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Politica
Primo sì alle riforme. Lite renziani-sinistra Pd

Primo sì della Camera alla riforma del bicameralismo e del Titolo V della Costituzione. La commissione Affari costituzionali di Montecitorio ha approvato il testo che martedì approderà all'Aula. Un risultato importante per il governo, ottenuto poco prima della mezzanotte dopo una giornata tesissima, soprattutto per lo scontro interno al Pd. I rappresentanti di Lega e M5s in serata decidono di lasciare i loro posti e affidare interamente alla maggioranza la responsabilità del nuovo impiuanto costituzionale, anche "visivamente". Ma i problemi per Renzi e il governo vengono dall'interno, fino alla  minaccia di otto deputati dem di chiedere la loro sostituzione e gli avvertimenti di Filippo Civati che adombrano persino una scissione. Alla fine gli esponenti della minoranza Pd sono usciti dalla Commissione e non hanno preso parte al voto dei pochi emendamenti rimasti.

Assemblea ad alta tensione.  Dunque la spaccatura tra renziani e minoranza del partito è divenuta eclatante durante i lavori della commissione Affari costituzionali della Camera, impegnata a discutere la riforma di bicameralismo e Titolo V. Nel corso di una giornara convulsa, al testo sono state apportate anche importanti modifiche, comprese alcune richieste della minoranza dem. Questa apertura, però, non è bastata a evitare la divisione interna ai democratici, con la minoranza che, alla vigilia dell'assemblea del Pd, è uscita al momento di votare alcuni articoli e a chiedere di essere sostituiti in commissione. E l'assemblea si annuncia ad alta tensione, con aria da resa dei conti.

La vigilia. Nel corso di un'animata riunione dei dem (che ha causato il rinvio di circa due ore dei lavori) otto deputati della minoranza del Pd (Cuperlo, Lattuca, Pollastrini, Bindi, Agostini, Lauricella, D'Attorre e Giorgis) hanno prima chiesto  - e poi parzialmente ritrattato - di essere sostituiti per le votazioni degli emendamenti, essendo in dissenso ma non volendo mandare 'sotto' il governo e i relatori.

Gli otto hanno detto di voler evitare che si determinasse nuovamente quanto accaduto mercoledì scorso, quando il governo è stato battuto sui senatori a vita proprio grazie ai voti degli esponenti della minoranza. Dal governo è arrivata a stretto giro una reazione, ufficiosa ma che rende l'idea: "Tanto noi i numeri li abbiamo lo stesso".

Al termine della riunione dem, gli otto non hanno partecipato alla ripresa dei lavori della commissione, durante le votazioni sull'articolo 3 delle riforme, senza che questo facesse venire meno la maggioranza. Poi i 'dissidenti' sono rientrati in commissione, riformulando la loro richiesta, di fatto cercando di aprire una trattativa su alcuni punti, come il sindacato di costituzionalità o il quorum per l'elezione del presidente della Repubblica.

Per Alfredo D'Attorre "se ora si impedisse l'approvazione di una norma assolutamente necessaria come quella sul sindacato di costituzionalità, per noi indispensabile, è probabile che alcuni di noi per evitare di creare ulteriori tensioni o spaccature decida di rinunciare di partecipare alla conclusione dei lavori in commissione e chieda di essere sostituito". Per Barbara Pollastrini "se non ci sono le garanzie per modificare il quorum per elezione del capo dello Stato e la certezza che la legge elettorale venga sottoposta preventivamente al vaglio della Corte costituzionale, si apre per me un problema politico e di coscienza".

Il caso Lauricella. Più duro il deputato Pd Giuseppe Lauricella, primo firmatario dell'emendamento che mandando il governo sotto ha eliminato dal ddl la possibilità che il presidente della Repubblica nomini cinque senatori. Lauricella ha deciso di non partecipare più ai lavori. La protesta nasce dall'annuncio, in una riunione che si è tenuta ieri sera, secondo il quale alcuni deputati Pd presenteranno in aula un emendamento per ripristinare la nomina da parte del capo dello Stato. Lauricella conferma: "Se si intende sovvertire con arroganza ciò che non piace, allora in aula c'è il liberi tutti. O si rispettano tutte le scelte operate o le determinazioni parziali non valgono".

