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PugliaItalia
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Emergenza ammortizzatori sociali in deroga. Nelle ultime settimane, a tal proposito, si è particolarmente intensificato l’allarme sottolineato dalla Regione Puglia e dai sindacati. Ilva, Bridgestone, Magneti Marelli, Sogesa Edipower, Om Elevatori Carrelli e Don Uva sono solo alcune delle realtà drammatiche che l’opinione pubblica ha imparato a conoscere dall’interno, dando volti ai numeri, con il passare dei giorni e delle vertenze.

Solo alcuni giorni fa il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, aveva bocciato la proposta di dirottare un miliardo, dei 40 destinati al pagamento dei debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti delle imprese, per garantire la proroga degli ammortizzatori sociali in deroga. Deluso il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, dichiarava: “Stimo Squinzi, ma sull’emergenza ammortizzatori sociali in deroga, non sono d’accordo con lui.

Il Paese sta vivendo la prima vera e inarrestabile emergenza, per l’esaurimento dei fondi destinati agli ammortizzatori sociali in deroga. Secondo quanto spiegato da Vendola, infatti, i fondi attualmente disponibili consentiranno ai lavoratori di ricevere un sostegno solo fino ad aprile. E poi, cosa accadrà? Quali le alternative? Abbiamo provato a capirlo con Giuseppe Gesmundo, Segretario Generale della Camera del Lavoro CGIL Provinciale e Metropolitana di Bari.

 

 “I lavoratori non possono essere lasciati senza un paracadute ad affrontare la crisi”, aveva detto qualche settimane fa l'assessore al lavoro della Regione Puglia, Leo Caroli. Alle Regioni, dati alla mano, sono state attribuite risorse per l'intero 2013 pari ad un quarto di quanto speso nel 2012. Dopo aprile, Segretario, che succede?

“Quello degli ammortizzatori sociali è un tema forte e reale, che serve a dare risposte immediate ai lavoratori che hanno bisogno di un minimo di sostentamento: dipende dalle risorse stanziate dal governo nazionale. Su questo abbiamo fatto l'iniziativa a Roma lo scorso 16 aprile in Piazza Montecitorio e continueremo unitariamente a chiedere risorse che sono la prima risposta immediata.

Il punto vero, però, è che da subito bisogna mettere in piedi un tavolo per lo sviluppo: non si può risolvere il problema della crisi di tanta gente, che non lavora e non ha alcun tipo di reddito, solo con gli ammortizzatori. C’è bisogno di mettere in piedi politiche di sviluppo e di rilancio del territorio e Bari ha grandi opportunità: la Puglia può dare un grande contributo perché si crei sviluppo e occupazione vera. Noi abbiamo realizzato un piano per il rilancio di Bari e dell’area metropolitana dal titolo “Più Bari più smart” coinvolgendo le istituzioni, Confindustria, parti sociali e, soprattutto, i cittadini”.

 

Ci aiuti a capire meglio il quadro della situazione del capoluogo pugliese. Ad oggi, quante sono le posizioni di cassa integrazione in deroga e quante le istanze presentate per quanto concerne la mobilità?

“Nel corso del 2012 nella provincia di Bari sono state prodotte 1.033 istanze di cassa integrazione in deroga riguardanti 9.053 lavoratori, utilizzando 8.546.430 ore, corrispondenti a 83.755.014,00 euro. Sempre durante il 2012 nella regione Puglia sono stati autorizzati 21.207 lavoratori per la mobilità in deroga (il dato nella provincia di Bari è approssimativamente quasi il 40%); da gennaio 2013 ad oggi nella provincia di Bari sono state prodotte 828 istanze di cassa integrazione in deroga riguardanti 7.991 lavoratori, utilizzando 1.645.995 ore, corrispondenti a 16.130.751,00 euro. Sempre dall’inizio dell’anno in corso ad oggi, nella regione Puglia, sono state presentate 18.550 istanze di lavoratori per la mobilità in deroga, delle quali 4.700 non aventi diritto ai sensi dell'accordo regionale di febbraio 2013”.

 

Nell’immaginario collettivo il cittadino del Sud emigra ciclicamente al Nord, alla ricerca del lavoro e della realizzazione. Si tratta di uno stereotipo anacronistico o è ancora questa la realtà?

