Il Diavolo veste Prada 2: trama, curiosità e suggestioni
A due decenni esatti da quel “ceruleo” che ha ridefinito non solo un colore, ma l’intera grammatica del potere estetico globale, il diavolo è tornato a calcare i pavimenti lucidi di Runway; tuttavia, il ticchettio dei tacchi a spillo oggi risuona in uffici dove la leadership ha cambiato volto, padrone e, soprattutto, linguaggio.
Abbiamo visto l’attesissimo sequel Il Diavolo veste Prada 2 al Cinema Gabbiano di Senigallia, dove sono stati messi a disposizione degli spettatori dei gadget in numero limitato della Jeanseria del Borgo per la proiezione del 29 aprile, spariti nel giro di pochi minuti dall’apertura delle prenotazioni.
Prodotto da 20th Century Studios e distribuito capillarmente in Italia da The Walt Disney Company, il film non si limita a essere il ritorno nostalgico di un’icona pop, ma si configura come un’analisi spietata, quasi chirurgica, su come il giornalismo d’inchiesta e l’approfondimento culturale stiano vivendo una caduta libera senza paracadute, schiacciati dal peso di algoritmi predittivi e magnati della finanza, privi di quel retroterra umanistico necessario a comprendere il valore della carta stampata.
Il lungometraggio riunisce il cast leggendario che ha reso il primo capitolo un cult intramontabile: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci riprendono i loro ruoli iconici sotto la sapiente regia di David Frankel e la sceneggiatura affilata di Aline Brosh McKenna.
Sebbene gli attori sembrino aver cristallizzato la propria immagine in una freschezza quasi sovrannaturale, il mondo circostante è invece invecchiato precocemente, trasformandosi in una digital jungle dove la libertà di stampa è costantemente minata da logiche di puro profitto e dalla velocità d’esecuzione del fast-content.

La trama ci riconsegna una Miranda Priestly che, pur conservando intatto il suo carisma d’acciaio e quella capacità di annichilire un interlocutore con un semplice movimento del sopracciglio, deve fare i conti con una corporate culture che ha introdotto — fortunatamente — dinamiche di pari opportunità, diritti sociali e un’attenzione maniacale all’assenza di mobbing.
Eppure, dietro questa facciata di political correctness e cortesia formale, si avverte nel film una sottile, dolente nostalgia per un potere più crudo ma intellettualmente onesto, oggi sostituito da un’ipocrisia mascherata da storytelling inclusivo e scrollate compulsive su uno schermo retroilluminato.
Seppur in maniera ironica e vivace come nello stile dell’originario Il Diavolo veste Prada, qui la narrazione mette a nudo la crisi sistemica della lettura e dell’informazione tradizionale: la massa ha smesso di approfondire, il pubblico preferisce il consumo di snippet informativi e tutto deve essere immediato, basato ossessivamente sui click e sulla necessità di apparire in un eterno presente digitale.
In questo scenario di macerie editoriali, Miranda e la sua storica assistente Andy — il cui rapporto si è evoluto in una collaborazione matura, complessa e priva di filtri, con la Hathaway qui nei panni di feature editor — si muovono con circospezione tra le rovine di un impero dove Runway, un tempo faro della moda mondiale ispirato al prestigio di Vogue, deve ora piegarsi alle logiche brutali degli sponsor per garantire la propria sopravvivenza.
Non è un caso che il brand Dior occupi un posto fondamentale nelle scene, simboleggiando come la moda di lusso, un tempo aspirazionale e appannaggio di pochi eletti capaci di comprenderne l’arte e di raggiungerla economicamente, sia diventata uno status symbol industriale rincorso ad ogni costo dalle nuove classi medie globali.

L’Italia non è soltanto una cornice, ma gioca un ruolo centrale nell’architettura visiva della produzione; una unit specifica ha infatti lavorato per catturare la bellezza senza tempo di location milanesi dal prestigio assoluto, come l’Accademia di Brera e il Museo del Cenacolo Vinciano, nel film concesso in esclusiva per una cena di lusso che probabilmente sarebbe impossibile nella realtà.
Queste immagini di immobile perfezione contrastano dolorosamente con la velocità isterica della comunicazione digitale moderna, agendo come un memento sull’importanza della storia e dell’arte in un presente sempre più gestito da intelligenze artificiali e automazioni.
Durante il tour promozionale internazionale, toccando tappe come Tokyo, Seul e Shanghai, Meryl Streep ha offerto una riflessione profonda sulla metamorfosi del suo personaggio, dichiarando: “Miranda non combatte più solo per una copertina o per decidere quale stilista debba dominare la stagione, ma combatte per il diritto di esistere in un mondo che preferisce una foto sfuocata e immediata a una verità approfondita e sofferta”.
Queste parole, riportate con precisione dalla stampa estera, sottolineano il nucleo drammatico del film: la resistenza della competenza contro l’approssimazione.

