Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

"Romanzi", in anteprima la collana di narrativa di Tunué

In arrivo in libreria "Dettato" di Sergio Peter e "Stalin+Bianca" di Iacopo Barison, i primi due titoli di "Romanzi", la collana di narrativa di Tunué, diretta dallo scrittore Vanni Santoni - SCOPRI SU AFFARI ITALIANI TUTTI I PARTICOLARI E LEGGI GLI ESTRATTI DAI DUE LIBRI

VanniSantoni


L'APPUNTAMENTO

"Dettato" di Sergio Peter  e  "Stalin+Bianca" di Iacopo Barison saranno presentati al prossimo Salone Internazionale del libro di Torino sabato 10 maggio 2014 alle ore 14.00 nello Spazio Autori


 

Tunué, tra le principali case editrici italiane di graphic novel e saggistica pop, inizia a pubblicare libri di narrativa, in una nuova collana diretta dallo scrittore Vanni Santoni. "Questo passo è la naturale evoluzione della linea editoriale sviluppata dalla casa editrice di Latina, che, fin dalla sua nascita nel 2005, predilige la ricerca di storie dai forti tratti letterari per i suoi volumi a fumetti", si legge in un comunicato.

Tunué
 

Massimiliano Clemente (Direttore editoriale): “Di comune scelta con il curatore Vanni Santoni abbiamo deciso di puntare su una grafica minimale, ma di impatto, che sappia farsi riconoscere e che si differenzi dal resto del nostro catalogo. Vogliamo che sia una collana sincera, leale con il lettore: offriamo narrativa letteraria di giovani autori che riteniamo qualitativamente eccelsi; il prezzo sarà contenuto; il nome quasi tautologico: 'Romanzi'...”

LA NOTIZIA IN ANTEPRIMA SU AFFARITALIANI.IT IL 3 DICEMBRE 2012/ Tunué, dal '14 una collana di narrativa italiana (breve) diretta da Vanni Santoni: "Quattro quinti di realtà, uno di sconfinamento..."
                                                        

"Potere alle storie" è infatti il motto di Tunué, "che sta a testimoniare la volontà di affidare alle narrazioni il compito di fissarsi nell’immaginario dei lettori, arrivando a incidere nel loro vissuto, a farsi mediatrici e interpreti fra loro e il mondo. È convinzione di Tunué che l’attitudine al racconto, al trasformare in parola scritta la rete di relazioni materiali e simboliche che operano su tutti i livelli della quotidianità, sia un’opportunità per valorizzare la capacità di resilienza. Per evolvere, mutare, transitare; non solo per resistere, ma per andare oltre: per sconfinare".

Vanni Santoni, direttore della collana, è nato a Montevarchi nel 1978. Ha pubblicato, tra gli altri, "Gli interessi in comune" (Feltrinelli 2008), "Se fossi fuoco arderei Firenze" (Laterza 2011), "Terra ignota" (Mondadori 2013) e, da fondatore e coordinatore, "In territorio nemico" (minimum fax 2013).

Spiega il curatore: “La nuova collana nasce con l’obiettivo, semplice da enunciare ma non da raggiungere, di proporre al pubblico ottimi romanzi, caratterizzati dalla forza della vicenda e dalla bontà della prosa. Per quanto riguarda l’identità della collana, abbiamo fissato un principio, quello dello 'sconfinamento', che può essere di genere ma anche di taglio, tono o lingua, e per il quale abbiamo trovato anche una formula: quattro quinti di realtà, uno di sconfinamento. Tutto questo deve essere inteso più come una suggestione che come una ricetta, poiché ogni libro è sempre e comunque storia a sé, e il volto della collana andrà definendosi anche e soprattutto in base ai romanzi che via via selezioneremo. L’unica cosa certa è che cerchiamo testi, oltre che di elevata qualità letteraria, di lunghezza non superiore alle 250.000 battute”.

La grafica della nuova collana di Tunué è a cura di Tomomot,  studio di visual design fondato nel 2010 da Adolfo Botta e Sara Poli.

"Consapevoli che le storie sono un bene collettivo, una ricchezza che alimenta l'immaginario e il vissuto di ogni lettore, di comune accordo con gli autori e il curatore tutte le opere della collana Romanzi saranno diffuse sotto licenza Creative Commons: potranno essere condivise e trasformate da chiunque", spiega inoltre la casa editrice.