“Quello dell’emigrazione è un fenomeno che attiene soprattutto i giovani e che potrebbe rappresentare un’opportunità girando e facendo esperienza, ma non in questi termini. Ad oggi è un obbligo, una necessità e non una scelta. Anche l’emigrazione non risolve il problema perché la crisi ha colpito tutto il territorio nazionale e parliamo di emigrazione, quindi, che va oltre frontiera e questo è un dato negativo. C’è bisogno di una politica industriale nazionale e di una politica per il mezzogiorno trascurato dagli ultimi governi. L’emigrazione potrebbe essere un’opportunità ma solo se il cittadino la sceglie”.

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Ha fatto molto scalpore la questione Bridgestone, perché forse disvela un ulteriore tallone d’Achille del settore industriale nel barese. Perché le società stanno scappando all’estero, stiamo sbagliando noi in qualcosa?

“Bridgestone è una multinazionale che fa politiche di investimento sul territorio mondiale ed è chiaro che le fa laddove ci sono le migliori possibilità. Quello della Bridgestone è un problema serio, che ci vede molto preoccupati, perché non intravediamo soluzioni all’orizzonte. La produzione di pneumatici di bassa gamma paga la concorrenza di aziende cinesi dove il costo del lavoro è più basso, si violano i diritti dei lavoratori, non ci sono costi per la tutela dell’ambiente. E’ difficile concorrere in questi termini perché per concorrere con paesi come la Cina dovremmo impostare politiche che non tengano conto del valore del territorio, politiche di abbassamento dei diritti del lavoratore, politiche di mancata tutela del salario.

Si può solo investire in tecnologia, qualità, ricerca provando ad intercettare mercati di alta qualità. Quello che ci sta dicendo Bridgestone è che per rimanere a Bari deve tagliare il 50% dei costi: in altre parole, l’azienda sta trovando l’alibi per andare via, perché significa tagliare sulla pelle dei lavoratori per fare un prodotto che dovrà competere con quei mercati e rischia di non avere futuro”.

 

Casaleggio aveva proposto una sorta di “eugenetica” delle industrie morenti e, con il ricavato, di finanziare il più volte citato “reddito di cittadinanza”. Cosa ne pensa?

“Ciò che dice Casaleggio è una grande bufala: noi dobbiamo sostenere le aziende ed il lavoro. Se le aziende chiudono qui non tornano più e vanno ad investire in altri luoghi. Il “reddito di cittadinanza” è solo un palliativo. Bisogna intervenire per creare sviluppo, attrattività del territorio, politiche industriali nazionali, aiutare le aziende rispetto all’abbassamento dei costi come una seria politica energetica. Quello che dice Casaleggio è solo un palliativo che farebbe andar via tutte le aziende a produrre da un’altra parte, creando un’enorme fascia di gente povera”.

 

La Magneti Marelli, alcune settimane fa, aveva messo in discussione l’investimento nel barese (costituito in parte da finanziamenti pubblici). Alcune sigle sindacali avevano ricercato le motivazioni di tale “minaccia” nelle vostre forme di protesta nei pressi dello stabilimento: cosa rispondete? Quali sono, a questo punto, le differenze tra il vostro sindacato e gli altri?

“La crisi è un fenomeno preoccupante che sta tagliando molti posti di lavoro, sono davvero tante le aziende in crisi. Abbiamo dovuto fare accordi difensivi che in qualche modo ci hanno costretti a derogare su una serie di prerogative sindacali pur di mantenere le aziende sul territorio. C’è un grande atteggiamento di responsabilità rispetto alle trattative, al ruolo del sindacato che è di sostegno allo sviluppo delle imprese, ma di qui a speculare sul fatto che il sindacato non sappia svolgere il proprio ruolo ce ne passa. Quello della Magneti Marelli, dal nostro punto di vista, è stato solo un tentativo dell’azienda di violare le prerogative di un sindacato non volendo ragionare in merito ma dando aut aut alla Fiom, a fronte del fatto che non c’era un vero problema di crisi aziendale. Era tutto strumentale come noi avevamo ampiamente dichiarato.