L’accoglienza riservata alla pellicola è stata trionfale sin dalle prime proiezioni per gli addetti ai lavori. Daniel Frigo, Amministratore Delegato di The Walt Disney Company Italia, ha confermato con forza — durante le recenti Giornate di Cinema a Riccione — come il grande schermo resti la locomotiva insostituibile dell’intera industria dell’intrattenimento, citando i successi straordinari degli ultimi mesi, che hanno generato oltre 160 milioni di euro al botteghino italiano.
Il tour mondiale, partito da Città del Messico, ha visto la sua apoteosi nel red carpet al Lincoln Center di New York, un evento trasmesso in diretta streaming su Disney+ il 20 aprile per permettere a milioni di fan di partecipare virtualmente all’emozione della premiere.

A Milano le celebrazioni hanno raggiunto vette di spettacolarità senza precedenti: un evento iconico presso Rinascente Piazza Duomo ha trasformato lo store in un hub esperienziale multisensoriale, con vetrine interamente dedicate al film e imponenti installazioni artistiche, tra cui sculture a forma di décolleté rosse alte quattro metri, che hanno dominato il panorama urbano.
Partner di rilievo internazionale come Samsung, Dyson e Moët & Chandon hanno arricchito l’iniziativa, mentre Starbucks ha lanciato una linea di bevande in edizione limitata ispirate ai caratteri distintivi dei protagonisti.
La serata di gala milanese ha visto sfilare un parterre de rois che includeva Michelle Hunziker, Roberto Bolle e Mara Maionchi, a dimostrazione di come Il Diavolo veste Prada 2 sia ormai un fenomeno di costume totale, capace di travalicare i confini della sala cinematografica.

Questo è quindi un sequel molto apprezzato, terribilmente ben fatto – anche troppo, se in alcuni passaggi rischia di commuovere – e si configura come un racconto disincantato, a tratti cinico ma profondamente umano, che tocca le corde più sensibili della nostra contemporaneità.
Ci avverte, con una chiarezza quasi brutale, che, sebbene l’ascesa dell’ingegneria finanziaria e dell’efficienza algoritmica sembri inarrestabile, la caduta della cultura critica e del giornalismo di qualità lascerà un vuoto identitario che nessuna tecnologia potrà mai colmare.
Chi non riesce ad adeguarsi ai nuovi canoni del digital engagement è probabilmente destinato a scomparire, ma il film di Frankel ci invita a interrogarci su quale sia il prezzo reale da pagare per restare a galla in una società che, paradossalmente, ha smesso di leggere proprio nell’era della massima accessibilità all’informazione. Miranda Priestly, nel suo ultimo atto, ci ricorda che l’eccellenza non è un’opzione, ma una forma di resistenza.
L’ultimo comunicato stampa ufficiale arrivato proprio questa mattina, 4 maggio, riporta i numeri strepitosi del primo weekend, su cui vale la pena di soffermarsi. A parlarne è stato sempre Daniel Frigo, Country Manager The Walt Disney Company Italia, il quale ha dichiarato: “Sono davvero orgoglioso ed entusiasta dei risultati al box office de Il Diavolo veste Prada 2, che ha raggiunto oltre 14 milioni di euro, con più di 1 milione e 700.000 presenze in Italia.
Cifre che dimostrano come Miranda, Andy, Emily e Nigel siano entrati nel cuore di tutti gli italiani.
Milano e Como hanno contribuito in modo significativo alle scenografie del film, offrendo location di straordinaria bellezza e di grande valore storico e culturale, ma anche valorizzando al meglio l’immagine del nostro Paese. (…) Lavoriamo sempre in sinergia per rendere possibile questi risultati anche in Italia e dunque non posso che essere estremamente orgoglioso dell’intera squadra di Disney Italia. (…) Un lavoro senza sosta che ci ha permesso di creare una campagna memorabile culminata in una collaborazione prestigiosa con Rinascente, insieme alla quale abbiamo dato vita ad un’anteprima in quattro differenti cinema milanesi con oltre 2500 invitati e ad un evento attesissimo che ha visto più di 1200 ospiti sfilare su un iconico red carpet, generando centinaia e centinaia di contenuti sul web e portando ancora una volta il glamour italiano oltre i confini”.


