i suoi amici più famosi. Le lettere, le telefonate di spiegazione, non fecero che inasprire il contrasto. Ci furono i primi saluti non corrisposti, i primi sguardi di ostilità. Arbasino dice apertamente che alla testa di questo avvenimento a lui avverso c’era Alberto Moravia».
Nessuno è ricorso alle vie legali, anche perché il libro non è ancora uscito, e per il reato di diffamazione a mezzo stampa occorre appunto che ci sia la stampa… Ma il clima è quello della vicenda Palpeggiani, di «Coprifuoco» (rivista goliardica universitaria dove lo scrittore vogherese pubblica il racconto Una persona che non dimenticherò mai, processato nel ’53, ndr). «Nei ristoranti, Arbasino e i suoi ex amici facevano finta di non conoscersi; scoppiò perfino la battaglia degli aeroporti, una corsa a chi prima riceve ospiti illustri, come John Lehmann o Angus Wilson per annetterli rapidamente alla propria versione dei fatti. Da allora, la situazione non è migliorata.»
«Fratelli d’Italia (1963)» scrive Carlo Feltrinelli in Senior Service «è l’opera che sigla questo momento della letteratura italiana. Nasce osteggiata dal suo stesso direttore di collana (è Bassani) che non gradisce la caotica commistione dei generi, non vi ritrova il “filtro della memoria” e non ne sopporta il virtuosismo e la frammentarietà. L’editore, in una nota per la stampa, taglia corto con le dispute interne ed esterne: “Non desidero entrare nelle polemiche sul romanzo. Quello di Alberto Arbasino è a mio avviso anzitutto un libro, che alcuni leggeranno come un romanzo, altri come un saggio, altri ancora forse come un pamphlet o un repertorio giornalistico” […] una certa società si è, forse per la prima volta, vista nello specchio. Capisco la sorpresa, mi sorprende l’indignazione che sa di malafede.»
Quando Arbasino manda il manoscritto a Bassani include un volantino, da pubblicarsi insieme al libro, dove tra l’altro dice che i temi di Fratelli d’Italia sono «non liricamente filtrati attraverso l’evocazione della memoria e accomodati secondo i pregiudizi d’una convenzione alla moda, ma raccontati a botta calda». Parole che offendono Bassani perché sembrano dirette contro di lui. Un pezzo di manifesto del Gruppo 63 contro il Finzicontinismo, il romanzo tradizionale e perdipiù dentro la sua stessa casa editrice. Un attacco intollerabile.
Mi mandò un telegramma – racconta Arbasino – chiedendomi di modificare quella presentazione. Dopo qualche giorno, quando lui tornò dalla montagna, ci vedemmo a pranzo. E così io seppi con esattezza quali erano le sue obiezioni. Prima accusa: mescolanza intollerabile di saggistica e di narrativa. Ora, io l’ho sempre fatto, e dopo aver letto Proust e Musil ancora di più. Chi c’è che oggi fra Musil e Gide preferisce ancora il «récit» gidiano tutto pulito e preciso? Seconda accusa: mescolanza intollerabile di comico e tragico. Secondo Bassani nel mio libro si muore dal ridere nei momenti drammatici e si sprofonda nel lutto nelle parti comiche. Ma la cultura migliore oggi, da Gadda a Brecht, è tutta una mescolanza di grottesco e di tragedia. Terza accusa: i fatti importanti sono nascosti fra le pieghe, mentre quelli irrilevanti sono messi in primo piano con protervia. Questa, dico io, è la caratteristica della narrativa del nostro tempo.
Quarta accusa: «Non è un vero romanzo, perché non ha struttura né trama né personaggi. E perciò Bassani nega validità all’opera aperta, alla struttura circolare che tutti ormai riconoscono». Quinta accusa: «I sentimenti più nobili sono espressi dai personaggi più indegni di tutto il libro. A parte il fatto che molti comuni amici predicano bene e razzolano male, se fosse il contrario saremmo al realismo socialista, addirittura allo stalinismo».