La grande forza della Magneti Marelli è il personale altamente specializzato, quindi le produzioni vanno fatte a Bari. Ci dispiace che altri sindacati abbiano interpretato in maniera sbagliata le richieste della Fiom, che in quella azienda è il primo sindacato ed ha una presenza storica in quel luogo di lavoro”.

 

Spesso la dirigenza industriale stessa addita quale colpevole del proprio fallimento i sindacati, perché? E, soprattutto, come mai in Italia la partecipazione delle sigle sindacali al tavolo delle decisioni aziendali viene vista come un vero e proprio pericolo da evitare?

“L’imprenditoria illuminata cerca il sostegno del sindacato. Gli imprenditori che svolgono in questa maniera il proprio ruolo credono nel sindacato e nel suo ruolo fondamentale per migliorare efficienza ed efficacia della relazione delle dinamiche aziendali.

Non è vero che c’è un sindacato irresponsabile. I datori di lavoro che vedono il sindacato come un ostacolo per l’azienda non considerano i lavoratori come un patrimonio dell’azienda ma vogliono solo sfruttarli e questo noi non lo consentiamo”.

 

Cosa ha comportato al Sud l’innalzamento dell’età lavorativa? Ad un giovane appena diplomatosi, sinceramente, cosa consiglierebbe?

“L’innalzamento dell’età lavorativa ha creato un grosso problema alle persone che hanno lavorato tanti anni e che legittimamente pensavano di andare in pensione, pensiamo al fenomeno degli esodati. Molte categorie di lavoratori che svolgono lavori pesanti, usuranti fanno fatica a rimanere sul posto di lavoro fino a 65, 66, 67 anni. D’inverso non si sono liberati posti di lavoro e i giovani hanno sempre più difficoltà a trovare occupazione. I giovani, intanto, devono scegliere scuole compatibili con le richieste di mercato ma è chiaro che questo attenga a come la scuola, l’università, la ricerca si attrezzano per formare personale in riferimento a contesti di lavoro stando all’interno delle dinamiche socio-economiche. Questo spesso non avviene.

Ai giovani il mio consiglio è quello di non perdere la fiducia, di provare ad intercettare i nostri luoghi. Noi abbiamo uno sportello di orientamento al lavoro dove diamo consigli su come trovare lavoro in base ad un’analisi del territorio, intercettando le richieste delle aziende. E’ anche importante partecipare ai luoghi di discussione, perché i giovani possano essere parte attiva affinché cambino le condizioni del paese e del mezzogiorno in particolare”.

 

Non solo l’industria ma anche la sanità ed il welfare tra gli aspetti di più complessa risoluzione in Puglia e nel nostro capoluogo. Cosa rimprovera alla nostra amministrazione?

“Noi consideriamo il welfare un’opportunità di lavoro. In una fase come questa dove gli effetti della crisi sono devastanti, c’è bisogno che lo Stato, le amministrazioni, le istituzioni, intervengano per attenuare il danno che i lavoratori subiscono a causa del taglio delle risorse. Il welfare e le politiche sociali devono dare risposte e sostegno alle fasce più deboli che aumentano sempre più: occorre una migliore integrazione socio-sanitaria, cioè fare in modo che le politiche sanitarie e sociali si integrino per risparmiare risorse. C’è bisogno di fare prevenzione sul territorio”.

 

Al netto delle difficoltà, il futuro del lavoratore passa anche per la (ri)conquista della fiducia nella politica? Quale sarà il ruolo dei sindacati nei prossimi difficili mesi?

“E’ fondamentale in questa fase di grande confusione istituzionale, politica, economica, sociale. C’è bisogno di punti di riferimento che siano i corpi intermedi dello stato, ossia le istituzioni, i partiti politici. Vogliamo che i partiti si riapproprino dei loro spazi, che le istituzioni svolgano funzione di servizio per i cittadini.

Non possiamo buttare a mare tutto. Il nostro contributo va nella direzione di una ricostruzione di punti di riferimento di un paese democratico e questo significa che i partiti, le istituzioni, le organizzazioni sociali e quindi sindacali, devono tornare a svolgere il proprio ruolo di rappresentanza e di rivendicazione dei diritti dei cittadini da noi rappresentati”.

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