Processare Zuckerberg per dipendenza da social: il capro espiatorio perfetto

Davvero crediamo che basti puntare il dito contro Zuckerberg per lavarsi la coscienza? Il commento

di Simone Rosti
Esteri

Processare Zuckerberg per dipendenza da social: il capro espiatorio perfetto. Il commento 

È iniziato il processo contro Mark Zuckerberg a cui fanno capo Facebook, Instagram e WhatsApp. Una ragazza di vent’anni lo ha trascinato in tribunale accusandolo, in sostanza, di dipendenza dai suoi social per profitto. Pensare di processare Zuckerberg come se fosse uno spacciatore che vende dipendenza ai minorenni è un’operazione rassicurante ma profondamente ipocrita. I famigerati “filtri”, i “controlli parentali”, le “policy di tutela”? Foglie di fico.

Cosmetica regolatoria buona per i comunicati stampa e per sedare l’opinione pubblica. Negli anni ’80 si entrava in discoteca anche se minorenni, si compravano riviste vietate ai minori, si facevano cose che non si dovevano fare. Oggi cambia il mezzo, non la dinamica. I rischi allora erano fisici, oggi sono anche digitali. Ma sempre rischi sono e sempre dentro la vita reale finiscono. Il punto, come sempre, non sono i figli. Il punto sono i genitori. Genitori che passano ore su Instagram tra una call e l’altra. Genitori che misurano l’autostima a colpi di like. Genitori che ostentano corpi, performance, successi, trasformazioni, routine, mentre spiegano ai figli che “devono stare attenti ai social”.

Davvero pensiamo che i figli possano essere diversi? Davvero crediamo che basti puntare il dito contro Zuckerberg per lavarsi la coscienza? Zuckerberg fa l’uomo di business, fa esattamente ciò che il capitalismo digitale gli chiede di fare: rendere i suoi strumenti più pervasivi possibile, più coinvolgenti possibile, più redditizi possibile. Non è un educatore, non è un tutore morale.

È un imprenditore, fa il suo mestiere. Poi certo ci sono le leggi, le regole, i codici privacy, e chi non li rispetta è giusto che paghi le conseguenze, ma non facciamo l’errore di confondere tutto questo armamentario come salvacondotto educativo. Il vero problema è una massa di adulti che utilizza questi strumenti in modo ossessivo e pretende che i danni collaterali li paghi qualcun altro. Magari in aula di tribunale, magari con una sentenza che “mandi un segnale”. Segnale a chi, esattamente? Così si sbaglia bersaglio e si alimenta un dibattito che non porta da nessuna parte. Un dibattito che consola e indigna, ma non cambia nulla. Perché è più facile processare un miliardario che fare autocritica come società adulta. La verità è scomoda: l’educazione non si delega a un algoritmo. E finché continueremo a fingere il contrario, continueremo a processare le persone sbagliate.

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