“Si scrive Nato, ma si legge impero”. Ecco il reale obiettivo di Trump dietro le parole di "amicizia" di Rubio verso l’Europa

Intervista a Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico

di Federica Leccese
Esteri

“Si scrive Nato, ma si legge impero”. Ecco i reali obiettivi dietro le aperture di Washington all’Europa

Dopo il messaggio di amicizia lanciato dal Segretario di Stato USA, Marco Rubio, secondo cui “l’Europa e gli Stati Uniti sono parte di un'unica civiltà e il nostro destino è intrecciato al vostro”, sono emersi numerosi interrogativi: siamo davanti a un reale cambio di rotta dell'amministrazione Trump, dopo gli "attacchi" del tycoon al Vecchio Continente degli ultimi tempi, o si tratta di una manovra tattica per ottenere vantaggi unilaterali?

A fare chiarezza è Elia Morelli — ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico — che ad Affaritaliani spiega il reale obiettivo della strategia americana: “Washington punta ad accaparrarsi spazi e risorse per la futura sfida con la Cina, costringendo i 'clienti' europei a pagare i tributi, acquistare armi e assumersi la piena responsabilità della propria sicurezza”.

Dopo che il cancelliere Friedrich Merz ha parlato di una “frattura” tra Europa e Stati Uniti, Marco Rubio ha ribadito che l’alleanza è solida. Siamo davanti a un reale cambio di rotta dell'amministrazione Trump o è una manovra tattica per ottenere maggiore impegno europeo nella NATO e in Ucraina?

“Si scrive NATO, ma si legge "impero". Alla Conferenza di Monaco, Marco Rubio ha usato toni più distensivi rispetto a quelli battaglieri usati l'anno scorso da J.D. Vance contro le élite liberali e la "mollezza" europea. Tuttavia, entrambi indicano lo stesso cambio di paradigma. La NATO, fin dalla sua nascita nel 1949, è stata lo strumento militare con cui l'America ha forgiato il suo impero nel continente, giustificato prima dalla minaccia sovietica e poi dall'espansione democratica degli anni '90.

Per decenni gli europei hanno vissuto nell'illusione che la storia fosse finita e che il diritto internazionale definisse il mondo. Oggi questa finzione sta crollando. L'impero americano in Europa non smobiliterà, ma si sta ristrutturando: Washington vuole accaparrarsi risorse per la sfida futura con la Cina, costringendo i "clienti" regionali a pagare i tributi, acquistare armi e assumersi la responsabilità della propria sicurezza.

Il Pentagono non considera più la Russia una minaccia strategica esistenziale, ma un avversario gestibile dai satelliti europei. Secondo Washington, la NATO europea surclassa la Russia per economia e popolazione: nel 2024, i paesi europei della NATO hanno investito nella difesa 454 miliardi di dollari, il triplo rispetto ai 149 di Mosca. Il ragionamento americano è semplice: gli europei sono più ricchi economicamente, devono pagare la propria manutenzione così che gli Stati Uniti possano dare priorità alla deterrenza contro la Cina”. 

Von der Leyen risponde chiedendo indipendenza digitale e militare, ma quanto può essere tollerata da Washington un'autonomia europea che includa anche una divergenza commerciale o tecnologica?

“Le parole di Von der Leyen seguono quelle di Mario Draghi, che ha avvertito del rischio di un'Europa subordinata e deindustrializzata se non diventerà una vera potenza. Anche Macron parla da tempo di "morte cerebrale della NATO" per spingere verso un'autonomia strategica francese. Tuttavia, questi progetti si scontrano con le divergenze nazionali e la subalternità a Washington. Lo dimostra il recente tentativo del cancelliere Merz di integrare un sistema nucleare europeo sotto l'ombrello atomico americano.

Figure come il Segretario Generale della NATO Mark Rutte o l'Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone ricordano costantemente la centralità degli Stati Uniti: rinunciare alla protezione americana costringerebbe gli europei a investimenti enormi, fino al 10% del PIL. L'ambizione di Washington è appaltare all'Europa la gestione della Russia, ma senza permettere una vera autonomia commerciale o tecnologica. Una divergenza reale non è comunque all'orizzonte, a causa delle divisioni interne agli stati europei”.

Nonostante i toni concilianti, gli Stati Uniti continuano a parlare della Groenlandia. Si tratta di messaggi politici o di una strategia precisa nell’Artico in chiave anti-russa e anti-cinese?

“La Groenlandia è fondamentale per gli Stati Uniti: militarmente per la sicurezza americana, economicamente per le terre rare e l'intelligenza artificiale, e simbolicamente per il mito dell'espansione. L'America non farà una guerra per l'isola, ma punterà a un accordo per basi militari e sfruttamento illimitato delle risorse.

Quando Donald Trump parla di acquisire territori dai partner occidentali, sta sdoganando un'idea di supremazia che scuote le opinioni pubbliche europee, abituate all'illusione di essere al sicuro perché "dalla parte giusta". La realtà è che per questa amministrazione gli europei sono strumenti in posizione subordinata, non soci alla pari.

Gli Stati Uniti stanno tornando a essere "americani" in senso geopolitico: le basi militari sono avamposti per difendere il primato in un mondo caotico. La Groenlandia serve a recintare il perimetro della "Fortezza Nord America". Noi europei fatichiamo a reagire, sperando di svegliarci da un incubo invece di ridisegnare un'architettura di sicurezza continentale. Fingere di vivere in un mondo che non esiste più, ignorando l'irreversibilità di questa crisi, significa esserne travolti”.

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