 

ECCO I PRIMI DUE TITOLI DELLA COLLANA:

SergioPeter
 

"Dettato" di Sergio Peter 

LA TRAMA - Come si gioca a nascondino da soli? Un bambino cerca un riparo dalla morte del padre e trova nell’aria le voci dei matti, degli animali, dei vecchi e delle donne che popolano i luoghi marginali di una sperduta valle di montagna. Riti collettivi di addio all’inverno, campane ferme, racconti orali, cadute, incantamenti e ossessioni animano il romanzo d’esordio di Sergio Peter che, ispirandosi alla lezione del Celati di Narratori delle pianure e del Calvino delle Città invisibili, dà vita a un ritorno a casa che è anche viaggio iniziatico nei territori della memoria.

L'AUTORE - Sergio Peter (Como 1986) ha studiato filosofia all'Università Cattolica, laureandosi con una tesi di Estetica. Ha pubblicato racconti in riviste cartacee e online. Vive a Milano. Questo è il suo primo romanzo.

LEGGI UN ESTRATTO:

Campane

Mio papà faceva il campanaro a Cardano solo il giorno di san Rocco, il 16 di agosto, quando poi sono nato io nell’86, in via san Rocco 9; sono venuto al mondo il giorno del santo patrono di Cardano nella via che prende nome dal santo patrono di Cardano, che è la mia contrada.
Quand’ero piccolo e servivo come chierichetto per il don Vittorio – che per ogni messa ci dava mille lire, oppure qualche ostia sconsacrata da mangiare – mi avevano raccontato che il Simone, figlio di un altro campanaro, una volta aveva provato col padre a suonare, ma si era fatto trascinare dal rinculo della corda della campana per un paio di metri su per il campanile, aveva pestato la testa e s’era fatto un dito nero. Io invece a messa usavo sempre il manutergio ed ero contento, perché era facile e faceva rima con Sergio.
Una volta il papà è caduto dal campanile di Gonte; se l’è cavata con qualche blu e gibolli sulle braccia, «qualcuno deve aver guardato giù», ha commentato la mamma; adesso quando succede qualcosa di brutto che poi si risolve, la mamma dice ancora «qualcuno deve aver guardato giù» e io capisco che si riferisce a mio babbo, ma per quella volta che mio babbo c’era ancora, non so a chi si riferisse.
Il campanaro l’ha fatto anche il Pierino della Lidia; signora cicciottella che c’è ancora e vive a Menaggio, stava sempre nella terza panca di destra seduta nel primo posto a sinistra guardando
l’altare della chiesa di santa Caterina qui a Cardano, e raccoglieva le offerte quando non lo facevamo noi chierichetti per vergogna. A volte ho pensato fosse una suora in borghese
come l’Adele e la Giulia sarta, invece sono solo donne vedove o senza marito. La Lidia adesso gira con le stampelle, va dal fornaio a comprare i cubetti di matricale per i pronipoti. Dato che la Giulia sarta ci sente poco e da maggio a settembre soffre il caldo chiusa in casa a fare gli ultimi orli, se tiene la finestra della camera aperta chi passa di lì può ascoltare i programmi della Rai che rifanno il bianco e nero.
Io le campane ero abituato a vederle muoversi e nello stesso tempo suonare. Oltretutto col fatto che le suonava il campanaro, a volte sbagliava i conti o si perdeva via, e quindi faceva un rintocco in più o uno in meno; magari se uno per regolarsi i ritmi della giornata usava le campane, tipo che ne so, prendiamo per esempio mio nonno e la cena, certe volte, sentendo i sette rintocchi delle campane, era convinto fossero le sette, giustamente, e faceva pressioni psicologiche sulla nonna, che gli indicava tramite l’orologio che erano ancora le sei e che quindi il Pierino s’era sbagliato per via di qualche bicchiere di troppo, ma poi ormai il nonno s’era pregustato la cena e voleva mangiare, così ha iniziato a mangiare alla sera alle sei, specialmente d’estate, col rischio di retrocedere la cena alle cinque per altri errori del campanaro, ma a quell’ora il nonno era ancora a tagliare l’erba, non poteva sentire la campana e non c’erano rischi.