Arbasino replica all’attacco con diverse dichiarazioni ai giornali del tenore di quella appena riportata. Giustamente non tollera che qualcuno voglia imporre un’idea monoteista e classica del romanzo.
Giangiacomo Feltrinelli di tutto questo se ne sbatte come si è visto – è un editore militante e si poneva come punto di riferimento editoriale del Gruppo 63 – ma non sottovaluta il rischio che qualcuno possa identificarsi con un personaggio del libro e denunciarlo come al solito. A maggior ragione dopo tutte le tensioni che sono scoppiate nell’aria alla sola lettura del manoscritto tra pizzerie e trattorie. E così affida il libro a un avvocato che valuta le possibili conseguenze legali. Fratelli d’Italia, ancor prima di uscire, scrive Barbato in Ci siamo dentro tutti, ha «suscitato una piccola guerra civile nel mondo letterario italiano. Ha provocato equivoci e inimicizie, incidenti e contrattempi, polemiche critiche e mondane. Ha sconvolto le abitudini un po’ pigre degli scrittori che vivono a Roma, ha costretto molti a prendere un partito a favore o contro il romanzo, e ha perfino rovinato certe feste di fine anno. Arbasino, anche se l’ammette malvolentieri, ha perduto quasi di colpo buona parte delle sue amicizie, quando entra nei ristoranti, nelle case degli amici o nei caffè di piazza del Popolo, si vede voltare la schiena da gente che, fino a poco tempo fa, lo frequentava assiduamente. La voce che corre è che Fratelli d’Italia sia un romanzo a chiave, una galleria di ritratti non tutti benevoli».
L’avvocato non ravvisa gli estremi per denunce e azioni giudiziarie di alcun tipo ma forse consiglia qualche cambiamento. Alla fine questa guerra preventiva di schiene girate, saluti tolti e salotti sfottuti qualche effetto lo sortisce: «Arbasino s’è sforzato, con tagli e correzioni in bozza, di deformare certi ritratti per renderli meno somiglianti». Almeno così dice «l’Espresso».
Lui, in vista dell’uscita del libro, nega che si tratti di un romanzo a chiave, si protesta innocente:
Non so, non so proprio. Forse in tante voci – dice ad Adolfo Chiesa di «Paese Sera» – c’è della malevolenza, oltre che molta confusione. Ciò che non riesco a capire è come persone che hanno un minimo di uso di mondo possano credere cose simili. Mi dica lei come l’avrei messa con i miei datori di lavoro, Pietra,
Pannunzio, Bianchi, se mi fossi messo a fare della diffamazione su scala nazionale… per lo meno sarei stato sciocco, avrei agito in modo autolesionistico, non le pare?… Ma pensa a che punto arriva certa gente, l’altra sera mi telefona una persona: ho saputo, mi fa, che nel suo prossimo libro c’è un mio tavolino. Ti scuserei anche: «ma come ti sei permesso di descrivere un mio mobile non in casa mia, ma trasportandolo in un ambiente poco chic? come ti sei permesso?, dimmi: sarà bene io t’avverta che non metterai mia più piede nel mio appartamento». Insomma un delitto di leso tavolino.
Un delitto di leso tavolino come per il caso Palpeggiani.
