In un Bif&st dedicato a Federico Fellini ed al potere dell’immaginazione, era impossibile non pensare a Dante Ferretti. La lezione di Cinema in compagnia del giornalista Marco Spagnoli e dello scenografo ed artista tra i più importanti al mondo è stata, così, quasi una sorta di chiusura del cerchio: “Ho imparato a sognare ed usare l’immaginazione per dare soddisfazione a mio padre. Ogni volta che mi chiedeva cosa avessi sognato la notte precedente, non sapevo mai cosa rispondere: ho iniziato a sognare ciò che lui voleva io sognassi”. Un insegnamento che, ancora oggi, accompagna e sostiene il lavoro di Ferretti: “L’immaginazione e l’illusione sono gli aspetti più importanti del film, nonostante poi chiunque possa anche ritrovare pezzi di realtà”.
Nato il 26 febbraio 1943 a Macerata, Ferretti scopre da subito l’amore per l’arte e, soprattutto, per la scenografia. Un amore che lo porta ad osare e viaggiare, trasferendosi a Roma e conoscendo da vicino il lavoro dell’architetto Aldo Tomassini Barbarossa: il mondo del Cinema non è lontano. “Il mio lavoro è la mia realtà, nonostante questo mestiere viva di una realtà non così reale”: un gioco di parole, a tratti, con il quale lo scenografo spiega al pubblico del Teatro Petruzzelli il profondo legame di Ferretti al suo mestiere. Non solo la passione ma il valore della maestranza, il “lavoro”, termine che Ferretti usa spesso, quasi a sottolineare l’artigianalità e la fisicità del suo operato.
Ferretti conosce fin dai suoi esordi autori del valore di Pier Paolo Pasolini (con il quale otterrà il suo primo vero lavoro, “Medea”), Marco Bellocchio, Elio Petri, Liliana Cavani, Ettore Scola e Franco Zeffirelli, non abbandonando la carriera di scenografo teatrale, costante laboratorio di formazione per l’artista. E ripensando anche ai lavori con Fellini, Ferretti si permette alcune riflessioni sul Cinema di oggi: “Ora si sceglie di girare in appartamenti e non più in studio, è cambiata la generazione, è cambiato il cinema”. “Adesso – scherza Ferretti – c’è un “neo-neorealismo”, il film si fa in appartamenti affittati dove tutto è già pronto e, al massimo, va aggiunto un mazzo di fiori”.
Impossibile tenere a freno, però, la fame dello scenografo. Desideroso di nuove sfide Ferretti prosegue i suoi viaggi e stringe numerose collaborazioni, come nel caso di Martin Scorsese (conosciuto anni prima): Casinò, “Gangs of New York”, “The Aviator” permettono allo scenografo, assieme alla moglie e compagna d’avventure Francesca Lo Schiavo, di superarsi ed immaginare con sempre maggiore ambizione. “In America – spiega Ferretti – è un’industria il cinema, in Italia ci sono al massimo le case di produzione. In America, quando sanno che sei un produttore, vuol dire che sei una persona importante, perché l’intrattenimento in America è importante. In America i tassisti, i camerieri, tutti sono scrittori e vogliono lavorare nel cinema”. E prosegue, lanciando un’accusa: “In Italia poco importa della cultura. Non ci sono mai fondi, pensateci”.
Chiamato anche per pellicole destinate al grande pubblico, Ferretti non ha mai perso il contatto con carta e matita: “Tutto nasce dal disegno. Il mio lavoro con il tempo non è cambiato. In “Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street”, ad esempio, consigliai di non realizzare unicamente ricostruzioni al computer, non bastando i soldi, ma di avvalersi anche di ricostruzioni reali, per aiutare gli attori a capire dove muoversi”. Ed infine, un consiglio ai giovani: “Siate pragmatici. Bisogna far soldi per realizzare ciò che si desidera”.
Le nuove premiazioni. La giuria della sezione ItaliaFilmFest “Opere prime e seconde” della IV edizione del Bif&st 2013, preso atto del valore delle undici opere selezionate, ha rivolto l’attenzione a quei film che “oltre alle qualità narrative hanno saputo proporre un carattere identitario di ricerca e sperimentazione”, decidendo all’unanimità di assegnare il Premio Francesco Laudadio a “RAZZA BASTARDA” di Alessandro Gassman: “un autore che, rifiutando il facile racconto naturalistico è riuscito a trovare nella novità del linguaggio la chiave del racconto, sostenuto da un’incisiva e visionaria fotografia in bianco e nero e da una sorprendente invenzione linguistica”. La giura ha ritenuto, infine, di attribuire una menzione speciale a “NINA” di Elisa Fuksas, “un’opera di grande personalità artistica, che fa del talento visivo la sua originalità e affida allo spazio e al tempo i segni della sua ricerca”.