A volte il campanaro si dimenticava del tutto e non suonavano proprio, ma la gente mangiava uguale quando aveva fame, mio nonno compreso.
Oggi capita che quando sento le campane suonare, vado per esempio a guardare il campanile dalla piazza, ma non capisco perché non si muovono. Sono andato a Barna per vedere se lì era uguale col loro campanile, e infatti suonavano, ma non si muovevano. In più c’è l’orologio che segna sempre le dieci e mezza, e me ne sono accorto solo la seconda volta che ci sono stato, perché la prima si vede che effettivamente erano le dieci e mezza, però le lancette sono ferme giorno e notte.
Allora pensavo che c’è qualcosa che non va qui in giro, che se le campane han smesso di muoversi, un giorno smetteranno di suonare, dopo non so cosa se ne faranno di quei blocchi di bronzo, spero li tirino in testa a chi ha inventato i marchingegni che fan sembrare che le campane suonano e invece è un disco, e ci credo che sono in perfetto orario e non sbagliano mai, e ci credo che poi la gente non dà più retta al prete.
È che se uno considera la cosa va fuori di matto, ma mettete su un disco di Sanremo a questo punto, Toto Cutugno, Iva Zanicchi, tanto che differenza fa, almeno animate la piazza, saltiamo, balliamo e va là che vai bene… o come quelle candele con la fiamma artificiale, immobili, eterne, basta che ci sia la corrente elettrica il cui costo è regolarmente versato nelle casse comunali, che tristezza… non è il bello della cera il fatto che duri sì, ma non per sempre, che piuttosto abbisogni
della nostra costante cura? Ormai le candele vere sono solo un pericolo, dicono i cappellani. In più, quando piove, il cero si spegne, questo alcuni non possono sopportarlo.
E l’altro fatto che mi fa rabbia è che poi l’occhio s’abitua, a queste cose qui, gli bastano un paio di settimane e sembra tutto normale, come le tombe nei muri, quei parallelepipedi scavati nelle pareti, no guarda meglio se non trovano il mio corpo quando crepo, piuttosto che finire su su lì come sospeso a mezz’aria, come in attesa di cascare.
Per le orecchie ormai non c’è più speranza; tranne qualche eccezione, tipo la Luigina e la Lidia, per gli altri contradaioli il suono è identico, uguale identico a prima.
I campanari erano fondamentali nei paesi, per esempio io da piccolo il Pierino della Lidia lo guardavo con un certa reverenza, perché poteva entrare solo lui e pochi altri nello stanzino dove c’erano le corde per tirare la campana e poi indossava sempre una tuta blu tipo da meccanico, ma lui non era meccanico ma campanaro e sagrestano, e anche molto silenzioso, quindi si vede che quella era la tuta da lavoro da sagrestano e da campanaro, e anche per questo incuteva rispetto
in noi bambini, almeno in me, non garantisco per gli altri, ché più che altro pensavano a giocare; e allora capisco perché mio papà quella volta che è caduto dal campanile – perché lui faceva il muratore (non era mica sul tetto a cacciar gatti, come, si dice, usava fare il don Vittorio) –, quella volta che è caduto dal campanile, era il ‘78, alla fine capisco perché non s’è fatto niente, perché lui serviva al campanile, il campanaro dà senso alla campana, la campana non si suona da sola, persino quando c’è vento forte, sta lì ferma e non suona, e invece non capisco perché oggi le campane suonano stando ferme. Sono lì tipo soprammobili, solo per scena, e non servono a niente, fanno venir da piangere, quello sì.
All’università c’era un professore che mentre spiegava la lezione se sentiva la campana dell’università suonare si fermava perché gli dava fastidio, e io non capivo perché, dato che anzi la campana dell’università aveva un bel suono; quel professore è come quelli che fanno delle  petizioni per non far suonare le campane di notte, ma io dico, come pretendi di startene a casa e non considerare il campanile e le campane, che è da lì che la casa proviene, intorno alle chiese i paesi son nati e adesso non voglion più sentire le campane.

