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Libri & Editori
Le lettere di Leopardi dall'odiata Roma, tra i libri migliori degli ultimi anni
A. Ferrazzi, Giacomo Leopardi, 1820, olio su tela, Recanati, Casa Leopardi

 

di Antonio Prudenzano
su Twitter: @PrudenzanoAnton

Giacomo Leopardi (1798-1837) non è stato solo "il" poeta della nostra adolescenza (chi a scuola non si è identificato nella forza emotiva dei suoi versi?), o il grande filosofo apprezzato, tra gli altri, da Nietzsche e da altri giganti del suo tempo.

L'autore dei Canti, infatti, è stato anche un formidabile narratore, capace di uno stile sorprendentemente moderno, diretto ed empatico, e di un ritmo narrativo che cala assai di rado. Lo si "scopre" grazie a uno dei volumi più interessanti pubblicati negli ultimi mesi: Questa città che non finisce mai - Lettere da Roma, 1822-32 (uscito per la collana Utet Extra e accompagnato da un saggio di Emanuele Trevi).

La maggior parte delle lettere riguarda il primo soggiorno romano (dal novembre 1822 all'aprile 1823) dell'autore de Lo Zibaldone e delle Operette morali: la città e i romani non fecero certo un'impressione positiva a Leopardi ("la grandezza loro m’è venuta a noia dopo il primo giorno..."; o ancora: "il più stolido Recanatese ha una maggior dose di buon senso che il più savio e più grave Romano"), che visse mesi difficili, di frustazione, dolori fisici (febbre, geloni) e dubbi esistenziali: "(...) questa malinconia, e l’essere sempre  esposto al di fuori, tutto al contrario della mia antichissima abitudine, m’abbatte, ed estingue tutte le mie facoltà in modo ch’io non sono più buono da niente, non ispero più nulla, voglio parlare e non so che diavolo mi dire, non sento più me stesso, e son fatto in tutto e per tutto una statua", scrisse Leopardi in una delle prime lettere... E più avanti l'autore de L'infinito confidò: "(...) da quando io misi piede in questa città, mai una goccia di piacere non è caduta sull’animo mio".

Dunque Giacomo, in "fuga" da Recanati, ospite dello zio materno (Carlo Antici), cercò invano se stesso nella città sbagliata. E nelle lettere, spesso commoventi, si rivolse soprattutto  al padre Monaldo, all'amato fratello maggiore Carlo e alla sorella Paolina

Ci fu solo un giorno del soggiorno romano che lo rese felice: quello in cui andò a rendere omaggio a un altro poeta tormentato: "Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro  del Tasso, e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro; ma non si potrebbe anche venire dall’America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti?".

L'elemento che più colpisce chi si accosta a questo prezioso volume è la lingua: quella del Leopardi autore delle lettere da Roma, infatti, è diversa rispetto a quella del Leopardi poeta e filosofo. Ecco un paio di esempi: "Ho ben conosciuto quel fenomeno  di Menicuccio Melchiorri; e pratico tuttogiorno con  quel coglione di Peppe, che invita mezzo mondo a  mettergli tre braccia di corna". E ancora: "Io non conosco le puttane d’alto affare, ma quanto alle basse, vi giuro che la più brutta e gretta civettina di Recanati vale per tutte le migliori di Roma". Insomma, ben poco a che vedere con i celebri versi dedicati agli occhi "ridenti e fuggitivi" di Silvia...

Un altro aspetto: le pagine più feroci di  Questa città che non finisce mai sono dedicate ai "letterati" romani. Lo squallore dell'ambiente culturale della città sconvolse Leopardi, che preferì frequentare gli intellettuali stranieri. Del resto, ecco cosa scoprì sin da subito Giacomo: "Non ho ancora potuto conoscere un letterato Romano che intenda sotto il nome di letteratura altro che l’Archeologia. Filosofia, morale, politica, scienza del cuore umano, eloquenza, poesia, filologia, tutto ciò è straniero in Roma, e par un giuoco da fanciulli, a paragone del trovare se quel pezzo di rame o di sasso appartenne a Marcantonio o a Marcagrippa. La bella è che non si trova un Romano il quale realmente possieda il latino o il greco...". Per restare in tema, qui di seguito una delle descrizioni più spietate che propone Giacomo: "Ieri fui da Cancellieri, il qual è un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra; parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme colla maggior  freddezza possibile;  ti affoga di complimenti e di lodi altissime, e ti fa gli uni e l’altre in modo così gelato e con tale indifferenza, che a sentirlo, pare che l’esser uomo straordinario sia la cosa più ordinaria del mondo".

E se, come appena raccontato, solo delusioni arrivarono degli intellettuali della futura capitale ("La letteratura romana è così misera, vile, stolta, nulla, ch’io mi pento d’averla veduta e vederla, perchè questi miserabili letterati mi disgustano della letteratura...") Leopardi, che era arrivato a Roma in cerca di un impiego, fallì nell'intento: da un lato non si concretizzò la possibilità di un lavoro fuori dall'Italia ("So che i ministri esteri che sono in questa corte fanno qualche ricerca di letterati o scienziati da mandare ai loro paesi..."), dall'altro Giacomo decise di rifiutare un incarico nell'amministrazione pontificia.

Per chiudere, una riflessione di Trevi contenuta nel saggio finale: "Si potrebbe dire che i loro migliori romanzi gli italiani, per una forma sublime di snobismo, non li scrivono. Li vivono in prima persona, e quando è il  caso ne affidano la memoria a tracce disperse, e poco affidabili: lettere, memorie, diari, verbali di processi,  ritagli di giornale, confessioni tardive, sussurri  telefonici. È un’arte collettiva, quella del romanzo non scritto, che andrebbe studiata a fondo, come uno dei pilastri della nostra identità nazionale...". Cominciare da questo intimo "romanzo non scritto" che Leopardi ha dedicato all'odiata Roma è sicuramente un'ottima partenza.

LeopardiUtet
 
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