Crediti di carbonio e Piano Mattei: la proposta Bruegel può trasformare l’Italia nel ponte verde tra Europa e Africa
Per anni l’Unione europea ha misurato la propria ambizione climatica quasi esclusivamente sulla quantità di emissioni eliminate all’interno dei suoi confini. Un criterio apparentemente rigoroso, che rischia però di confondere il luogo in cui avviene la riduzione della CO₂ con il risultato ambientale complessivo. Per il clima, infatti, una tonnellata di anidride carbonica risparmiata a Roma, Bruxelles, Tunisi o Nairobi produce lo stesso effetto. Da questa constatazione parte la proposta formulata da Georg Zachmann e Annabelle Weisser nel nuovo policy brief di Bruegel, dedicato al mercato internazionale del carbonio. L’idea non è abbandonare la decarbonizzazione europea, né consentire alle imprese di acquistare facili assoluzioni ambientali all’estero. Si tratta, al contrario, di utilizzare una quota limitata di crediti internazionali per ridurre le emissioni dove farlo costa meno, pretendendo però che ogni tonnellata compensata in Europa produca un beneficio climatico molto maggiore nei Paesi partner.
L’esempio avanzato dagli autori è un rapporto di uno a cinque. Un’impresa europea potrebbe compensare una tonnellata di emissioni difficili da eliminare soltanto finanziando cinque tonnellate di riduzioni certificate fuori dall’Unione. Non sarebbe quindi uno sconto concesso all’industria europea, ma un moltiplicatore della decarbonizzazione mondiale. Le dimensioni potenziali sono considerevoli. Secondo il dossier degli esperti di Bruegel, una coalizione dei Paesi Ocse senza gli Stati Uniti, limitando l’impiego dei crediti internazionali al 5% delle emissioni del 1990, potrebbe compensare meno di sette miliardi di tonnellate tra il 2036 e il 2050. Applicando un rapporto di uno a cinque, gli stessi acquisti contribuirebbero però a finanziare quasi 34 miliardi di tonnellate di riduzioni nei Paesi terzi, con un beneficio globale netto stimato in circa 27 miliardi.
Il Piano Mattei
È proprio qui che la proposta potrebbe incrociarsi con il grande progetto avanzato dal nostro paese per l’Africa, il Piano Mattei, e assumere così per l’Italia un significato non soltanto ambientale, ma industriale e geopolitico. Roma potrebbe candidarsi a costruire una piattaforma tra l’Europa e i Paesi africani, a cominciare da quelli del Mediterraneo, attraverso la quale gli investimenti nella transizione energetica vengano collegati a riduzioni delle emissioni verificabili e certificate. Il Piano Mattei nasce dall’idea di superare la vecchia logica degli aiuti frammentati, costruendo invece partenariati paritari fondati su energia, infrastrutture, formazione, agricoltura e sviluppo produttivo. Il mercato internazionale del carbonio potrebbe offrire a questo disegno una leva finanziaria nuova. Le imprese e le istituzioni europee acquisterebbero crediti generati da programmi di decarbonizzazione realizzati nei Paesi partner; le risorse finanzierebbero reti elettriche, impianti rinnovabili, biometano, efficienza industriale, mobilità pulita, gestione dei rifiuti e tecnologie agricole.
L’Africa dispone di un enorme potenziale solare, eolico e agricolo, ma continua a soffrire la scarsità di capitali, infrastrutture e capacità tecnologiche. L’Europa possiede risorse finanziarie e competenze industriali, ma deve affrontare costi di decarbonizzazione elevati. Mettere in relazione questi due bisogni potrebbe produrre un vantaggio reciproco: ridurre le emissioni globali, accelerare lo sviluppo dei Paesi africani e consentire all’industria europea di accompagnare la propria trasformazione senza perdere competitività. Per l’Italia si aprirebbe anche un’importante opportunità economica. Le aziende italiane potrebbero partecipare direttamente alla progettazione e alla realizzazione degli interventi che generano i crediti: impianti energetici, reti intelligenti, sistemi idrici, trattamento dei rifiuti, tecnologie per il biometano, meccanizzazione agricola e infrastrutture portuali. L’Italia non sarebbe quindi soltanto acquirente di certificati, ma esportatrice di tecnologia, servizi e capacità industriale.
Una simile architettura potrebbe rafforzare anche la sicurezza energetica nazionale. Gli investimenti nella produzione di energia pulita, idrogeno, biocarburanti e biometano nei Paesi del Mediterraneo, potrebbero consolidare nuove catene di approvvigionamento e ridurre la dipendenza europea da pochi fornitori. Il carbon trading diventerebbe così parte di una più ampia politica industriale ed energetica, anziché rimanere un meccanismo finanziario riservato agli specialisti. Il sistema dovrebbe però essere costruito con controlli molto severi. Il precedente dei vecchi crediti internazionali invita alla prudenza: progetti difficili da verificare, interventi che sarebbero stati realizzati comunque, doppio conteggio e riduzioni soltanto temporanee hanno compromesso la credibilità di una parte del mercato. Per questo Bruegel suggerisce di superare la semplice certificazione di singoli progetti. I Paesi partner dovrebbero poter vendere crediti esclusivamente per le riduzioni ottenute oltre una traiettoria climatica stabilita preventivamente. Un “club degli acquirenti”, composto dall’Unione europea e da altri Paesi industrializzati, dovrebbe fissare standard comuni, controllare i risultati e garantire che la stessa tonnellata non venga contabilizzata due volte.
La linea del Ministro Urso
È su questo terreno che la linea sostenuta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, può trovare una traduzione concreta. Urso chiede da tempo una revisione dell’ETS, maggiore flessibilità, neutralità tecnologica e una politica climatica che non si trasformi in deindustrializzazione. La ricerca del think thank non propone di abolire il mercato del carbonio, ma indica una possibile strada per renderlo meno autoreferenziale e più efficace: usare una parte delle risorse europee per finanziare molte più riduzioni nei Paesi partner. L’Italia potrebbe portare questa proposta a Bruxelles, collegandola al Piano Mattei e chiedendo la creazione di un corridoio europeo-africano per gli investimenti climatici certificati.
Sarebbe un modo per trasformare la critica alle rigidità del Green Deal in un progetto operativo: meno costi improduttivi per le imprese, più investimenti industriali, maggiore cooperazione con l’Africa e soprattutto più emissioni realmente abbattute. La transizione non può ridursi a una gara europea nell’imporre vincoli. Deve diventare una strategia di sviluppo capace di tenere insieme clima, industria e geopolitica. Se costruito con regole rigorose, il mercato internazionale del carbonio potrebbe offrire al Piano Mattei ciò che finora gli è mancato: un meccanismo finanziario strutturale, alimentato dalla domanda europea e orientato verso progetti misurabili. E l’Italia, per posizione geografica, relazioni politiche e competenze industriali, avrebbe tutte le condizioni per guidarlo.