Fino all’uscita dei Meridiani per leggere la versione originale di Fratelli d’Italia bisognava comprarla sul mercato dell’antiquariato o farsela prestare in biblioteca. Arbasino è così legato a quel libro da averlo riscritto per ben due volte facendolo lievitare fino alle 1371 pagine dell’edizione Adelphi uscita per spegnere la trentesima candelina del romanzo nel 1993, e nelle librerie circolava solo quella. Più o meno il doppio. Tra le parti aggiunte ce ne sono di spinte che sarebbe stato problematico inserire all’epoca. Per esempio nelle pagine ambientate alla Spezia la scena in cui il protagonista e l’amico Antonio rimorchiano un marinaio americano è molto più breve nell’edizione del 1963. In quella da 1371 pagine c’è invece di più:
Mentre si esce dalla città, ancora una volta m’avverte in italiano di non tentare di mettergli in mano dei soldi, come faccio istintivamente io, né prima né dopo. Neanche quei braccialettini d’oro da poliziotto che mi porto sempre dietro per farli contenti? No, neanche, non ci pensi. Ma ormai questa faccenda dei soldi lo sconvolge. Uno a Copenaghen rimane sbalordito e per poco non si mette a piangere, con degli «oh, nooo!» singhiozzati che mi spezzavano il cuore. Un altro a Rotterdam tira fuori addirittura il coltello, furibondo, perché aveva dato tutto se stesso gratis. Cinque minuti dopo, in un bosco, West Virginia chiude gli
occhi come se volesse assopirsi; li tiene chiusi, stretti, lasciando cadere il berrettino bianco; ma lo tiene fermo con una mano per non perderlo. Comincia a lamentarsi forte. Stringe gli occhi e spalanca la bocca. Morsica il plaid, poi ci scivola giù fra le gambe. Trema, ha i brividi, lo prenderà come una prova di iniziazione, a «rite of passage?». Mi piglia forte per un braccio, poi s’aggrappa a tutt’e due insieme, che non ci muoviamo e gli teniamo giù la testa, un po’ di qui e un po’ di là, senza poter far a meno di dirgli «va adagio!» come coi bambini ingordi, «easy, easy», soffocando dal ridere.
E poi:
«Con uno di questi, quanti ne verrebbero fuori di taglia small per Pier Paolo? Tre, quattro, cinque, sei?»… «Sei una bestia, non sei mai stato visitato da Madonna Poesia, meriteresti anche tu di sospirare a un guardarobiere carino “la notte non dormo pensando a te”, come è capitato a un ministro che conosco, e di sentirsi rispondere, aiutandoti col paltò, “pensi all’Itaglia, eccellensa, pensi all’Itaglia piuttosto”…» «Ma scusa, Antonio e tu? Col tuo buon cuore e il buon gusto se ti mettono lì dieci paraculetti romani, cosa dici? che meraviglia?»
A quanto ne so Arbasino non ha mai avuto problemi con la censura: mi ha detto che per mettersi al riparo bastava inserire i passaggi più spinti in mezzo al libro in modo che non saltassero subito all’occhio ed evitare troppi titillamenti. Descrizioni dettagliate e prolungate. Tra l’altro nella pagina sulla Spezia Arbasino fa il nome di Pasolini e anche questo non l’avrebbe mai fatto a quei tempi. In Giorgio contro Luciano, il bellissimo racconto del libro d’esordio (Le piccole vacanze), piaciuto a Forster, c’è la storia del corteggiamento dell’amico etero, che si conclude vittoriosamente grazie a una ciucca e alle canne in Spagna. Anche qui niente che assomigli alle pagine recenti di Fratelli d’Italia, ma qualche anima bella poteva sentir odore d’oscenità. Comunque il libro non ha avuto grane quando è uscito con Einaudi, nel 1957.
E poi, problemi di censura a parte, come scrive sempre in Fratelli d’Italia, l’inglese, con le sue four letters words è molto più adatto a raccontare certe cose: «Ma come si fa a mettere sulla pagina un termine come “pompino”, tre sillabe sopra un diminutivo?… “Suck that dick, baby”, quelle sono frasi carine… Ma come quando al massimo delle sue possibilità una lingua ti fornisce roba tipo “l’energumeno estrasse un membro gigantesco”?… Estrasse… Mah».
E poco più sotto: «Ma… fare delle descrizioni in italiano con termini come “succhiammo”, “masturbando”, “glutei” e “capezzoli”? Pentasillabi sdruccioli come “profilattici”? E con “sodomizzazione” siamo a sei! Niente di parlato, e meno che meno il “pene”, quasi sempre frainteso per il plurale di “pena”…».
(continua in libreria…)
