E’ nel libro pubblicato dall’editore Fausto Lupetti “Leopardi a tavola” che viene pubblicata per la prima volta la lista autografa leopardiana che si conserva alla Biblioteca Nazionale di Napoli insieme alle Carte del poeta; un ritaglio di carta avorio, lungo e sottile, dove la scrittura minuta e precisa, chiara ed elegante di Giacomo Leopardi si staglia netta, perdendosi nei toni dell’inchiostro bruno; un appunto, un promemoria, una traccia di un desiderio esaudito: quella lista racchiude infatti un elenco di 49 piatti realizzati con mano sapiente lì, a Napoli, dove Giacomo arriva nell’autunno del 1833 insieme all’amico Antonio Ranieri. Nelle case napoletane dove i due amici vivono una sorta di bohème, accompagnati dalla sorella di Antonio, Paolina, ma soprattutto in quella che li vedrà spesso ospiti e poi fuggiaschi (la villa Ferrigni, posta alle pendici del Vesuvio, poi nota come “villa delle Ginestre”), ci sarà, infatti, pure un Monsiù, quel cuoco rivoluzionario che risponde al nome di Pasquale Ignarra, attento a creare, dalle definizioni della lista, delle pietanze ispirate al meditato piacere. Ogni piatto indicato da Leopardi e realizzato da Ignarra riflette una teoria del gusto e risponde a una esigenza sociale, rivelando così una precisa linea di percorso nella storia della cucina italiana. La figura di Pasquale Ignarra è fondamentale nella successione dei fatti. Egli infatti, patriota rivoluzionario, esule politico dopo la breve epopea della Repubblica Partenopea del 1799, ferocemente repressa nel sangue, era “per giunta, un finissimo cuoco” come dice Ranieri quando lo ritrova negli anni Trenta. Ebbene è proprio da questa sua indole di franca e generosa lealtà che gli si intuisce poi la dedizione e l’attenta sollecitudine alla persona di Leopardi, dandoci da intendere un vero militantismo materiale e morale nella solidarietà della salute e del sapere gustativo.. È notevole, fin dalle prime pagine, poter capire che la straordinaria importanza del documento leopardiano consiste, con dichiarata segretezza, e nel suo stile essenziale, una parola per volta, e nel momento della sua stesura, onde si risente di quale acume speciale si debba valere chi tenta ancora di ritrovare la dimensione sociale della specie umana nella misura dei beni del tempo e dello spazio. Il cibo, infatti, si presenta immediatamente, non ha bisogno di appellativi né di vogliose lusinghe poetiche, i suoi nomi puliti si dicono in pieno nella causa di tutti gli effetti, la vita, tanto per dire di più! Così, esso è opera, ma mai come culto, come persona umana, invece, che intende riprodurre se stessa nel sogno della felicità terrena. E non finisce qui! Leopardi scrive questi 49 cibi negli ultimi mesi della sua vita (basta saper leggere i cibi!). E che cosa, allora, nella nostra limpida mente non potremo capire se non un insegnamento ideale lasciatoci in eredità? Che altro se non un suo viatico per quel compito della fatale ragione che alimentatasi nella sana consapevolezza, non si manifesti che in modo ragionevole? …
Pascale Lismonde dalla prefazione al libro di Domenico Pasquariello e Antonio Tubelli “Leopardi a tavola”. 49 cibi della lista autografa di Giocomo Leopardi. Nel libro fotografie e atmosfere della Napoli del periodo leopardiano. Si propongono anche venti ricette del grande cuoco napoletano Antonio Tubelli a partire dalla lista leopardiana seguendo l’ordine di una cucina ritmata dalla sequenza della stagioni.
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