Quanto al nodo dei senatori a vita, di cui si è parlato in una riunione dei parlamentari Pd, Lauricella ha presentato un emendamento anche all'articolo 39 del testo che riguarda le disposizioni finali della riforma. Prevede che con l'entrata in vigore della legge costituzionale cessino dalla carica anche gli attuali senatori a vita. "Per coerenza - spiega - con la natura territoriale e gratuita del nuovo Senato che si intende adottare".

Civati minaccia scissione. "Se Renzi si presenta con il Jobs Act e con le cose che sta dicendo alle elezioni a marzo, noi non saremo candidati con Renzi", ha detto intanto Pippo Civati all'iniziativa dell'associazione 'È possibile' a Bologna. "Se Renzi continua così - ha aggiunto - un partito a sinistra del Pd si costituirà sicuramente, non per colpa nostra".

Intesa su quorum leggi. Nel pomeriggio, a lavori ripresi, la commissione Affari costituzionali ha approvato un emendamento dei relatori che modifica l'iter delle leggi e che alza i quorum con cui il Senato può chiedere modifiche alle leggi della Camera: per la legge di Bilancio e la Stabilità occorrerà i due terzi dei voti. La riforma prevede che il Senato possa chiedere alla Camera di modificare le leggi approvate, ma a seconda i contenuti delle leggi sono previste delle procedure e dei quorum diversi. L'emendamento modifica questi ultimi. Per le riforme costituzionali rimarrà l'attuale bicameralismo perfetto, mentre per le leggi normali il Senato può chiedere, a maggioranza semplice, una modifica alla Camera la quale poi decide a maggioranza semplice. Per un altro tipo di leggi il Senato può chiedere modifiche ma a maggioranza assoluta, e tale richiesta può essere respinta dalla Camera solo a maggioranza assoluta. Si tratta delle leggi che riguardano: Roma capitale; le disposizioni generali sul governo del territorio; il sistema della protezione civile; gli atti normativi dell'Ue; la cosiddetta clausola di salvaguardia; gli accordi tra le Regioni italiane e altri Stati o regioni straniere; il fondo perequativo per le Regioni svantaggiate; costi e fabbisogni standard; la finanza locale; il passaggio di comuni o province da una regione all'altra. Invece per quanto riguarda la legge di bilancio e la legge di stabilità il Senato potrà chiedere modifiche ma solo con i due terzi dei voti, e la Camera potrà non recepire tale richiesta solo a maggioranza assoluta. Saranno i presidenti di Camera e Senato, d'intesa tra loro, a decidere quale procedimento verrà seguito.

Via voto bloccato su ddl governo. Qualche ora più tardi, approvato un emendamento dei relatori alle riforme che elimina il cosiddetto voto bloccato sui ddl del Governo alla Camera, vale a dire senza modifiche. Rosy Bindi non ha partecipato al voto in dissenso. L'emendamento recepiva le richieste della minoranza Pd, ma dopo che è stato presentato, la Bindi e Andrea Giorgis hanno chiesto ulteriori limiti, in particolare nella parte in cui viene confermata la possibilità di un voto in data certa per i ddl del governo. Alla fine i relatori si sono impegnati a presentare in aula ulteriori limature, impegno che però non è bastato alla Bindi, la quale non ha partecipato al voto: "E' il massimo che posso fare", ha detto.

Il testo originario del ddl governo stabiliva che il governo potesse chiedere alla Camera di votare un proprio ddl entro 60 giorni. Decorso tale termine senza che ci fosse stata una votazione finale, l'esecutivo avrebbe potuto chiedere che il ddl fosse "posto in votazione, senza modifiche". L'emendamento dei relatori Sisto e Fiano prevede che, ad esclusione di una serie di leggi come le riforme costituzionali o quelle di Bilancio, il governo chieda alla Camera di pronunciarsi entro cinque giorni sulla sua richiesta di iscrizione immediata del ddl all'ordine del giorno. Una volta che la Camera abbia dato l'assenso, essa si dovrà pronunciare entro 70 giorni. Questo termine "può essere differito, di non oltre quindici giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della commissione nonché alla complessità del disegno di legge. Il regolamento della Camera - dice ancora l'emendamento - stabilisce le modalità e i limiti del procedimento, anche con riferimento all'omogeneità del disegno di legge". Sisto e Fiano, nella loro proposta, stabiliscono anche una norma transitoria: fino all'adeguamento del regolamento della Camera, il differimento del termine dei 60 giorni "non può essere inferiore a dieci giorni".

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