IacopoBarison
 

"Stalin+Bianca" di Iacopo Barison

LA TRAMA - Stalin è un ragazzino di periferia, sta per compiere diciotto anni. Ha capelli corti, baffi enormi che gli sono valsi il soprannome e gravi problemi nella gestione della rabbia. Il suo quartiere è “un'intera palette di grigio”, dove ogni cosa sembra ripetersi all'infinito, e lui trascorre le giornate con Jean, un vecchio depresso che lo sfrutta subdolamente, oppure con Bianca, una ragazza cieca verso cui nutre un amore platonico. Quando, in seguito a un litigio, Stalin malmena il suo patrigno, le circostanze lo spingono a scappare di casa, portando Bianca con sé: i due attraverseranno una nazione sull'orlo del baratro, costruita sulle macerie dell'immaginario contemporaneo, in un viaggio che sarà la loro occasione per diventare adulti.

L'AUTORE - Iacopo Barison (Fossano 1988), laurea al Dams Cinema di Torino. Da un suo racconto Fabio Mollo dirigerà un corto nel 2014.

LEGGI UN ESTRATTO

Vorrei aggiungere che lo stadio è completamente vuoto. Gli orizzonti scompaiono, i riflettori puntati sul campo si spengono all’improvviso. Siamo giovani e soli, avvolti nel buio molecolare del tardo
pomeriggio.
“La nostra quotidianità ha una forma rettangolare, è innevata, e di per sé non ha alcun senso”.
“Cosa?”
“Questo campo da calcio, questo stadio di periferia. Pensaci”.
Il custode riaccende le luci, verifica che l’impianto di illuminazione funzioni e poi le spegne di nuovo, per via della fretta, forse, oppure per assecondare un moto di civiltà – i bisogni sono illimitati, è vero, ma le risorse? – e Bianca non si accorge di nulla perché il suo mondo è una lunga parete nera in un deserto di sabbia nera. Vogliamo parlare della nostra quotidianità?
“Mi piacerebbe, non so, avere qualche certezza in più. Sapere che la mia vita prima o poi cambierà. Mi sveglio, è già mattina, lo capisco dai raggi del sole, e a volte spunto i baffi e mi rado con gli occhi socchiusi. Insomma, cerco di rendermi presentabile. Però non sono mai felice”.
“Non sei mai felice?”
“Mai”.
“Giuralo”.
“Non sono mai felice, no, soprattutto quando mi sveglio. Forse faccio degli incubi che poi dimentico, e questi incidono sul mio umore. Dovremmo venirci più spesso, qua. In fondo è come stare seduti nel mezzo di un cratere lunare. Saltando tutta la burocrazia, l’addestramento per sopravvivere nello spazio, per pilotare uno shuttle numerato, eccetera. E il lancio in mondovisione, giusto, con tutto quel fumo e la gente che applaude”.
“Stalin, non hai giurato”.
“Non l’ho fatto?”
“Giura che non sei mai felice”.
Il cielo, per Bianca, è sempre nero ed esiste soltanto nella sua mente. Lo stadio ha una copertura in plastica e ferro, ma solo per quanto riguarda gli spalti. Il campo da gioco, invece, è esposto alle intemperie che regolano i ritmi e gli equilibri delle persone.
“Parlavo del mattino, di una fascia oraria ben precisa. Il pomeriggio è diverso. E la sera, be’, dipende dalle volte”.
“Bravo, così va meglio”.
“Dici?”
“Cos’è che ti rende felice?”
“Non lo so, forse dovrei pensarci”.
“Pensaci, allora. Dobbiamo già andarcene?”
“No, possiamo restare, il custode mi ha dato le chiavi”.
Il custode è una persona anziana che vive ogni giorno della sua vita come se fosse il primo: mangia a orari casuali, piange e si dispera perché il mondo gli fa paura. Suo figlio vive da qualche parte in Norvegia. Un paio di anni fa, era partito con la sua ragazza e aveva attraversato l’Europa. Secondo una lettera spedita al padre, l’aveva lasciata nel periodo londinese, quando lui faceva il lavapiatti e lei rubava nei negozi e passeggiava per la città. Secondo un’altra lettera, invece, hanno rotto in estate, a un festival musicale,
