“Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere in modo sleale. Grave colpa da parte mia, lo so!”
Oggi un fime intellettuale come Pasolini rischierebbe di sembrare quasi un ingenuo. Perché viviamo in un tempo dannato nel quale la slealtà ha cambiato nome: si chiama strategia. L’opportunismo è diventato capacità di adattamento, il tradimento viene venduto come pragmatismo e lavorare alle spalle degli altri, possibilmente sorridendo loro davanti, viene spesso considerato un raffinato talento relazionale.
Il problema non è più soltanto vincere o perdere. È come si arriva al traguardo.
C’è chi preferisce percorrere la strada più lunga, mettendoci faccia, errori e responsabilità. E chi invece scopre molto presto che esiste una scorciatoia assai più comoda: aspettare che qualcun altro faccia il lavoro, insinuarsi al momento giusto, frequentare le stanze opportune, cambiare versione a seconda dell’interlocutore e, quando serve, piantare il coltello con la stessa eleganza con cui pochi minuti prima stringeva la mano. E spesso funziona.
È questa la parte più feroce della frase di Pasolini: i disonesti non perdono necessariamente. Anzi. Qualche volta vincono, fanno carriera, vengono premiati, conquistano posizioni e riescono perfino a raccontare la propria vittoria come prova di capacità. Chi rifiuta quel gioco, invece, può davvero perdere. Può perdere occasioni, incarichi, denaro, consenso. Può perfino passare per sciocco davanti a quelli che hanno trasformato l’assenza di scrupoli in una competenza professionale.
Ecco allora quella magnifica, amarissima ironia: “grave colpa da parte mia”. Sì, perché in certi ambienti avere una parola sola è un handicap. Non pugnalare alle spalle è mancanza di iniziativa. Non partecipare al gioco delle cordate è scarsa visione strategica. Dire le cose in faccia, poi, rasenta ormai l’autolesionismo.
Resta però un dettaglio che i furbi dimenticano. Le vittorie ottenute strisciando hanno bisogno continuamente di nuove menzogne per restare in piedi. Le sconfitte affrontate a testa alta, invece, non hanno bisogno di spiegazioni. Alla fine si può perdere un posto, una battaglia, perfino una guerra. L’importante è non dover festeggiare una vittoria vergognandosi del modo in cui la si è ottenuta.


