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“Cerroni&Co non sono mafiosi”. Il Tar inguaia il Prefetto

“Cerroni&Co non sono mafiosi”. Il Tar inguaia il Prefetto
PROCESSO AI RIFIUTI. I giudici amministrativi annullano l’interdittiva del prefetto a Colari e Pontina Ambiente. Smentito Giuseppe Pecoraro: “Il provvedimento prefettizio non può essere disposto in via automatica”

di Fabio Carosi

Non ce ne voglia sua Eccellenza il Prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro. E’ stato commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, ha messo le mani su tutti i documenti di trenta anni di storia del sistema che ha permesso di evitare l’ergenza a Roma e poi è caduto su una buccia di banana. L’interdittiva disposta a gennaio scorso per il Colari e Pontina Ambiente, due delle società del Gruppo Cerroni, è stata infatti annullata dal Tar del Lazio con una sentenza clamorosa: “Difetto di istruttoria e motivazione”.
Dunque, per il giudici amministrativi della sezione Prima Ter, l’automatismo invocato da Pecoraro, secondo il quale l’accusa e il processo per traffico di rifiuti siano un “rischio collusione”, è assolutamente infondata. Nessuna esistenza di interferenze mafiose. Anzi. Nell’interdittiva, cioé nel blocco dei rapporti con il Comune di Roma per il trattamento dei rifiuti, si sarebbe palesato la violazione del principio di proporzionalità, in quanto per un pericolo presunto basato su una fattispecie normativa, si lederebbe la libertà di impresa, con ricadute anche a livello occupazionale” .In quanto “verrebbe meno il prudente bilanciamento tra gli interessi alla libertà di iniziativa di impresa e la concorrente tutela delle condizioni di sicurezza e di ordine pubblico perseguite dalle norme di prevenzione”, come ha sostenuto la difesa del Colari, rappresentata dal legale Angelo Clarizia.
Dalla decisione chi esce in grave difficoltà è proprio il Prefetto Pecoraro, non tanto per il suo ruolo professionale, quanto perché rappresentate dello Stato con pieni poteri, totale conoscenza della materia e mentito dallo stesso Stato che è dovuto correre in soccorso di un privato. Scrivono i giudici: “L’informativa antimafia, infatti, comporta effetti gravissimi che incidono sulla libertà di impresa, e dunque non può essere disposta in via “automatica” senza esaminare compiutamente i comportamenti, le cointeressenze, i contatti, e tutti quegli altri elementi sulla base dei quali si può fondare il giudizio prognostico di sussistenza dei tentativi di infiltrazione mafiosa”. E aggiungono a chiarimento a proposito della Pontina Ambiente: “Nonostante la gravità dei capi di imputazione, nessun riferimento a contatti con ambienti della malavita organizzata si evince dai provvedimenti del giudice penale, tali da poter far ipotizzare l’esistenza di rischi di contaminazioni con le “ecomafie”.
Secondo quanto risulta ad affaritaliani.it, l’Avvocatura dello Stato starebbe valutando la possibilità di un ricorso al Consiglio di Stato, non paga della risposta di diritto.

 

SCARICA LA SENTENZA DEL TAR CHE HA ANNULLATO L’INTERDITTIVA