perché lei l’ha tradito e lui l’ha schiaffeggiata ed è scoppiato in lacrime. Ogni lettera contraddiceva la precedente. Da un po’ di tempo, il custode ha smesso di ricevere lettere e preoccuparsi per le sorti del figlio.
Vorrei capire perché gli spalti sono così freddi. Potrebbe dipendere dal materiale – che tipo di materiale, esattamente? – oppure dalla neve che sta scendendo, quasi invisibile, silenziosa come tutte le cose belle. Il custode mi deve un favore. Erano gli anni Trenta e nel cinema statunitense si stava sviluppando il filone gangsteristico. Non avrebbe mai raggiunto la popolarità del western o della commedia sofisticata, però ebbe comunque il suo momento di gloria e le pellicole erano piene di ti-devo-un-favore e la-città-diventerà-
nostra, di italoamericani con problemi di linea che fumavano sigari in bianco e nero.
“Quindi? Cos’è che ti rende felice?”
“Non so. Guardare film, comprimerli nella mia testa. Vincere la palma d’oro al Festival di Cannes, oppure il Gran Premio della Giuria. Alzarmi in piedi e ricevere gli applausi, indicare qualcuno nella prima fila, sorridere incredulo. Raccontare delle storie, degli aneddoti sulle riprese”.
“Questo ti rende felice? Non è mai successo. Come fa a renderti felice se non è mai successo?”
“Potrebbe succedere”.
“Ma non è successo”.
“Succederà, forse. Mi sembra una cosa plausibile”.
“La grandezza è reale soltanto se viene riconosciuta da qualcuno, certificata in maniera ufficiale. Altrimenti è presunta, e diventa un’illusione come tante altre. Forse siamo tutti un po’ illusi”.
“Oppure siamo tutti un po’ minuscoli”.
Prendo la videocamera e valuto la possibilità di accenderla. Potrei filmare il campo da gioco, ma l’ho già fatto diverse volte. Mai con la neve, però. Accendo la videocamera e Bianca si volta impercettibilmente: mi guarda senza vedermi ed è bellissima, come una costellazione in pieno giorno, una serie ordinata di stelle che fa il doppio turno. Osservo i suoi capelli, lunghissimi, e penso al marito di mia madre e al modo in cui guarda Bianca. Per questo motivo, evito di portarla a casa. Lui era un raver, uno che a vent’anni respirava ketamina e socchiudeva gli occhi e improvvisava metafore, per poi sdraiarsi e addormentarsi nel fango.
Eppure, di quel periodo non gli è rimasto nulla. Tranne, forse, dei ricordi chimicamente modificati, e un taglio di capelli da predicatore di strada. Era un raver, e adesso fa l’assicuratore e prende i mezzi pubblici all’ora di punta, portandosi dietro un’iconica valigetta di pelle. Mia madre, invece, lavora all’assistenza clienti di una multinazionale. L’assistenza è garantita 24/7 e mia madre, insieme a un centinaio di colleghi, passa i turni al computer e ascolta le lamentele e risolve i dubbi. Di solito, affrontano rabbia e articoli difettosi. Ogni tanto, però, qualcuno li contatta perché si sente solo, perché ha problemi a relazionarsi e non ha nessuno con cui parlare. Mia madre, insieme ai colleghi, ha l’obbligo contrattuale di rispondere a tutti, chiunque sia l’interlocutore.
“Domani è il tuo compleanno”.
“Domani?”
“Non è domani?”
“Sì, è domani”, rispondo io, spegnendo la videocamera.
“Diciotto anni. Sei contento?”
“Dicono che sia una splendida età, tutta progetti e speranze per
il futuro”.
“Cosa farai?”
“Lavorerò”.
“Intendevo in futuro. Parlavo dei tuoi progetti, e non di domani”.
“Lavorerò. Sia domani che nei prossimi anni. Forse comprerò una valigetta di pelle, e dentro ci metterò dei fogli, una serie di documenti con formattazione e linguaggio standard, quelli dove bisogna soltanto riempire i buchi, scrivere il nome del cliente, la sua data di nascita…”
“Ti rimane sempre la videocamera”.
“Già, ma non è rimasto niente che valga la pena filmare”.
“Non trovi che oggi gli spalti siano più freddi del solito?”
“Ci stavo pensando prima”.


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